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Poesie di Stéphane Mallarmé

Scrittore, poeta e drammaturgo, nato venerdì 18 marzo 1842 a Parigi (Francia), morto venerdì 9 settembre 1898 a Valvins (Francia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Simona

Le Tombeau de Charles Baudelaire

Le temple enseveli divulgue par la bouche
Sépulcrale d'égout bavant boue et rubis
Abominablement quelque idole Anubis
Tout le museau flambè comme un aboi farouche

Ou que le gaz récent torde la mèche louche
Essuyeuse on le sait des opprobres subis
Il allume hagard un immortel pubis
Dont le vol selon le réverbère découche

Quel feuillage séché dans les cités sans soir
Votif pourra bénir comme elle se rasseoir
Contre le marbre vainement de Baudelaire

Au voile qui la ceint absente avec frissons
Celle son Ombre même un poison tutélaire
Toujours à respirer si nous en périssons.
Stéphane Mallarmé
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    Scritta da: Mattia Del Missier

    Brezza marina

    Come è triste la carne... E ho letto tutti i libri!
    Fuggire! Laggiù fuggire! Ho udito il canto degli uccelli ebbri tra l'ignota schiuma e i cieli.
    Nulla, neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi,
    Potrà Trattenere il mio cuore che si immerge nel mare.
    O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada
    Sul foglio ancora intatto, difeso dal suo chiarore,
    E neppure la giovane donna che nutre il suo bambino.
    Partirò! Nave che culli le tue vele
    Leva l'ancora verso un'esotica natura!
    Una Noia crede ancora, desolata da speranze crudeli, ai fazzoletti agitati nell'ultimo addio.
    E forse gli alberi che attirano la tempesta
    il vento farà inclinare sui naufragi
    Perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole...
    Ma ascolta, mio cuore mio, il canto dei marinai!
    Stéphane Mallarmé
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Dono di versi

      Ti reco questo figlio d'una notte idumea!
      Nera, spiumata, pallido sangue all'ala febea,
      Pel vetro che d'aromi fiammeggianti si dora,
      Per le finestre, ahimé ghiacciate e fosche ancora,
      L'aurora si gettò sulla lampada angelica.
      Palme! E quando mostrò essa quella reliquia
      Al padre che nemico un sorriso tentò,
      L'azzurra solitudine inutile tremò.
      O tu che culli, con la bimba e l'innocenza
      Dei vostri piedi freddi, accogli quest'orrenda
      Nascita: ed evocando clavicembalo e viola,
      Premerai tu col vizzo dito il seno che cola
      La donna in sibillina bianchezza per la bocca
      Dall'azzurro affamata, dall'alta aria non tocca?
      Stéphane Mallarmé
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Saluto

        Nulla, spuma, vergine verso
        A non designar che la coppa;
        Tal si tuffa lungi una frotta
        Di sirene, il dorso riverso.

        Noi navighiamo, o miei diversi
        Amici, io già sulla poppa
        Voi sulla prua ch'apre alla rotta
        Flutto di folgori e d'inverni;

        Un'ebbrezza bella m'ingiunge
        Senza temer beccheggio lungo
        Di levar alto questo salve

        Solitudine, scoglio, stella
        A non importa ciò che valse
        La cura bianca della vela.
        Stéphane Mallarmé
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          L'Azzurro

          Del sempiterno azzurro la serena ironia
          Perséguita, indolente e bella come i fiori,
          Il poeta impotente di genio e di follia
          Attraverso un deserto sterile di Dolori.

          Fuggendo, gli occhi chiusi, io lo sento che scruta
          Intensamente, come un rimorso atterrante,
          L'anima vuota. Dove fuggire? E quale cupa
          Notte gettare a brani sul suo spregio straziante?

          Nebbie, salite! Ceneri e monotoni veli
          Versate, ad annegare questi autunni fangosi,
          Lunghi cenci di bruma per i lividi cieli
          Ed alzate soffitti immensi e silenziosi!

          E tu, esci dai morti stagni letei e porta
          Con te la verde melma e i pallidi canneti,
          Caro Tedio, per chiudere con una mano accorta
          I grandi buchi azzurri degli uccelli crudeli.

          Ed ancora! Che senza sosta i tristi camini
          Fùmino, e di caligine una prigione errante
          Estingua nell'orrore dei suoi neri confini
          Il sole ormai morente giallastro all'orizzonte!

          -Il cielo è morto. - A te, materia, accorro! Dammi
          L'oblio dell'Ideale crudele e del Peccato:
          Questo martire viene a divider lo strame
          Dove il gregge degli uomini felice è coricato.

          Io voglio, poiché infine il mio cervello, vuoto
          Come il vaso d'unguento gettato lungo il muro,
          Più non sa agghindare il pensiero stentato,
          Lugubre sbadigliare verso un trapasso oscuro…

          Invano! Ecco trionfa l'Azzurro nella gloria
          Delle campane. Anima, ecco, voce diventa
          Per più farci paura con malvagia vittoria,
          Ed esce azzurro angelus dal metallo vivente!

          Si espande tra la nebbia, antico ed attraversa
          La tua agonia nativa, come un gladio sicuro:
          Dove andare, in rivolta inutile e perversa?
          Mia ossessione. Azzurro! Azzurro! Azzurro! Azzurro!
          Stéphane Mallarmé
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Rinascita

            L'esangue primavera già tristemente esilia
            L'inverno, tempo lucido, tempo d'arte serena,
            E in me, dove un oscuro sangue colma ogni vena,
            L'impotenza si stira ed a lungo sbadiglia.
            Crepuscoli s'imbiancano tiepidi nella mente
            Che come vecchia tomba serra un cerchio di ferro,
            Ed inseguendo un sogno vago e bello, io erro
            Pei campi ove la linfa esulta immensamente.
            Poi procombo snervato di silvestri sentori,
            E scavando al mio sogno una fossa col viso,
            Mordendo il suolo caldo dove, sbocciano i fiori,
            Attendo nell'abisso che il tedio s'alzi... Oh riso
            Intanto dell'Azzurro sulla siepe e sui voli
            Degli uccelli ridesti che cinguettano al sole!
            Stéphane Mallarmé
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Stanco dell'ozio amaro...

              Stanco dell'ozio amaro in cui la mia pigrizia
              Offende quella gloria per cui fuggii l'infanzia
              Dolcissima dei boschi di rose nell'azzurro
              Naturale, e più ancora stanco del patto duro
              Di scavare vegliando un rinnovato avello
              Dentro l'avaro e freddo suolo del mio cervello,
              Per la sterilità spietato affossatore,
              - Che mai dirò, o Sogni, che mai a quest'Aurora,
              Visitato da rose, se, temendo i suoi fiori
              Lividi, il cimitero unirà i cavi orrori? -
              Voglio lasciare l'Arte vorace di un paese
              Crudele, e, sorridendo ai vecchi volti offesi
              Che mostrano gli amici, il genio ed il passato,
              E il lume che la mia agonia ha vegliato,
              Imitare il Cinese, anima chiara e fina,
              La cui estasi pura è dipinger la cima
              Sopra tazze di neve rapita dalla luna
              D'un fiore strano che la sua vita profuma
              Trasparente, d'un fiore che egli sentì fanciullo
              Innestarsi al suo cuore prezioso, azzurro nulla.
              E la morte così, solo sogno del saggio,
              Sereno, sceglierò un giovane paesaggio
              Che sulle tazze assente la mia mano pingerà.
              Una linea d'azzurro fine e tenue sarà
              Un lago dentro il cielo di nuda porcellana,
              Per una bianca nube una luna lontana
              Immerge il lieve corno nel gelo d'acque calme,
              Presso tre grandi cigli di smeraldo, le canne.
              Stéphane Mallarmé
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Brindisi

                Nulla, una schiuma, vergine verso
                solo a indicare la coppa;
                così al largo si tuffa una frotta
                di sirene, taluna riversa.
                Noi navighiamo, o miei diversi
                amici, io di già sulla poppa
                voi sulla prora fastosa che fende
                il flutto di lampi e d'inverni;
                una bella ebbrezza mi spinge
                né temo il suo beccheggiare
                in piedi a far questo brindisi
                solitudine, stella, scogliera
                a tutto quello che valse
                il bianco affanno della nostra vela.
                Stéphane Mallarmé
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Ventaglio

                  Quasi usando per sua parola
                  Null'altro che un battito al cielo,
                  Il futuro verso s'invola
                  Dall'avorio che in sé lo cela.
                  Ala piano corra all'orecchio
                  Questo ventaglio se esso è
                  Quello per cui qualche specchio
                  Risplendette dietro di te
                  Chiaro (dove ritorna a scendere
                  Inseguita in ogni frammento
                  Un po' d'invisibile cenere
                  Unica a rendermi lamento)
                  Ed appaia uguale domani
                  Tra quelle tue agili mani.
                  Stéphane Mallarmé
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                    Scritta da: Silvana Stremiz

                    Il pagliaccio punito

                    Occhi, laghi alla sola mia ebbrezza di rinascere
                    Altro dall'istrione che col gesto ridesta
                    Come piuma di lampade ignobili la cenere,
                    Ho bucato nel muro di tela una finestra.

                    Nuotando traditore con gambe e braccia sciolte,
                    A molteplici balzi, rinnegando nell'onda
                    Il falso Amleto! È come se mille e mille volte
                    Per vergine sparirvi innovassi una tomba.

                    Ilare oro di cembalo che una mano irritò
                    Il sole tocca a un tratto la pura nudità
                    Che dalla mia freschezza di perla io esalai,

                    Rancida nera pelle quando su me è passata,
                    Ch'era tutto il mio crisma io ignorato, ingrato!,
                    Quel trucco dentro l'acqua perfida dei ghiacciai.
                    Stéphane Mallarmé
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