Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Elisa Iacobellis
in Poesie (Poesie d'Autore)

Il sogno

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema per la ragione,
troppo forte per la fantasia.
Sei stata saggia a svegliarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e storia le favole.
Entra tra queste braccia. Se ti sembrò
più giusto per me non sognare tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come un lampo o un bagliore di candela
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Così (poiché tu ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
che conoscevi i miei pensieri meglio di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora che ti allontani
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell'amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire. E io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.
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    Scritta da: Alessandro Rossini
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Le cose che fanno la domenica

    L'odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
    Il canto del gallo nel pollaio.
    Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
    L'urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
    La biancheria distesa nel prato.
    Il sole sulle soglie.
    La tovaglia nuova nella tavola.
    Gli specchi nelle camere.
    I fiori nei bicchieri.
    Il girovago che fa piangere la sua armonica.
    Il grido dello spazzacamino.
    L'elemosina.
    La neve.
    Il canale gelato.
    Il suono delle campane.
    Le donne vestite di nero.
    Le comunicanti.
    Il suono bianco e nero del pianoforte.
    Le suore bianche bendate come ferite.
    I preti neri.
    I ricoverati grigi.
    L'azzurro del cielo sereno.
    Le passeggiate degli amanti.
    Le passeggiate dei malati.
    Lo stormire degli alberi.
    I gatti bianchi contro i vetri.
    Il prillare delle rosse ventarole.
    Lo sbattere delle finestre e delle porte.
    Le bucce d'oro degli aranci sul selciato.
    I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
    Le fontane aperte nei giardini.
    Gli aquiloni librati sulle case.
    I soldati che fanno la manovra azzurra.
    I cavalli che scalpitano sulle pietre.
    Le fanciulle che vendono le viole.
    Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
    Le colombe che tubano sul tetto.
    I mandorli fioriti nel convento.
    Gli oleandri rosei nei vestibuli.
    Le tendine bianche che si muovono al vento.
    Composta domenica 18 ottobre 2015
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Alla mia nazione

      Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
      ma nazione vivente, ma nazione europea:
      e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
      governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
      avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
      funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
      una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
      Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
      pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
      tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
      Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
      proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
      E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
      che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
      Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        La quiete dopo la tempesta

        Passata è la tempesta:
        Odo augelli far festa, e la gallina,
        Tornata in su la via,
        Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
        Rompe là da ponente, alla montagna;
        Sgombrasi la campagna,
        E chiaro nella valle il fiume appare.
        Ogni cor si rallegra, in ogni lato
        Risorge il romorio
        Torna il lavoro usato.
        L'artigiano a mirar l'umido cielo,
        Con l'opra in man, cantando,
        Fassi in su l'uscio; a prova
        Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
        Della novella piova;
        E l'erbaiuol rinnova
        Di sentiero in sentiero
        Il grido giornaliero.
        Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
        Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
        Apre terrazzi e logge la famiglia:
        E, dalla via corrente, odi lontano
        Tintinnio di sonagli; il carro stride
        Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
        Si rallegra ogni core.
        Sì dolce, sì gradita
        Quand'è, com'or, la vita?
        Quando con tanto amore
        L'uomo à suoi studi intende?
        O torna all'opre? O cosa nova imprende?
        Quando dè mali suoi men si ricorda?
        Piacer figlio d'affanno;
        Gioia vana, ch'è frutto
        Del passato timore, onde si scosse
        E paventò la morte
        Chi la vita abborria;
        Onde in lungo tormento,
        Fredde, tacite, smorte,
        Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
        Mossi alle nostre offese
        Folgori, nembi e vento.
        O natura cortese,
        Son questi i doni tuoi,
        Questi i diletti sono
        Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
        È diletto fra noi.
        Pene tu spargi a larga mano; il duolo
        Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
        Che per mostro e miracolo talvolta
        Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
        Prole cara agli eterni! Assai felice
        Se respirar ti lice
        D'alcun dolor: beata
        Se te d'ogni dolor morte risana.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Il Vampiro

          Tu che t'insinuasti come una lama
          Nel mio cuore gemente; tu che forte
          Come un branco di demoni venisti
          A fare folle e ornata, del mio spirito
          Umiliato il tuo letto e il regno-infame
          A cui, come il forzato alla catena,
          Sono legato: come alla bottiglia
          L'ubriacone; come alla carogna
          I vermi; come al gioco l'ostinato
          Giocatore - che sia maledetta.
          Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
          Di conquistare la mia libertà;
          Ed il veleno perfido ho pregato
          Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada
          Ed il veleno, pieni di disprezzo,
          M'han detto: "Non sei degno che alla tua
          Schiavitù maledetta ti si tolga,
          Imbecille! - una volta liberato
          Dal suo dominio, per i nostri sforzi,
          tu faresti rivivere il cadaver
          del tuo vampiro, con i baci tuoi!"
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Continuità

            Nulla è mai veramente perduto, o può essere perduto,
            nessuna nascita, forma, identità - nessun oggetto del mondo,
            né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
            l'apparenza non deve ingannare, né l'ambito mutato confonderti il cervello.
            Vasti sono il tempo e lo spazio - vasti i campi della Natura.
            Il corpo lento, invecchiato, freddo - le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
            la luce degli occhi divenuta tenue, tornerà puntualmente a risplendere;
            il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
            alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
            con l'erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.
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              Scritta da: Eclissi
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Amore a prima vista

              Sono entrambi convinti
              che un sentimento improvviso li unì.
              È bella una tale certezza
              ma l'incertezza è più bella.

              Non conoscendosi prima, credono
              che non sia mai successo nulla fra loro.
              Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
              dove da tempo potevano incrociarsi?

              Vorrei chiedere loro
              se non ricordano -
              una volta un faccia a faccia
              forse in una porta girevole?
              Uno "scusi" nella ressa?
              Un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
              - ma conosco la risposta.
              No, non ricordano.

              Li stupirebbe molto sapere
              che già da parecchio
              il caso stava giocando con loro.

              Non ancora del tutto pronto
              a mutarsi per loro in destino,
              li avvicinava, li allontanava,
              gli tagliava la strada
              e soffocando un risolino
              si scansava con un salto.

              Vi furono segni, segnali,
              che importa se indecifrabili.
              Forse tre anni fa
              o il martedì scorso
              una fogliolina volò via
              da una spalla all'altra?
              Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
              Chissà, era forse la palla
              tra i cespugli dell'infanzia?

              Vi furono maniglie e campanelli
              in cui anzitempo
              un tocco si posava sopra un tocco.
              Valigie accostate nel deposito bagagli.
              Una notte, forse, lo stesso sogno,
              subito confuso al risveglio.

              Ogni inizio infatti
              è solo un seguito
              e il libro degli eventi
              è sempre aperto a metà.
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                Scritta da: Andrea De Candia
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                La terra santa

                Ho conosciuto Gerico,
                ho avuto anch'io la mia Palestina,
                le mura del manicomio
                erano le mura di Gerico
                e una pozza di acqua infettata
                ci ha battezzati tutti.
                Lì dentro eravamo ebrei
                e i Farisei erano in alto
                e c'era anche il Messia
                confuso dentro la folla:
                un pazzo che urlava al Cielo
                tutto il suo amore in Dio.
                Noi tutti, branco di asceti
                eravamo come gli uccelli
                e ogni tanto una rete
                oscura ci imprigionava
                ma andavamo verso la messe,
                la messe di nostro Signore
                e Cristo il Salvatore.
                Fummo lavati e sepolti,
                odoravamo di incenso.
                E dopo, quando amavamo
                ci facevano gli elettrochoc
                perché, dicevano, un pazzo
                non può amare nessuno.
                Ma un giorno da dentro l'avello
                anch'io mi sono ridestata
                e anch'io come Gesù
                ho avuto la mia resurrezione,
                ma non sono salita ai cieli
                sono discesa all'inferno
                da dove riguardo stupita
                le mura di Gerico antica.
                Composta lunedì 30 marzo 2015
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