Il dono tuo, il quaderno, è dentro la mia mente scritto tutto in memoria imperitura, che assai più durerà di quelle vuote pagine, oltre ogni termine, fino all'eternità. O almeno fino a che la mente e il cuore avranno da natura la facoltà di esistere, finché al labile oblio non daran la lor parte di te, il tuo ricordo non potrà cancellarsi; quei miseri appunti non potrebbero tanto contenere né mi occorre un registro per segnare il tuo amore; per questo ho osato dar via il tuo quaderno, fidando invece in quello che meglio ti riceve. Il tenere un qualcosa che serva a ricordarti equivarrebbe a ammettere ch'io so dimenticarti.
Io ti amo e se non ti basta ruberò le stelle al cielo per farne ghirlanda e il cielo vuoto non si lamenterà di ciò che ha perso che la tua bellezza sola riempirà l'universo
Io ti amo e se non ti basta vuoterò il mare e tutte le perle verrò a portare davanti a te e il mare non piangerà di questo sgarbo che onde a mille, e sirene non hanno l'incanto di un solo tuo sguardo
Io ti amo e se non ti basta solleverò i vulcani e il loro fuoco metterò nelle tue mani, e sarà ghiaccio per il bruciare delle mie passioni
Io ti amo e se non ti basta anche le nuvole catturerò e te le porterò domate e su te piover dovranno quando d'estate per il caldo non dormi E se non ti basta perché il tempo si fermi fermerò i pianeti in volo e se non ti basta vaffanculo.
Veramente, vivo in tempi bui! La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia indica insensibilità. Colui che ride probabilmente non ha ancora ricevuto la terribile notizia.
Che tempi sono questi in cui un discorso sugli alberi è quasi un reato perché comprende il tacere su così tanti crimini! Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada forse non è più raggiungibile per i suoi amici che soffrono?
È vero: mi guadagno ancora da vivere ma credetemi: è un puro caso. Niente di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi. Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)
Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai! Ma come posso mangiare e bere se ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete? Eppure mangio e bevo.
Mi piacerebbe anche essere saggio. Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio: tenersi fuori dai guai del mondo e passare il breve periodo senza paura.
Anche fare a meno della violenza ripagare il male con il bene non esaudire i propri desideri, ma dimenticare questo è ritenuto saggio. Tutto questo non mi riesce: veramente, vivo in tempi bui!
Voi, che emergerete dalla marea nella quale noi siamo annegati ricordate quando parlate delle nostre debolezze anche i tempi bui ai quali voi siete scampati.
Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe, attraverso le guerre delle classi, disperati quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.
Eppure sappiamo: anche l'odio verso la bassezza distorce i tratti del viso. Anche l'ira per le ingiustizie rende la voce rauca. Ah, noi che volevamo preparare il terreno per la gentilezza noi non potevamo essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuto il momento in cui l'uomo è amico dell'uomo ricordate noi Con indulgenza.
Se ancor non ho tutto l'amore tuo, cara, giammai tutto l'avrò; non posso esalare un altro sospiro per intenerirti, né posso implorare un'altra lacrima a che sgorghi; ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti - sospiri, lacrime, e voti e lettere - l'ho consumato. Eppure non può essermi dovuto più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto; se allora il tuo dono d'amore fu parziale, si che parte a me toccasse, parte ad altri, cara giammai tutta ti avrò
Ma se allora tu mi cedesti tutto, quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi; ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà generato amor nuovo, ad opera di altri, che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime, di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori, codesto amore nuovo può produrre nuove ansie, poiché codesto amore non fu da te impegnato. Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale: il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca, cara, dovrebbe tutto spettare a me.
Tuttavia ancor non vorrei avere tutto; chi tutto ha non può aver altro, e dacché il mio amore ammette quotidianamente nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense; tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore: se puoi darlo, vuol dire che non l'hai mai dato. il paradosso d'amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta, tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi. Ma noi terremo un modo più liberale di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo un solo essere, e il Tutto l'un dell'altro.
Hai detto tutto questo Certo, ho detto tutto questo. Cosa vuoi? Voglio bruciare. Perché? Perché sono infiammabile, sono serio. Hai detto tutto questo... Certo, ho detto tutto questo. Non sai cosa vuoi E dici che la vita non è abbastanza. La vita non è abbastanza. Allora cos'è abbastanza? Sentire... altrimenti muoio. Cosa proverai? Il fuoco. Allora vai avanti e brucia. Ma la vita non è in fiamme. Allora muori. Fisicamente?
Credei ch'al tutto fossero In me, sul fior degli anni, Mancati i dolci affanni Della mia prima età: I dolci affanni, i teneri Moti del cor profondo, Qualunque cosa al mondo Grato il sentir ci fa.
Quante querele e lacrime Sparsi nel novo stato, Quando al mio cor gelato Prima il dolor mancò! Mancàr gli usati palpiti, L'amor mi venne meno, E irrigidito il seno Di sospirar cessò!
Piansi spogliata, esanime Fatta per me la vita La terra inaridita, Chiusa in eterno gel; Deserto il dì; la tacita Notte più sola e bruna; Spenta per me la luna, Spente le stelle in ciel.
Pur di quel pianto origine Era l'antico affetto: Nell'intimo del petto Ancor viveva il cor. Chiedea l'usate immagini La stanca fantasia; E la tristezza mia Era dolore ancor.
Fra poco in me quell'ultimo Dolore anco fu spento, E di più far lamento Valor non mi restò. Giacqui: insensato, attonito, Non dimandai conforto: Quasi perduto e morto, Il cor s'abbandonò.
Qual fui! Quanto dissimile Da quel che tanto ardore, Che sì beato errore Nutrii nell'alma un dì! La rondinella vigile, Alle finestre intorno Cantando al novo giorno, Il cor non mi ferì:
Non all'autunno pallido In solitaria villa, La vespertina squilla, Il fuggitivo Sol. Invan brillare il vespero Vidi per muto calle, Invan sonò la valle Del flebile usignol.
E voi, pupille tenere, Sguardi furtivi, erranti, Voi dè gentili amanti Primo, immortale amor, Ed alla mano offertami Candida ignuda mano, Foste voi pure invano Al duro mio sopor.
D'ogni dolcezza vedovo, Tristo; ma non turbato, Ma placido il mio stato, Il volto era seren. Desiderato il termine Avrei del viver mio; Ma spento era il desio Nello spossato sen.
Qual dell'età decrepita L'avanzo ignudo e vile, Io conducea l'aprile Degli anni miei così: Così quegl'ineffabili Giorni, o mio cor, traevi, Che sì fugaci e brevi Il cielo a noi sortì.
Chi dalla grave, immemore Quiete or mi ridesta? Che virtù nova è questa, Questa che sento in me? Moti soavi, immagini, Palpiti, error beato, Per sempre a voi negato Questo mio cor non è?
Siete pur voi quell'unica Luce dè giorni miei? Gli affetti ch'io perdei Nella novella età? Se al ciel, s'ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà.
Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar. Chi mi ridona il piangere Dopo cotanto obblio? E come al guardo mio Cangiato il mondo appar?
Forse la speme, o povero Mio cor, ti volse un riso? Ahi della speme il viso Io non vedrò mai più. Proprii mi diede i palpiti, Natura, e i dolci inganni. Sopiro in me gli affanni L'ingenita virtù;
Non l'annullàr: non vinsela Il fato e la sventura; Non con la vista impura L'infausta verità. Dalle mie vaghe immagini So ben ch'ella discorda: So che natura è sorda, Che miserar non sa.
Che non del ben sollecita Fu, ma dell'esser solo: Purché ci serbi al duolo, Or d'altro a lei non cal. So che pietà fra gli uomini Il misero non trova; Che lui, fuggendo, a prova Schernisce ogni mortal.
Che ignora il tristo secolo Gl'ingegni e le virtudi; Che manca ai degni studi L'ignuda gloria ancor. E voi, pupille tremule, Voi, raggio sovrumano, So che splendete invano, Che in voi non brilla amor.
Nessuno ignoto ed intimo Affetto in voi non brilla: Non chiude una favilla Quel bianco petto in sé. Anzi d'altrui le tenere Cure suol porre in gioco; E d'un celeste foco Disprezzo è la mercè.
Pur sento in me rivivere Gl'inganni aperti e noti; E, dè suoi proprii moti Si maraviglia il sen. Da te, mio cor, quest'ultimo Spirto, e l'ardor natio, Ogni conforto mio Solo da te mi vien.
Mancano, il sento, all'anima Alta, gentile e pura, La sorte, la natura, Il mondo e la beltà. Ma se tu vivi, o misero, Se non concedi al fato, Non chiamerò spietato Chi lo spirar mi dà.
Mi guardo le mani Come se i pensieri si raccogliessero lì Come acqua piovana Vorrei poterli bere E dissetarmi L'idea che la vita Possa essere una mano aperta Dà serenità Ma è una serenità breve Che s'infrange Appena sollevo lo sguardo Su questa notte senza fine Se mi osservo riflesso nel vetro Capisco che è come quando Mi preparavo a partire Non dico che questo tempo Sia trascorso invano Respirare l'infinito Sconvolge Ruba il cuore E nulla è più come prima E le meraviglie Di cui gli occhi si riempiono Danno sensazioni che mi renderanno Schiavo di una nuova nostalgia Ancora una volta Sono dietro una finestra Non molto diverso dal bambino Che sperava che il soffitto del mondo Gli restituisse il suo palloncino Anch'io aspetto Un segno Un sogno Un suono Qualcosa che rompa questo sonno Ma questa notte è senza soffitto E quel palloncino non ritornerà Volevo allontanarmi verso me stesso Per sapere se è vero Che ovunque si vada Il cielo ha lo stesso colore E dovunque Si prova lo stesso mal d'universo Lancio il sasso di queste parole Nello stagno delle tue emozioni Lascialo cadere sul fondo E segui le onde Non so su quale riva ti porteranno Ma spero che Quando ti volterai indietro A guardare la strada Sentirai che ne è valsa la pena.
Una vita all'istante. Spettacolo senza prove. Corpo senza modifiche. Testa senza riflessione.
Non conosco la parte che recito. So solo che è la mia, non mutabile.
Il soggetto della pièce va indovinato direttamente in scena.
Mal preparata all'onore di vivere, reggo a fatica il ritmo imposto dell'azione. Improvviso, benché detesti improvvisare. Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza. Il mio modo di fare sa di provinciale. I miei istinti hanno del dilettante. L'agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia. Sento come crudeli le attenuanti.
Parole e impulsi non revocabili, stelle non calcolate, il carattere come un capotto abbandonato in corsa - ecco gli esiti penosi di tale fulmineità.
Poter provare prima, almeno un mercoledì, o replicare ancora una volta, almeno un giovedì! Ma qui già sopraggiunge il venerdì con un copione che non conosco. Mi chiedo se sia giusto (con voce rauca, perché neanche l'ho potuta schiarire tra le quinte).
Illusorio pensare che sia solo un esame superficiale, fatto in un locale provvisorio. No.
Sto sulla scena e vedo quant'è solida. Mi colpisce la precisione di ogni attrezzo. Il girevole è già in funzione da tempo. Anche le nebulose più lontane sono state accese. Oh, non ho dubbi che questa sia la prima. E qualunque cosa io faccia, si muterà per sempre in ciò che ho fatto.