Questo sito contribuisce alla audience di

Il bove

Al rio sottile, di tra vaghe brume,
guarda il bove, coi grandi occhi: nel piano
che fugge, a un mare sempre più lontano
migrano l'acque d'un ceruleo fiume;

ingigantisce agli occhi suoi, nel lume
pulverulento, il salice e l'ontano;
svaria su l'erbe un gregge a mano a mano,
e par la mandra dell'antico nume:

ampie ali aprono imagini grifagne
nell'aria; vanno tacite chimere,
simili a nubi, per il ciel profondo;

Il sole immenso, dietro le montagne
cala, altissime: crescono già, nere,
l'ombre più grandi d'un più grande mondo.
Giovanni Pascoli
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Roberta68

    10 agosto

    San Lorenzo, io lo so perché tanto
    di stelle per l'aria tranquilla
    arde e cade, perché sì gran pianto
    nel concavo cielo favilla.
    Ritornava una rondine al tetto:
    l'uccisero: cadde tra spini:
    ella aveva nel becco un insetto:
    la cena dei suoi rondinini.
    Ora è là, come in croce, che tende
    quel verme a quel cielo lontano;
    e il suo nido è nell'ombra, che attende
    che pigola sempre più piano.
    Anche un uomo tornava al suo nido:
    l'uccisero: disse: Perdono;
    e restò negli aperti occhi un grido:
    portava due bambole in dono...
    Ora là, nella casa romita,
    lo aspettano, aspettano in vano:
    egli immobile, attonito, addita
    le bambole al cielo lontano.
    E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
    sereni, infinito, immortale,
    oh! d'un pianto di stelle lo inondi
    quest'atomo opaco del Male!
    Giovanni Pascoli
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Julie Gensini

      Novembre

      Gemmea l'aria, il sole così chiaro
      che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
      e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...

      Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
      di nere trame segnano il sereno,
      vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

      Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
      odi lontano, da giardini ed orti,
      di foglie un cader fragile.
      È l'estate, fredda, dei morti.
      Giovanni Pascoli
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Kikka Kiss

        La quercia caduta

        Dov'era l'ombra, or sè la quercia spande
        morta, né più coi turbini tenzona.
        La gente dice: Or vedo: era pur grande!

        Pendono qua e là dalla corona
        i nidietti della primavera.
        Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

        Ognuno loda, ognuno taglia.
        A sera ognuno col suo grave fascio va.
        Nell'aria, un pianto... d'una capinera

        che cerca il nido che non troverà.
        Giovanni Pascoli
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Silvana Stremiz

          La Tovaglia

          Le dicevano: - Bambina!
          Che tu non lasci mai stesa,
          dalla sera alla mattina,
          ma porta dove l'hai presa,
          la tovaglia bianca, appena
          ch'è terminata la cena!
          Bada, che vengono i morti!
          I tristi, i pallidi morti!
          Entrano, ansimano muti.
          Ognuno è tanto mai stanco!
          E si fermano seduti
          la notte intorno a quel bianco.
          Stanno lì sino al domani,
          col capo tra le due mani,
          senza che nulla si senta,
          sotto la lampada spenta. -
          È già grande la bambina:
          la casa regge, e lavora:
          fa il bucato e la cucina,
          fa tutto al modo d'allora.
          Pensa a tutto, ma non pensa
          a sparecchiare la mensa.
          Lascia che vengano i morti,
          i buoni, i poveri morti.
          Oh! la notte nera nera,
          di vento, d'acqua, di neve,
          lascia ch'entrino da sera,
          col loro anelito lieve;
          che alla mensa torno torno
          riposino fino a giorno,
          cercando fatti lontani
          col capo tra le due mani.
          Dalla sera alla mattina,
          cercando cose lontane,
          stanno fissi, a fronte china,
          su qualche bricia di pane,
          e volendo ricordare,
          bevono lagrime amare.
          Oh! non ricordano i morti,
          i cari, i cari suoi morti!
          - Pane, sì... pane si chiama,
          che noi spezzammo concordi:
          ricordate?... È tela, a dama:
          ce n'era tanta: ricordi?...
          Queste?... Queste sono due,
          come le vostre e le tue,
          due nostre lagrime amare
          cadute nel ricordare! -.
          Giovanni Pascoli
          Vota la poesia: Commenta