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in Poesie (Poesie d'Autore)
Il dono tuo, il quaderno, è dentro la mia mente
scritto tutto in memoria imperitura,
che assai più durerà di quelle vuote pagine,
oltre ogni termine, fino all'eternità.
O almeno fino a che la mente e il cuore
avranno da natura la facoltà di esistere,
finché al labile oblio non daran la lor parte
di te, il tuo ricordo non potrà cancellarsi;
quei miseri appunti non potrebbero tanto contenere
né mi occorre un registro per segnare il tuo amore;
per questo ho osato dar via il tuo quaderno,
fidando invece in quello che meglio ti riceve.
Il tenere un qualcosa che serva a ricordarti
equivarrebbe a ammettere ch'io so dimenticarti.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    A quelli nati dopo di noi

    Veramente, vivo in tempi bui!
    La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
    indica insensibilità. Colui che ride
    probabilmente non ha ancora ricevuto
    la terribile notizia.

    Che tempi sono questi in cui
    un discorso sugli alberi è quasi un reato
    perché comprende il tacere su così tanti crimini!
    Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
    forse non è più raggiungibile per i suoi amici
    che soffrono?

    È vero: mi guadagno ancora da vivere
    ma credetemi: è un puro caso. Niente
    di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
    Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)

    Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
    Ma come posso mangiare e bere se
    ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
    il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
    Eppure mangio e bevo.

    Mi piacerebbe anche essere saggio.
    Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
    tenersi fuori dai guai del mondo e passare
    il breve periodo senza paura.

    Anche fare a meno della violenza
    ripagare il male con il bene
    non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
    questo è ritenuto saggio.
    Tutto questo non mi riesce:
    veramente, vivo in tempi bui!

    Voi, che emergerete dalla marea
    nella quale noi siamo annegati
    ricordate
    quando parlate delle nostre debolezze
    anche i tempi bui
    ai quali voi siete scampati.

    Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
    attraverso le guerre delle classi, disperati
    quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

    Eppure sappiamo:
    anche l'odio verso la bassezza
    distorce i tratti del viso.
    Anche l'ira per le ingiustizie
    rende la voce rauca. Ah, noi
    che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
    noi non potevamo essere gentili.

    Ma voi, quando sarà venuto il momento
    in cui l'uomo è amico dell'uomo
    ricordate noi
    Con indulgenza.
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      Scritta da: Cheope
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Infinità d'amore

      Se ancor non ho tutto l'amore tuo,
      cara, giammai tutto l'avrò;
      non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
      né posso implorare un'altra lacrima a che sgorghi;
      ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
      - sospiri, lacrime, e voti e lettere - l'ho consumato.
      Eppure non può essermi dovuto
      più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
      se allora il tuo dono d'amore fu parziale,
      si che parte a me toccasse, parte ad altri,
      cara giammai tutta ti avrò

      Ma se allora tu mi cedesti tutto,
      quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
      ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
      generato amor nuovo, ad opera di altri,
      che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
      di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
      codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
      poiché codesto amore non fu da te impegnato.
      Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
      il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
      cara, dovrebbe tutto spettare a me.

      Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
      chi tutto ha non può aver altro,
      e dacché il mio amore ammette quotidianamente
      nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
      tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
      se puoi darlo, vuol dire che non l'hai mai dato.
      il paradosso d'amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
      tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
      Ma noi terremo un modo più liberale
      di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
      un solo essere, e il Tutto l'un dell'altro.
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        Scritta da: Irin Supertramp
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Hai detto tutto questo
        Certo, ho detto tutto questo.
        Cosa vuoi? Voglio bruciare.
        Perché?
        Perché sono infiammabile, sono
        serio.
        Hai detto tutto questo...
        Certo, ho detto tutto questo.
        Non sai cosa vuoi
        E dici che la vita non è abbastanza.
        La vita non è abbastanza.
        Allora cos'è abbastanza?
        Sentire... altrimenti muoio.
        Cosa proverai?
        Il fuoco.
        Allora vai avanti e brucia.
        Ma la vita non è in fiamme.
        Allora muori.
        Fisicamente?

        Sì. Irriverenza.
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          Scritta da: Sonia Dem.
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Amo

          Amo...
          quello che non avrò più domani.
          Gli occhi di mia madre,
          le parole di mio padre...
          Il vento tra i capelli,
          il dolce cielo del domani.
          Amo...
          quei valori che ho perduto,
          affacciata a un cielo muto,
          di parole che ho taciuto.
          Amo...
          tutto quello che ho vissuto...
          contemplando in un minuto
          tutto il senso di un saluto.
          Amo...
          il vento dolce della sera
          la bella poesia
          la vita nella mia preghiera.
          Amo...
          tutto quello che so amare
          e considero valore
          le parole che al mio cuore
          danno anima e bagliore.
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            Scritta da: Andrea De Candia
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Ad ognuno un giorno

            A ognuno un giorno muore un proprio caro,
            tra l'essere e il non essere
            è costretto a scegliere il secondo.

            È duro riconoscere che è un fatto banale,
            incluso nel corso degli eventi,
            conforme a procedura,

            prima o poi inserito nell'ordine del giorno,
            della sera, della notte, di un pallido mattino;

            scontato come una voce dell'indice,
            come un paragrafo del codice,
            come una data qualsiasi
            del calendario.

            Ma è il diritto e il rovescio della natura.
            Il suo omen e amen distribuiti a caso.
            La sua casistica e la sua onnipotenza.

            Solo ogni tanto
            ci mostra un po' di cortesia -
            i nostri cari morti
            ce li butta nei sogni.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Il Risorgimento

              Credei ch'al tutto fossero
              In me, sul fior degli anni,
              Mancati i dolci affanni
              Della mia prima età:
              I dolci affanni, i teneri
              Moti del cor profondo,
              Qualunque cosa al mondo
              Grato il sentir ci fa.

              Quante querele e lacrime
              Sparsi nel novo stato,
              Quando al mio cor gelato
              Prima il dolor mancò!
              Mancàr gli usati palpiti,
              L'amor mi venne meno,
              E irrigidito il seno
              Di sospirar cessò!

              Piansi spogliata, esanime
              Fatta per me la vita
              La terra inaridita,
              Chiusa in eterno gel;
              Deserto il dì; la tacita
              Notte più sola e bruna;
              Spenta per me la luna,
              Spente le stelle in ciel.

              Pur di quel pianto origine
              Era l'antico affetto:
              Nell'intimo del petto
              Ancor viveva il cor.
              Chiedea l'usate immagini
              La stanca fantasia;
              E la tristezza mia
              Era dolore ancor.

              Fra poco in me quell'ultimo
              Dolore anco fu spento,
              E di più far lamento
              Valor non mi restò.
              Giacqui: insensato, attonito,
              Non dimandai conforto:
              Quasi perduto e morto,
              Il cor s'abbandonò.

              Qual fui! Quanto dissimile
              Da quel che tanto ardore,
              Che sì beato errore
              Nutrii nell'alma un dì!
              La rondinella vigile,
              Alle finestre intorno
              Cantando al novo giorno,
              Il cor non mi ferì:

              Non all'autunno pallido
              In solitaria villa,
              La vespertina squilla,
              Il fuggitivo Sol.
              Invan brillare il vespero
              Vidi per muto calle,
              Invan sonò la valle
              Del flebile usignol.

              E voi, pupille tenere,
              Sguardi furtivi, erranti,
              Voi dè gentili amanti
              Primo, immortale amor,
              Ed alla mano offertami
              Candida ignuda mano,
              Foste voi pure invano
              Al duro mio sopor.

              D'ogni dolcezza vedovo,
              Tristo; ma non turbato,
              Ma placido il mio stato,
              Il volto era seren.
              Desiderato il termine
              Avrei del viver mio;
              Ma spento era il desio
              Nello spossato sen.

              Qual dell'età decrepita
              L'avanzo ignudo e vile,
              Io conducea l'aprile
              Degli anni miei così:
              Così quegl'ineffabili
              Giorni, o mio cor, traevi,
              Che sì fugaci e brevi
              Il cielo a noi sortì.

              Chi dalla grave, immemore
              Quiete or mi ridesta?
              Che virtù nova è questa,
              Questa che sento in me?
              Moti soavi, immagini,
              Palpiti, error beato,
              Per sempre a voi negato
              Questo mio cor non è?

              Siete pur voi quell'unica
              Luce dè giorni miei?
              Gli affetti ch'io perdei
              Nella novella età?
              Se al ciel, s'ai verdi margini,
              Ovunque il guardo mira,
              Tutto un dolor mi spira,
              Tutto un piacer mi dà.

              Meco ritorna a vivere
              La piaggia, il bosco, il monte;
              Parla al mio core il fonte,
              Meco favella il mar.
              Chi mi ridona il piangere
              Dopo cotanto obblio?
              E come al guardo mio
              Cangiato il mondo appar?

              Forse la speme, o povero
              Mio cor, ti volse un riso?
              Ahi della speme il viso
              Io non vedrò mai più.
              Proprii mi diede i palpiti,
              Natura, e i dolci inganni.
              Sopiro in me gli affanni
              L'ingenita virtù;

              Non l'annullàr: non vinsela
              Il fato e la sventura;
              Non con la vista impura
              L'infausta verità.
              Dalle mie vaghe immagini
              So ben ch'ella discorda:
              So che natura è sorda,
              Che miserar non sa.

              Che non del ben sollecita
              Fu, ma dell'esser solo:
              Purché ci serbi al duolo,
              Or d'altro a lei non cal.
              So che pietà fra gli uomini
              Il misero non trova;
              Che lui, fuggendo, a prova
              Schernisce ogni mortal.

              Che ignora il tristo secolo
              Gl'ingegni e le virtudi;
              Che manca ai degni studi
              L'ignuda gloria ancor.
              E voi, pupille tremule,
              Voi, raggio sovrumano,
              So che splendete invano,
              Che in voi non brilla amor.

              Nessuno ignoto ed intimo
              Affetto in voi non brilla:
              Non chiude una favilla
              Quel bianco petto in sé.
              Anzi d'altrui le tenere
              Cure suol porre in gioco;
              E d'un celeste foco
              Disprezzo è la mercè.

              Pur sento in me rivivere
              Gl'inganni aperti e noti;
              E, dè suoi proprii moti
              Si maraviglia il sen.
              Da te, mio cor, quest'ultimo
              Spirto, e l'ardor natio,
              Ogni conforto mio
              Solo da te mi vien.

              Mancano, il sento, all'anima
              Alta, gentile e pura,
              La sorte, la natura,
              Il mondo e la beltà.
              Ma se tu vivi, o misero,
              Se non concedi al fato,
              Non chiamerò spietato
              Chi lo spirar mi dà.
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                Scritta da: mor-joy
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Anormale

                Quando facevo le elementari
                il maestro ci raccontò la storia
                di un marinaio
                che disse al capitano:
                "La bandiera? Spero di non
                vederla più, la bandiera!"
                "Molto bene," gli fu risposto,
                "il tuo desiderio
                sarà esaudito!"
                E lo chiusero nella
                stiva
                e ce lo tennero,
                mandandogli cibo
                di sotto
                e morì laggiù
                senza vederla mai più
                la bandiera.

                Una storia davvero spaventosa
                per dei bambini,
                molto
                efficace.
                Ma non efficace
                abbastanza per
                me.
                Stavo lì seduto a pensare,
                bene, è brutto
                non vedere la
                bandiera,
                ma il bello è
                non dover vedere
                la gente.
                Però
                non alzai la mano
                per dir niente del genere.
                Sarebbe stato ammettere
                che non volevo vedere
                neppure loro.
                Ed era vero.

                Guardavo dritto alla
                lavagna
                che sembrava migliore
                di chiunque.
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                  Scritta da: sagea
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  E così vorresti fare lo scrittore?

                  E così vorresti fare lo scrittore?
                  Se non ti esplode dentro
                  a dispetto di tutto,
                  non farlo
                  a meno che non ti venga dritto
                  dal cuore e dalla mente e dalla bocca
                  e dalle viscere,
                  non farlo.
                  E così vorresti fare lo scrittore?
                  Se non ti esplode dentro
                  a dispetto di tutto,
                  non farlo
                  a meno che non ti venga dritto
                  dal cuore e dalla mente e dalla bocca
                  e dalle viscere,
                  non farlo.

                  Se devi startene seduto per ore
                  a fissare lo schermo del computer
                  o curvo sulla macchina da scrivere
                  alla ricerca delle parole,
                  non farlo.

                  Se lo fai solo per soldi o per fama,
                  non farlo
                  se lo fai perché vuoi
                  delle donne nel letto,
                  non farlo.

                  Se devi startene lì a
                  scrivere e riscrivere,
                  non farlo.
                  Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
                  non farlo.
                  Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
                  lascia perdere.

                  Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
                  allora aspetta pazientemente.
                  Se non ti esce mai come un ruggito,
                  fai qualcos'altro.
                  Se prima devi leggerlo a tua moglie
                  o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
                  o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
                  non sei pronto.

                  Non essere come tanti scrittori,
                  non essere come tutte quelle migliaia di
                  persone che si definiscono scrittori,
                  non essere monotono o noioso e
                  pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento

                  le biblioteche del mondo
                  hanno sbadigliato
                  fino ad addormentarsi per tipi come te
                  non aggiungerti a loro
                  non farlo
                  a meno che non ti esca
                  dall'anima come un razzo,
                  a meno che lo star fermo
                  non ti porti alla follia o
                  al suicidio o all'omicidio,
                  non farlo
                  a meno che il sole dentro di te stia
                  bruciandoti le viscere,
                  non farlo.
                  quando sarà veramente il momento,
                  e se sei predestinato,
                  si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.

                  Non c'è altro modo
                  e non c'è mai stato.
                  Composta mercoledì 25 settembre 2013
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                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    Scintilla

                    Mi hanno sempre irritato tutti gli anni, le ore i
                    minuti che gli ho regalato lavorando come un mulo,
                    mi ha fatto seriamente male alla testa,
                    mi ha fatto male dentro, mi ha stordito
                    e mi ha fatto diventare pazzo - non riuscivo ad accettare
                    questi miei anni assassinati
                    eppure i miei compagni di lavoro non davano segni di
                    agonia, anzi molti di loro sembravano addirittura soddisfatti,
                    e vederli così mi faceva impazzire quasi quanto
                    quel lavoro monotono e insensato.

                    I lavoratori sottostavano,
                    il lavoro gli annientava, venivano
                    racconti col cucchiaino e buttati via.

                    Mi irritava ogni minuto, ogni minuto mentre veniva
                    mutilato
                    e nulla alleviava la noia.

                    Ho valutato l'ipotesi del suicidio.
                    Mi sono bevuto le poche ore di libertà.

                    Ho lavorato per decenni.

                    Ho vissuto con la peggiore specie di donne,
                    e loro hanno ucciso
                    quello che il lavoro non era riuscito ad uccidere.

                    Sapevo che stavo morendo.
                    Qualcosa dentro mi diceva: continua così, muori, spegniti,
                    diventa come loro, accettalo.
                    E poi qualcos'altro dentro diceva: no, salva un pezzetto
                    minuscolo.
                    Non importa che sia molto, basta solo una scintilla.
                    Una scintilla può incendiare un'intera
                    foresta.
                    Solo una scintilla.
                    Salvala.

                    Penso di esserci riuscito.
                    Sono fiero di esserci riuscito.
                    Che stramaledetta
                    fortuna.
                    Composta domenica 20 ottobre 2013
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