Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Elisa Iacobellis
in Poesie (Poesie d'Autore)

Prima di tutto l'uomo

Non vivere su questa terra come un estraneo o come un turista della natura.
Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi nell'uomo.
Ama le nuvole, le macchine,
i libri, ma prima di tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza del ramo che si secca,
dell'astro che si spegne,
dell'animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo.
Ti diano gioia tutti i beni della terra:
l'ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto
a piene mani ti dia gioia l'uomo!
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    A quelli nati dopo di noi

    Veramente, vivo in tempi bui!
    La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
    indica insensibilità. Colui che ride
    probabilmente non ha ancora ricevuto
    la terribile notizia.

    Che tempi sono questi in cui
    un discorso sugli alberi è quasi un reato
    perché comprende il tacere su così tanti crimini!
    Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
    forse non è più raggiungibile per i suoi amici
    che soffrono?

    È vero: mi guadagno ancora da vivere
    ma credetemi: è un puro caso. Niente
    di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
    Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)

    Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
    Ma come posso mangiare e bere se
    ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
    il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
    Eppure mangio e bevo.

    Mi piacerebbe anche essere saggio.
    Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
    tenersi fuori dai guai del mondo e passare
    il breve periodo senza paura.

    Anche fare a meno della violenza
    ripagare il male con il bene
    non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
    questo è ritenuto saggio.
    Tutto questo non mi riesce:
    veramente, vivo in tempi bui!

    Voi, che emergerete dalla marea
    nella quale noi siamo annegati
    ricordate
    quando parlate delle nostre debolezze
    anche i tempi bui
    ai quali voi siete scampati.

    Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
    attraverso le guerre delle classi, disperati
    quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

    Eppure sappiamo:
    anche l'odio verso la bassezza
    distorce i tratti del viso.
    Anche l'ira per le ingiustizie
    rende la voce rauca. Ah, noi
    che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
    noi non potevamo essere gentili.

    Ma voi, quando sarà venuto il momento
    in cui l'uomo è amico dell'uomo
    ricordate noi
    Con indulgenza.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)
      Se tu dovessi venire in autunno
      mi leverei di torno l'estate
      con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
      come fa la massaia con la mosca.

      Se entro un anno potessi rivederti,
      avvolgerei in gomitoli i mesi,
      per poi metterli in cassetti separati -
      per paura che i numeri si mescolino.

      Se mancassero ancora alcuni secoli,
      li conterei ad uno ad uno sulla mano -
      sottraendo, finché non mi cadessero
      le dita nella terra della Tasmania.

      Se fossi certa che, finita questa vita,
      io e te vivremo ancora -
      come una buccia la butterei lontano -
      e accetterei l'eternità all'istante.

      Ma ora, incerta della dimensione
      di questa che sta in mezzo,
      la soffro come l'ape-spiritello
      che non preannuncia quando pungerà.
      (dedicata a F. )
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        Scritta da: Cheope
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Infinità d'amore

        Se ancor non ho tutto l'amore tuo,
        cara, giammai tutto l'avrò;
        non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
        né posso implorare un'altra lacrima a che sgorghi;
        ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
        - sospiri, lacrime, e voti e lettere - l'ho consumato.
        Eppure non può essermi dovuto
        più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
        se allora il tuo dono d'amore fu parziale,
        si che parte a me toccasse, parte ad altri,
        cara giammai tutta ti avrò

        Ma se allora tu mi cedesti tutto,
        quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
        ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
        generato amor nuovo, ad opera di altri,
        che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
        di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
        codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
        poiché codesto amore non fu da te impegnato.
        Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
        il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
        cara, dovrebbe tutto spettare a me.

        Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
        chi tutto ha non può aver altro,
        e dacché il mio amore ammette quotidianamente
        nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
        tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
        se puoi darlo, vuol dire che non l'hai mai dato.
        il paradosso d'amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
        tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
        Ma noi terremo un modo più liberale
        di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
        un solo essere, e il Tutto l'un dell'altro.
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          Scritta da: Irin Supertramp
          in Poesie (Poesie d'Autore)
          Hai detto tutto questo
          Certo, ho detto tutto questo.
          Cosa vuoi? Voglio bruciare.
          Perché?
          Perché sono infiammabile, sono
          serio.
          Hai detto tutto questo...
          Certo, ho detto tutto questo.
          Non sai cosa vuoi
          E dici che la vita non è abbastanza.
          La vita non è abbastanza.
          Allora cos'è abbastanza?
          Sentire... altrimenti muoio.
          Cosa proverai?
          Il fuoco.
          Allora vai avanti e brucia.
          Ma la vita non è in fiamme.
          Allora muori.
          Fisicamente?

          Sì. Irriverenza.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Il Risorgimento

            Credei ch'al tutto fossero
            In me, sul fior degli anni,
            Mancati i dolci affanni
            Della mia prima età:
            I dolci affanni, i teneri
            Moti del cor profondo,
            Qualunque cosa al mondo
            Grato il sentir ci fa.

            Quante querele e lacrime
            Sparsi nel novo stato,
            Quando al mio cor gelato
            Prima il dolor mancò!
            Mancàr gli usati palpiti,
            L'amor mi venne meno,
            E irrigidito il seno
            Di sospirar cessò!

            Piansi spogliata, esanime
            Fatta per me la vita
            La terra inaridita,
            Chiusa in eterno gel;
            Deserto il dì; la tacita
            Notte più sola e bruna;
            Spenta per me la luna,
            Spente le stelle in ciel.

            Pur di quel pianto origine
            Era l'antico affetto:
            Nell'intimo del petto
            Ancor viveva il cor.
            Chiedea l'usate immagini
            La stanca fantasia;
            E la tristezza mia
            Era dolore ancor.

            Fra poco in me quell'ultimo
            Dolore anco fu spento,
            E di più far lamento
            Valor non mi restò.
            Giacqui: insensato, attonito,
            Non dimandai conforto:
            Quasi perduto e morto,
            Il cor s'abbandonò.

            Qual fui! Quanto dissimile
            Da quel che tanto ardore,
            Che sì beato errore
            Nutrii nell'alma un dì!
            La rondinella vigile,
            Alle finestre intorno
            Cantando al novo giorno,
            Il cor non mi ferì:

            Non all'autunno pallido
            In solitaria villa,
            La vespertina squilla,
            Il fuggitivo Sol.
            Invan brillare il vespero
            Vidi per muto calle,
            Invan sonò la valle
            Del flebile usignol.

            E voi, pupille tenere,
            Sguardi furtivi, erranti,
            Voi dè gentili amanti
            Primo, immortale amor,
            Ed alla mano offertami
            Candida ignuda mano,
            Foste voi pure invano
            Al duro mio sopor.

            D'ogni dolcezza vedovo,
            Tristo; ma non turbato,
            Ma placido il mio stato,
            Il volto era seren.
            Desiderato il termine
            Avrei del viver mio;
            Ma spento era il desio
            Nello spossato sen.

            Qual dell'età decrepita
            L'avanzo ignudo e vile,
            Io conducea l'aprile
            Degli anni miei così:
            Così quegl'ineffabili
            Giorni, o mio cor, traevi,
            Che sì fugaci e brevi
            Il cielo a noi sortì.

            Chi dalla grave, immemore
            Quiete or mi ridesta?
            Che virtù nova è questa,
            Questa che sento in me?
            Moti soavi, immagini,
            Palpiti, error beato,
            Per sempre a voi negato
            Questo mio cor non è?

            Siete pur voi quell'unica
            Luce dè giorni miei?
            Gli affetti ch'io perdei
            Nella novella età?
            Se al ciel, s'ai verdi margini,
            Ovunque il guardo mira,
            Tutto un dolor mi spira,
            Tutto un piacer mi dà.

            Meco ritorna a vivere
            La piaggia, il bosco, il monte;
            Parla al mio core il fonte,
            Meco favella il mar.
            Chi mi ridona il piangere
            Dopo cotanto obblio?
            E come al guardo mio
            Cangiato il mondo appar?

            Forse la speme, o povero
            Mio cor, ti volse un riso?
            Ahi della speme il viso
            Io non vedrò mai più.
            Proprii mi diede i palpiti,
            Natura, e i dolci inganni.
            Sopiro in me gli affanni
            L'ingenita virtù;

            Non l'annullàr: non vinsela
            Il fato e la sventura;
            Non con la vista impura
            L'infausta verità.
            Dalle mie vaghe immagini
            So ben ch'ella discorda:
            So che natura è sorda,
            Che miserar non sa.

            Che non del ben sollecita
            Fu, ma dell'esser solo:
            Purché ci serbi al duolo,
            Or d'altro a lei non cal.
            So che pietà fra gli uomini
            Il misero non trova;
            Che lui, fuggendo, a prova
            Schernisce ogni mortal.

            Che ignora il tristo secolo
            Gl'ingegni e le virtudi;
            Che manca ai degni studi
            L'ignuda gloria ancor.
            E voi, pupille tremule,
            Voi, raggio sovrumano,
            So che splendete invano,
            Che in voi non brilla amor.

            Nessuno ignoto ed intimo
            Affetto in voi non brilla:
            Non chiude una favilla
            Quel bianco petto in sé.
            Anzi d'altrui le tenere
            Cure suol porre in gioco;
            E d'un celeste foco
            Disprezzo è la mercè.

            Pur sento in me rivivere
            Gl'inganni aperti e noti;
            E, dè suoi proprii moti
            Si maraviglia il sen.
            Da te, mio cor, quest'ultimo
            Spirto, e l'ardor natio,
            Ogni conforto mio
            Solo da te mi vien.

            Mancano, il sento, all'anima
            Alta, gentile e pura,
            La sorte, la natura,
            Il mondo e la beltà.
            Ma se tu vivi, o misero,
            Se non concedi al fato,
            Non chiamerò spietato
            Chi lo spirar mi dà.
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              Scritta da: sagea
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              E così vorresti fare lo scrittore?

              E così vorresti fare lo scrittore?
              Se non ti esplode dentro
              a dispetto di tutto,
              non farlo
              a meno che non ti venga dritto
              dal cuore e dalla mente e dalla bocca
              e dalle viscere,
              non farlo.
              E così vorresti fare lo scrittore?
              Se non ti esplode dentro
              a dispetto di tutto,
              non farlo
              a meno che non ti venga dritto
              dal cuore e dalla mente e dalla bocca
              e dalle viscere,
              non farlo.

              Se devi startene seduto per ore
              a fissare lo schermo del computer
              o curvo sulla macchina da scrivere
              alla ricerca delle parole,
              non farlo.

              Se lo fai solo per soldi o per fama,
              non farlo
              se lo fai perché vuoi
              delle donne nel letto,
              non farlo.

              Se devi startene lì a
              scrivere e riscrivere,
              non farlo.
              Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
              non farlo.
              Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
              lascia perdere.

              Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
              allora aspetta pazientemente.
              Se non ti esce mai come un ruggito,
              fai qualcos'altro.
              Se prima devi leggerlo a tua moglie
              o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
              o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
              non sei pronto.

              Non essere come tanti scrittori,
              non essere come tutte quelle migliaia di
              persone che si definiscono scrittori,
              non essere monotono o noioso e
              pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento

              le biblioteche del mondo
              hanno sbadigliato
              fino ad addormentarsi per tipi come te
              non aggiungerti a loro
              non farlo
              a meno che non ti esca
              dall'anima come un razzo,
              a meno che lo star fermo
              non ti porti alla follia o
              al suicidio o all'omicidio,
              non farlo
              a meno che il sole dentro di te stia
              bruciandoti le viscere,
              non farlo.
              quando sarà veramente il momento,
              e se sei predestinato,
              si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.

              Non c'è altro modo
              e non c'è mai stato.
              Composta mercoledì 25 settembre 2013
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                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Mi guardo le mani
                Come se i pensieri si raccogliessero lì
                Come acqua piovana
                Vorrei poterli bere
                E dissetarmi
                L'idea che la vita
                Possa essere una mano aperta
                Dà serenità
                Ma è una serenità breve
                Che s'infrange
                Appena sollevo lo sguardo
                Su questa notte senza fine
                Se mi osservo riflesso nel vetro
                Capisco che è come quando
                Mi preparavo a partire
                Non dico che questo tempo
                Sia trascorso invano
                Respirare l'infinito
                Sconvolge
                Ruba il cuore
                E nulla è più come prima
                E le meraviglie
                Di cui gli occhi si riempiono
                Danno sensazioni che mi renderanno
                Schiavo di una nuova nostalgia
                Ancora una volta
                Sono dietro una finestra
                Non molto diverso dal bambino
                Che sperava che il soffitto del mondo
                Gli restituisse il suo palloncino
                Anch'io aspetto
                Un segno
                Un sogno
                Un suono
                Qualcosa che rompa questo sonno
                Ma questa notte è senza soffitto
                E quel palloncino non ritornerà
                Volevo allontanarmi verso me stesso
                Per sapere se è vero
                Che ovunque si vada
                Il cielo ha lo stesso colore
                E dovunque
                Si prova lo stesso mal d'universo
                Lancio il sasso di queste parole
                Nello stagno delle tue emozioni
                Lascialo cadere sul fondo
                E segui le onde
                Non so su quale riva ti porteranno
                Ma spero che
                Quando ti volterai indietro
                A guardare la strada
                Sentirai che ne è valsa la pena.
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                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Le parole

                  Le parole non hanno occhi né gambe,
                  non hanno bocca né braccia,
                  non hanno visceri
                  e spesso nemmeno cuore,
                  o ne hanno assai poco.

                  Non puoi chiedere alle parole
                  di accenderti una sigaretta
                  ma possono renderti più piacevole
                  il vino.

                  E certo non puoi costringere le parole
                  a fare qualcosa che non
                  voglion fare.
                  Non puoi sovraccaricarle
                  e non puoi svegliarle
                  quando decidono di dormire.

                  A volte
                  le parole ti tratteranno bene,
                  a seconda di quel
                  che gli chiedi
                  di fare.
                  Altre volte,
                  ti tratteranno male,
                  qualunque cosa
                  tu gli chieda di fare.

                  Le parole vanno
                  e vengono.
                  Qualche volta ti tocca
                  di aspettarle a lungo.
                  Qualche volta non tornano
                  più indietro.

                  Qualche volta gli scrittori
                  si uccidono
                  quando le parole li lasciano.
                  Altri scrittori
                  fingeranno di averle ancora
                  in pugno
                  anche se le loro parole
                  sono già morte e sepolte.

                  Fanno così
                  molti scrittori famosi
                  e molti meno famosi
                  che sono scrittori soltanto
                  di nome.

                  Le parole non sono
                  per tutti.
                  E per la maggioranza,
                  esistono
                  soltanto per poco.

                  Le parole sono
                  uno dei più grandi
                  miracoli
                  al mondo,
                  possono illuminare
                  o distruggere
                  menti,
                  nazioni,
                  culture.
                  Le parole sono belle
                  e pericolose.

                  Se vengono a trovarti,
                  te ne accorgerai
                  e ti sentirai
                  il più fortunato
                  della terra. Nient'altro avrà più
                  importanza
                  e tutto sembrerà importante.

                  Ti sentirai
                  il dio sole,
                  riderai del tempo che fugge,
                  ce l'avrai fatta,
                  lo sentirai
                  dalle dita
                  fino alle budella,
                  e sarai diventato,
                  finché
                  dura,
                  un fottutissimo scrittore
                  che rende possibile
                  l'impossibile,
                  scrivendo parole,
                  scrivendole,
                  scrivendole.
                  Composta giovedì 10 ottobre 2013
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