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Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
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    in Poesie (Poesie d'Autore)
    Tu mi prendesti per mano e mi traesti
    al Tuo fianco, mi facesti sedere su
    l'alto seggio al cospetto di tutti
    gli uomini; ond'io divenni timido,
    incapace di muovermi e di seguitar
    la mia via; esitante e scongiurante
    a ogni passo che non avessi a urtare
    in una loro spina insidiosa.
    Alfine son liberato!
    Il colpo è giunto, stride l'insulto,
    il mio posto è là, giri nella polvere.
    Ormai dinanzi a me sono aperti i sentieri.
    Aperte ho l'ali al desiderio del cielo,
    Vado a raggiungere le stelle cadenti
    della mezzanotte, vado a precipitarmi
    nell'ombra profonda.
    Somiglio a nuvola estiva in balia dell'uragano,
    la quale, gettato via l'aureo diadema,
    appende la folgore come spada a una catena di lampi.
    Corro con folle gioia giù pel sentiero polveroso
    del reietto; m'avvicino alla Tua,
    finale accoglienza.
    Il bimbo trova la madre quando ne lascia il grembo.
    Quando io vengo separato da Te,
    sbandito dalla Tua casa, sono libero di contemplare
    il Tuo volto.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Supplica a mia madre

      È difficile dire con parole di figlio
      ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
      Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
      ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
      Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
      è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
      Sei insostituibile. Per questo è dannata
      alla solitudine la vita che mi hai data.
      E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
      d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
      Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
      sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
      ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
      alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
      Era l'unico modo per sentire la vita,
      l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
      Sopravviviamo: ed è la confusione
      di una vita rinata fuori dalla ragione.
      Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
      Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile….
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        La ginestra

        Qui su l'arida schiena
        Del formidabil monte
        Sterminator Vesevo,
        La qual null'altro allegra arbor né fiore,
        Tuoi cespi solitari intorno spargi,
        Odorata ginestra,
        Contenta dei deserti. Anco ti vidi
        Dè tuoi steli abbellir l'erme contrade
        Che cingon la cittade
        La qual fu donna dè mortali un tempo,
        E del perduto impero
        Par che col grave e taciturno aspetto
        Faccian fede e ricordo al passeggero.
        Or ti riveggo in questo suol, di tristi
        Lochi e dal mondo abbandonati amante,
        E d'afflitte fortune ognor compagna.
        Questi campi cosparsi
        Di ceneri infeconde, e ricoperti
        Dell'impietrata lava,
        Che sotto i passi al peregrin risona;
        Dove s'annida e si contorce al sole
        La serpe, e dove al noto
        Cavernoso covil torna il coniglio;
        Fur liete ville e colti,
        E biondeggiàr di spiche, e risonaro
        Di muggito d'armenti;
        Fur giardini e palagi,
        Agli ozi dè potenti
        Gradito ospizio; e fur città famose
        Che coi torrenti suoi l'altero monte
        Dall'ignea bocca fulminando oppresse
        Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
        Una ruina involve,
        Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
        I danni altrui commiserando, al cielo
        Di dolcissimo odor mandi un profumo,
        Che il deserto consola. A queste piagge
        Venga colui che d'esaltar con lode
        Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
        È il gener nostro in cura
        All'amante natura. E la possanza
        Qui con giusta misura
        Anco estimar potrà dell'uman seme,
        Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
        Con lieve moto in un momento annulla
        In parte, e può con moti
        Poco men lievi ancor subitamente
        Annichilare in tutto.
        Dipinte in queste rive
        Son dell'umana gente
        Le magnifiche sorti e progressive .
        Qui mira e qui ti specchia,
        Secol superbo e sciocco,
        Che il calle insino allora
        Dal risorto pensier segnato innanti
        Abbandonasti, e volti addietro i passi,
        Del ritornar ti vanti,
        E procedere il chiami.
        Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
        Di cui lor sorte rea padre ti fece,
        Vanno adulando, ancora
        Ch'a ludibrio talora
        T'abbian fra sé. Non io
        Con tal vergogna scenderò sotterra;
        Ma il disprezzo piuttosto che si serra
        Di te nel petto mio,
        Mostrato avrò quanto si possa aperto:
        Ben ch'io sappia che obblio
        Preme chi troppo all'età propria increbbe.
        Di questo mal, che teco
        Mi fia comune, assai finor mi rido.
        Libertà vai sognando, e servo a un tempo
        Vuoi di novo il pensiero,
        Sol per cui risorgemmo
        Della barbarie in parte, e per cui solo
        Si cresce in civiltà, che sola in meglio
        Guida i pubblici fati.
        Così ti spiacque il vero
        Dell'aspra sorte e del depresso loco
        Che natura ci diè. Per questo il tergo
        Vigliaccamente rivolgesti al lume
        Che il fè palese: e, fuggitivo, appelli
        Vil chi lui segue, e solo
        Magnanimo colui
        Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
        Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
        Uom di povero stato e membra inferme
        Che sia dell'alma generoso ed alto,
        Non chiama sé né stima
        Ricco d'or né gagliardo,
        E di splendida vita o di valente
        Persona infra la gente
        Non fa risibil mostra;
        Ma sé di forza e di tesor mendico
        Lascia parer senza vergogna, e noma
        Parlando, apertamente, e di sue cose
        Fa stima al vero uguale.
        Magnanimo animale
        Non credo io già, ma stolto,
        Quel che nato a perir, nutrito in pene,
        Dice, a goder son fatto,
        E di fetido orgoglio
        Empie le carte, eccelsi fati e nove
        Felicità, quali il ciel tutto ignora,
        Non pur quest'orbe, promettendo in terra
        A popoli che un'onda
        Di mar commosso, un fiato
        D'aura maligna, un sotterraneo crollo
        Distrugge sì, che avanza
        A gran pena di lor la rimembranza.
        Nobil natura è quella
        Che a sollevar s'ardisce
        Gli occhi mortali incontra
        Al comun fato, e che con franca lingua,
        Nulla al ver detraendo,
        Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
        E il basso stato e frale;
        Quella che grande e forte
        Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
        Fraterne, ancor più gravi
        D'ogni altro danno, accresce
        Alle miserie sue, l'uomo incolpando
        Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
        Che veramente è rea, che dè mortali
        Madre è di parto e di voler matrigna.
        Costei chiama inimica; e incontro a questa
        Congiunta esser pensando,
        Siccome è il vero, ed ordinata in pria
        L'umana compagnia,
        Tutti fra sé confederati estima
        Gli uomini, e tutti abbraccia
        Con vero amor, porgendo
        Valida e pronta ed aspettando aita
        Negli alterni perigli e nelle angosce
        Della guerra comune. Ed alle offese
        Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
        Al vicino ed inciampo,
        Stolto crede così qual fora in campo
        Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
        Incalzar degli assalti,
        Gl'inimici obbliando, acerbe gare
        Imprender con gli amici,
        E sparger fuga e fulminar col brando
        Infra i propri guerrieri.
        Così fatti pensieri
        Quando fien, come fur, palesi al volgo,
        E quell'orror che primo
        Contra l'empia natura
        Strinse i mortali in social catena,
        Fia ricondotto in parte
        Da verace saper, l'onesto e il retto
        Conversar cittadino,
        E giustizia e pietade, altra radice
        Avranno allor che non superbe fole,
        Ove fondata probità del volgo
        Così star suole in piede
        Quale star può quel ch'ha in error la sede.
        Sovente in queste rive,
        Che, desolate, a bruno
        Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
        Seggo la notte; e su la mesta landa
        In purissimo azzurro
        Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
        Cui di lontan fa specchio
        Il mare, e tutto di scintille in giro
        Per lo vòto seren brillare il mondo.
        E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
        Ch'a lor sembrano un punto,
        E sono immense, in guisa
        Che un punto a petto a lor son terra e mare
        Veracemente; a cui
        L'uomo non pur, ma questo
        Globo ove l'uomo è nulla,
        Sconosciuto è del tutto; e quando miro
        Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
        Nodi quasi di stelle,
        Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
        E non la terra sol, ma tutte in uno,
        Del numero infinite e della mole,
        Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
        O sono ignote, o così paion come
        Essi alla terra, un punto
        Di luce nebulosa; al pensier mio
        Che sembri allora, o prole
        Dell'uomo? E rimembrando
        Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
        Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
        Che te signora e fine
        Credi tu data al Tutto, e quante volte
        Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
        Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
        Per tua cagion, dell'universe cose
        Scender gli autori, e conversar sovente
        Cò tuoi piacevolmente, e che i derisi
        Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
        Fin la presente età, che in conoscenza
        Ed in civil costume
        Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
        Mortal prole infelice, o qual pensiero
        Verso te finalmente il cor m'assale?
        Non so se il riso o la pietà prevale.
        Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
        Cui là nel tardo autunno
        Maturità senz'altra forza atterra,
        D'un popol di formiche i dolci alberghi,
        Cavati in molle gleba
        Con gran lavoro, e l'opre
        E le ricchezze che adunate a prova
        Con lungo affaticar l'assidua gente
        Avea provvidamente al tempo estivo,
        Schiaccia, diserta e copre
        In un punto; così d'alto piombando,
        Dall'utero tonante
        Scagliata al ciel profondo,
        Di ceneri e di pomici e di sassi
        Notte e ruina, infusa
        Di bollenti ruscelli
        O pel montano fianco
        Furiosa tra l'erba
        Di liquefatti massi
        E di metalli e d'infocata arena
        Scendendo immensa piena,
        Le cittadi che il mar là su l'estremo
        Lido aspergea, confuse
        E infranse e ricoperse
        In pochi istanti: onde su quelle or pasce
        La capra, e città nove
        Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
        Son le sepolte, e le prostrate mura
        L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
        Non ha natura al seme
        Dell'uom più stima o cura
        Che alla formica: e se più rara in quello
        Che nell'altra è la strage,
        Non avvien ciò d'altronde
        Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
        Ben mille ed ottocento
        Anni varcàr poi che spariro, oppressi
        Dall'ignea forza, i popolati seggi,
        E il villanello intento
        Ai vigneti, che a stento in questi campi
        Nutre la morta zolla e incenerita,
        Ancor leva lo sguardo
        Sospettoso alla vetta
        Fatal, che nulla mai fatta più mite
        Ancor siede tremenda, ancor minaccia
        A lui strage ed ai figli ed agli averi
        Lor poverelli. E spesso
        Il meschino in sul tetto
        Dell'ostel villereccio, alla vagante
        Aura giacendo tutta notte insonne,
        E balzando più volte, esplora il corso
        Del temuto bollor, che si riversa
        Dall'inesausto grembo
        Su l'arenoso dorso, a cui riluce
        Di Capri la marina
        E di Napoli il porto e Mergellina.
        E se appressar lo vede, o se nel cupo
        Del domestico pozzo ode mai l'acqua
        Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
        Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
        Di lor cose rapir posson, fuggendo,
        Vede lontan l'usato
        Suo nido, e il picciol campo,
        Che gli fu dalla fame unico schermo,
        Preda al flutto rovente,
        Che crepitando giunge, e inesorato
        Durabilmente sovra quei si spiega.
        Torna al celeste raggio
        Dopo l'antica obblivion l'estinta
        Pompei, come sepolto
        Scheletro, cui di terra
        Avarizia o pietà rende all'aperto;
        E dal deserto foro
        Diritto infra le file
        Dei mozzi colonnati il peregrino
        Lunge contempla il bipartito giogo
        E la cresta fumante,
        Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
        E nell'orror della secreta notte
        Per li vacui teatri,
        Per li templi deformi e per le rotte
        Case, ove i parti il pipistrello asconde,
        Come sinistra face
        Che per vòti palagi atra s'aggiri,
        Corre il baglior della funerea lava,
        Che di lontan per l'ombre
        Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
        Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
        Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
        Dopo gli avi i nepoti,
        Sta natura ognor verde, anzi procede
        Per sì lungo cammino
        Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
        Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
        E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
        E tu, lenta ginestra,
        Che di selve odorate
        Queste campagne dispogliate adorni,
        Anche tu presto alla crudel possanza
        Soccomberai del sotterraneo foco,
        Che ritornando al loco
        Già noto, stenderà l'avaro lembo
        Su tue molli foreste. E piegherai
        Sotto il fascio mortal non renitente
        Il tuo capo innocente:
        Ma non piegato insino allora indarno
        Codardamente supplicando innanzi
        Al futuro oppressor; ma non eretto
        Con forsennato orgoglio inver le stelle,
        Né sul deserto, dove
        E la sede e i natali
        Non per voler ma per fortuna avesti;
        Ma più saggia, ma tanto
        Meno inferma dell'uom, quanto le frali
        Tue stirpi non credesti
        O dal fato o da te fatte immortali.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Continuità

          Nulla è mai veramente perduto, o può essere perduto,
          nessuna nascita, forma, identità - nessun oggetto del mondo,
          né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
          l'apparenza non deve ingannare, né l'ambito mutato confonderti il cervello.
          Vasti sono il tempo e lo spazio - vasti i campi della Natura.
          Il corpo lento, invecchiato, freddo - le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
          la luce degli occhi divenuta tenue, tornerà puntualmente a risplendere;
          il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
          alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
          con l'erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.
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            Scritta da: Antonio Prencipe
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Morta per autoprocurato aborto

            La stanza tua piena di fiori
            e due coltelli, i testimoni
            di un rito che non ha padroni
            un rito l'unico rimedio
            a libertà negate a volontà spezzate

            In mezzo al sangue
            lei per terra vinceva la sua guerra
            senza parlare senza accusare dei suoi tre mesi
            di dolore, di rancore, di timore
            ecco l'immagine
            e tutto a un tratto mi sembra assurdo
            le strade son di burro si scivolava
            si sprofondava che si faceva noi

            Dov'è il coraggio di continuare a dar la vita
            tra le macerie se la gente non ci sente più,
            forse daranno un paradiso a donne come lei
            che così han deciso

            E in tutta questa distruzione
            Io cerco un'altra direzione ma sono già troppo lontana
            qualcosa brucia dentro me, dentro di me
            si torce l'anima
            cos'è successo, che cosa resta adesso
            che cosa sono io
            le grida spaesate
            le mani morsicate sue.
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              Scritta da: Phantastica
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Song - Canzone

              Il peso del mondo
              è amore.
              Sotto il fardello
              di solitudine
              sotto il fardello
              dell'insoddisfazione
              il peso,
              il peso che portiamo
              è amore.

              Chi può negarlo?
              In sogno
              ci tocca
              il corpo,
              nel pensiero
              costruisce
              un miracolo,
              nell'immaginazione
              s'angoscia
              fino a nascer
              nell'umano

              s'affaccia dal cuore
              ardente di purezza -
              poiché il fardello della vita
              è amore,
              ma noi il peso lo portiamo
              stancamente,
              e dobbiam trovar riposo
              tra le braccia dell'amore
              infine,
              trovar riposo tra le braccia
              dell'amore.

              Non c'è riposo
              senza amore,
              né sonno
              senza sogni
              d'amore
              sia matto o gelido
              ossessionato dagli angeli
              o macchine,
              il desiderio finale
              è amore
              non può essere amaro
              non può negare,
              non può negarsi
              se negato:
              il peso è troppo

              deve dare
              senza nulla in cambio
              così come il pensiero
              si dà
              in solitudine
              con tutta la bravura
              del suo eccesso.

              I corpi caldi
              splendono insieme
              al buio
              la mano si muove
              verso il centro
              della carne,
              la pelle trema
              di felicità
              e l'anima viene
              gioiosa fino agli occhi

              sì, sì,
              questo è quel
              che volevo,
              ho sempre voluto,
              ho sempre voluto,
              tornare
              al corpo
              dove sono nato.
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                Scritta da: Andrea De Candia
                in Poesie (Poesie d'Autore)

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                Perché mai a tal punto singolare?
                Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
                Di martedì? In una casa e non nel nido?
                Pelle e non squame? Non foglia, ma viso?
                Perché di persona una volta soltanto?
                E sulla terra? Con una stella accanto?
                Dopo tante ere di non presenza?
                Per tutti i tempi e tutti gli ioni?
                Per i vibrioni e le costellazioni?
                E proprio adesso? Fino all'essenza?
                Sola da me e con me? Perché mi chiedo,
                non a lato, né a miglia di distanza,
                non ieri, né cent'anni addietro, siedo
                e guardo un angolo buio della stanza
                come, rizzato il capo, sta a guardare
                la cosa ringhiante che chiamano cane?
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