Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Thanaty
in Poesie (Poesie d'Autore)
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Non chiederci la parola

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Ah l'uomo che se ne va sicuro,
    agli altri ed a se stesso amico,
    e l'ombra sua non cura che la canicola
    stampa sopra uno scalcinato muro!

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Elena (1848)

      Ti vidi una volta, una sola volta –anni fa:
      non voglio dir quanti – non molti, tuttavia.
      Era notte, di Luglio; e dalla grande luna piena
      che, come la tua anima, ricercava, elevandosi,
      un suo erto sentiero per l'arco del cielo,
      piovve un serico argenteo velo di luce,
      con sé recando requie, grave afa e sopore,
      sui sollevati visi d'almeno mille rose
      che s'affollavano in un incantato giardino,
      che nessun vento – se non in punta di piedi – osava agitare.
      E cadde su quei visi di rose levati al cielo,
      che in cambio restituirono, per l'amorosa luce,
      le loro anime stesse odorose, in estatica morte.
      Cadde su quei visi di rose levati al cielo,
      che sorridendo morirono, in quel chiuso giardino,
      da te incantati, da quella poesia che tu eri.
      In bianca veste, sopra una sponda di viole,
      ti vidi reclina, mentre che quella luce lunare
      cadeva sui visi sollevati delle rose,
      e sul tuo, sul tuo viso –ahimé, dolente!
      Non fu il Destino che, in quella notte di Luglio,
      non fu forse il Destino ( e Dolore è l'altro suo nome)
      che m'arrestò, davanti a quel giardino,
      a respirar l'incenso di quelle rose addormentate?
      Non un passo nel silenzio: dormiva l'odiato mondo,
      tranne io e te. M'arrestai, guardai
      e ogni cosa in un attimo disparve
      (Oh, ricorda ch'era un magico giardino! )
      Si spense il perlaceo lume della luna:
      non più vidi sponde muscose, tortuosi sentieri,
      i lieti fiori e gli alberi gementi;
      e moriva quel profumo stesso delle rose
      tra le braccia dell'aria innamorata.
      Tutto svaniva fuor che tu sola – una parte anzi di te:
      fuor che quella divina luce nei tuoi occhi-
      fuor che la tua anima nei tuoi occhi alzati al cielo.
      Quelli io vedevo e non altro – l'intero mondo per me.
      Quelli io vedevo e non altro – e così per molte ore-
      quelli solo io vedevo – finché la luna non tramontò.
      Quali selvagge storie del cuore erano inscritte
      in quelle celestiali sfere di cristallo!
      Quale fosco dolore! E sublime speranza!
      Quale tacito e pacato mare d'orgoglio!
      Quale audace ambizione! E che profonda-
      insondabile capacità d'amore!
      Ma disparve infine Diana alla mia vista,
      velata in un giaciglio di scure nuvole a ponente;
      e tu – uno spettro – tra i sepolcrali alberi
      ti dileguasti. Solo i tuoi occhi rimasero.
      Essi non vollero andar via – mai più disparvero.
      Quella notte illuminando il mio solingo cammino,
      non più mi lasciarono (come invece, ahimé,
      le speranze! ). Ovunque mi seguono, mi guidano
      negli anni. Sono i miei ministri – ma io il loro schiavo.
      Loro compito è d'illuminarmi, d'infiammarmi,
      e mio dovere è d'esser salvato da quella luce,
      in quel loro elettrico fuoco purificato,
      in quel loro elisio fuoco santificato.
      Mi colmano l'anima di beltà, di speranza –
      su nel cielo – le stelle a cui mi prostro
      nelle tristi, mute veglie delle mie notti;
      e nel meridiano splendore el giorno
      ancora io le vedo – due fulgenti e dolci
      Veneri, che il sole non può oscurare.
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        Scritta da: sagea
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        E così vorresti fare lo scrittore?

        E così vorresti fare lo scrittore?
        Se non ti esplode dentro
        a dispetto di tutto,
        non farlo
        a meno che non ti venga dritto
        dal cuore e dalla mente e dalla bocca
        e dalle viscere,
        non farlo.
        E così vorresti fare lo scrittore?
        Se non ti esplode dentro
        a dispetto di tutto,
        non farlo
        a meno che non ti venga dritto
        dal cuore e dalla mente e dalla bocca
        e dalle viscere,
        non farlo.

        Se devi startene seduto per ore
        a fissare lo schermo del computer
        o curvo sulla macchina da scrivere
        alla ricerca delle parole,
        non farlo.

        Se lo fai solo per soldi o per fama,
        non farlo
        se lo fai perché vuoi
        delle donne nel letto,
        non farlo.

        Se devi startene lì a
        scrivere e riscrivere,
        non farlo.
        Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
        non farlo.
        Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
        lascia perdere.

        Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
        allora aspetta pazientemente.
        Se non ti esce mai come un ruggito,
        fai qualcos'altro.
        Se prima devi leggerlo a tua moglie
        o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
        o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
        non sei pronto.

        Non essere come tanti scrittori,
        non essere come tutte quelle migliaia di
        persone che si definiscono scrittori,
        non essere monotono o noioso e
        pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento

        le biblioteche del mondo
        hanno sbadigliato
        fino ad addormentarsi per tipi come te
        non aggiungerti a loro
        non farlo
        a meno che non ti esca
        dall'anima come un razzo,
        a meno che lo star fermo
        non ti porti alla follia o
        al suicidio o all'omicidio,
        non farlo
        a meno che il sole dentro di te stia
        bruciandoti le viscere,
        non farlo.
        quando sarà veramente il momento,
        e se sei predestinato,
        si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.

        Non c'è altro modo
        e non c'è mai stato.
        Composta mercoledì 25 settembre 2013
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Posta

          La posta aumenta.
          lettere su lettere per dirmi
          che grande scrittore
          che sono,
          e poesie, romanzi, novelle,
          racconti, ritratti.
          qualcuno chiede solo un autografo,
          un disegno, una parola.
          altri propongono una corrispondenza
          permanente.
          io leggo tutto, butto tutto,
          faccio i miei
          affari.
          so bene che nessuno è
          un "grande" scrittore.
          può esserlo
          stato,
          ma scrivere è un'impresa
          che ricomincia da capo
          ogni volta
          e tutti gli elogi,
          i sigari, le bottiglie
          di vino inviate
          in tuo onore
          non garantiscono
          come sarà la riga successiva,
          e soltanto quella conta,
          il passato è
          inutile,
          siede sulle ginocchia
          degli dei
          mentre i secoli
          svaniscono
          nel loro marcio
          celere
          sfarzo.
          Composta mercoledì 25 settembre 2013
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            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Lancia il dado

            Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo
            Altrimenti, non cominciare mai.

            Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo
            Ciò potrebbe significare perdere fidanzate,
            mogli, parenti, impieghi
            e forse la tua mente.

            Fallo fino in fondo.

            Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni.
            Potrebbe significare gelare su una panchina del parco.
            Potrebbe significare prigione, potrebbe significare derisione, scherno, isolamento.

            L'isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo.

            E lo farai a dispetto dell'emarginazione e delle peggiori diseguaglianze. E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare.

            Se hai intenzione di tentare,
            fallo fino in fondo.
            Non esiste sensazione altrettanto bella.
            Sarai solo con gli Dei.
            E le notti arderanno tra le fiamme

            Fallo, fallo, fallo.
            FALLO!

            Fino in fondo,
            fino in fondo

            Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta
            È l'unica battaglia giusta che esista.
            Composta lunedì 4 novembre 2013
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              Scritta da: Andrea De Candia
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Stupore

              Perché mai a tal punto singolare?
              Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
              Di martedì? In una casa e non nel nido?
              Pelle e non squame? Non foglia, ma viso?
              Perché di persona una volta soltanto?
              E sulla terra? Con una stella accanto?
              Dopo tante ere di non presenza?
              Per tutti i tempi e tutti gli ioni?
              Per i vibrioni e le costellazioni?
              E proprio adesso? Fino all'essenza?
              Sola da me e con me? Perché mi chiedo,
              non a lato, né a miglia di distanza,
              non ieri, né cent'anni addietro, siedo
              e guardo un angolo buio della stanza
              come, rizzato il capo, sta a guardare
              la cosa ringhiante che chiamano cane?
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                Scritta da: Andrea De Candia
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Per una rosa

                Vorrei essere te, così violenta
                così aspra d'amore,
                così accesa di vene di bellezza
                e così castigata.

                Vorrei essere te: sola è piovuta
                una splendida frase musicale
                dalle mani di Dio quando protese
                dentro l'abbraccio della creazione
                spaventava ogni nulla
                e il cammino degli esseri incalzava.

                Tu sei pausa di Dio: Dio in te riposa.
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