I recessi ombrosi dove in sogno io vedo i più vaghi uccelli canori, son come labbra - e tutta la tua melodia di parole cui il labbro da forma. - I tuoi occhi, gemme nel cielo del cuore, desolati si posano allora, o Dio!, sulla mia mente funerea - luce di stelle su un nero drappo.
Il tuo cuore - il tuo cuore! Mi ridesto e sospiro, e dormo per sognare di quella verità che l'oro non può mai comprare - e di quelle futilità che sempre può, invece.
O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato, la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato, vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta, occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida; ma o cuore! Cuore! Cuore! O gocce rosse di sangue, là sul ponte dove giace il Capitano, caduto, gelido, morto.
O Capitano! Mio Capitano! Risorgi, odi le campane; risorgo - per te è issata la bandiera - per te squillano le trombe, per te fiori e ghirlande ornate di nastri - per te le coste affollate, te invoca la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi; ecco Capitano! O amato padre! Questo braccio sotto il tuo capo! È solo un sogno che sul ponte sei caduto, gelido, morto.
Non risponde il mio Capitano, le sue labbra sono pallide e immobili, non sente il padre il mio braccio, non ha più energia né volontà, la nave è all'ancora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito, la nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta; esultate coste, suonate campane! Mentre io con funebre passo Percorro il ponte dove giace il mio Capitano, caduto, gelido, morto.
Romanza, che ami annuire e cantare col capo assonnato e le ali ripiegate, tra verdi fronde, quali agita nel suo fondo un ombroso lago, fu per me un variopinto pappagallo - oh, a me familiare uccello - che m'apprese a dir l'alfabeto e a balbettare le prime parole, quando nel bosco selvaggio io giacevo, fanciullo - dall'occhio sagace.
Ma da un pezzo, del Condor gli eterni anni così scuotono il cielo stesso là in alto, con tumulto di tuoni mentre passano, che non ho io più tempo per oziose cure, mentre spio l'inquieto cielo. E quando un'ora con più lievi ali getta su di me le sue morbide piume, dissipar quel breve tempo con lira e rime (vietate cose! ) - delittuoso parrebbe al mio cuore: a meno che con le corde non vibri anch'esso.
Viviamo in tempi infami dove il matrimonio delle anime deve suggellare l'unione dei cuori; in quest'ora di orribili tempeste non è troppo aver coraggio in due per vivere sotto tali vincitori.
Di fronte a quanto si osa dovremo innalzarci, sopra ogni cosa, coppia rapita nell'estasi austera del giusto, e proclamare con un gesto augusto il nostro amore fiero, come una sfida.
Ma che bisogno c'è di dirtelo. Tu la bontà, tu il sorriso, non sei tu anche il consiglio, il buon consiglio leale e fiero, bambina ridente dal pensiero grave a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!
Mi sono innamorata delle mie stesse ali d'angelo, delle mie nari che succhiano la notte, mi sono innamorata di me e dei miei tormenti. Un erpice che scava dentro le cose, o forse fatta donzella ho perso le mie sembianze. Come sei nudo, amore, nudo e senza difesa: io sono la vera cetra che ti colpisce nel petto e ti da larga resa.
Sì, li ho amati quei raduni notturni i bicchieri ghiacciati sparsi sul tavolino, l'esile nube fragrante sul nero caffè, l'invernale, greve vampa del caminetto infocato, l'allegria velenosa dei frizzi letterari e il primo sguardo di lui, inerme e angosciante.
Di te amore m'attrista, mia terra, se oscuri profumi perde la sera d'aranci, o d'oleandri, sereno, cammina con rose il torrente che quasi n'è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive e dolce voce al canto chiama da strada timorosa non so se infanzia o amore, ansia d'altri cieli mi volge, e mi nascondo nelle perdute cose.
Non ci è dato di essere. Noi siamo soltanto un fiume, aderiamo ad ogni forma: al giorno ed alla notte, al duomo e alla caverna.
Forma su forma riempiamo senza tregua, nessuna ci diviene patria, gioia o piena, sempre siamo in cammino, ospiti sempre, non c'è campo né aratro per noi, né pane cresce.
E non sappiamo cosa Dio ci serbi, gioca con noi, argilla nella mano, muta e cedevole che non piange o ride, mille volte impastata e mai bruciata.
Potessimo, una volta, farci pietra, durare! Questa è la nostra eterna nostalgia, ma un brivido perdura a raggelarci e non c'è pace sulla nostra via.