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Poesie di Gabriele D'Annunzio

Scrittore, poeta, drammaturgo, aviatore, politico e patriota, nato giovedì 12 marzo 1863 a Pescara (Italia), morto martedì 1 marzo 1938 a Gardone Riviera (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi e in Frasi per ogni occasione.

Scritta da: Rosita Matera

Meriggio

A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se acolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l'isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d'aria nell'aria,
l'isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d'aura. La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l'oblío silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L'Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell'uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m'abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s'indora dell'oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dell'onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s'affina.

E la mia forza supina
si stampa nell'arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l'alpi e l'isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch'io nomai
non han più l'usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome né sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita è divina.
Gabriele D'Annunzio
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    Scritta da: Impenitente

    Sopra un erotik

    Voglio un amore doloroso, lento,
    che lento sia come una lenta morte,
    e senza fine (voglio che più forte
    sia de la morte) e senza mutamento.

    Voglio che senza tregua in un tormento
    occulto sian le nostre anime assorte;
    e un mare sia presso a le nostre porte,
    solo che pianga in un silenzio intento.

    Voglio che sia la torre alta granito,
    ed alta sia così che nel sereno
    sembri attingere il grande astro polare.

    Voglio un letto di porpora, e trovare
    in quell'ombra giacendo su quel seno,
    come in fondo a un sepolcro l'Infinito.
    Gabriele D'Annunzio
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      Voglio che tornando tu trovi una paroletta del tuo amico stasera.
      Ho un desiderio desolato di te stasera. Ahimè stasera e sempre.
      Ma stasera il desiderio è di qualità nuova.
      È come un tremito infinitamente lungo e tenue.
      Sono come un mare in cui tremino tutte le gocciole,
      tremano tutte le ali dell'anima,
      tremano tutte le fibre dei nervi,
      tremano tutti i fiori della primavera
      e anche le nuvole del cielo
      e anche le stelle della notte
      e anche la piccola luna trema.
      Trema sui tuoi capelli che sono una schiuma bionda.
      Ho la bocca piena delle tue spalle,
      che sono ora come un fuoco di neve tiepida disciolta in me.
      Godo e soffro.
      Ti ho dentro di me e vorrei tuttavia sentirti sopra di me.
      Non mi hai lasciato tanta musica partendo.
      Stanotte tienimi sul tuo cuore,
      avvolgimi nel tuo sogno,
      incantami col tuo fiato,
      sii sola con me solo.
      Oh melodia melodia...
      Tremano tutte le gocciole del mare.
      Gabriele D'Annunzio
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        Scritta da: Marco Bertazzoli

        L'Onda

        Nella cala tranquilla
        scintilla,
        intesto di scaglia
        come l'antica
        lorica
        del catafratto,
        il Mare.
        Sembra trascolorare.
        S'argenta? S'oscura?
        A un tratto
        come colpo dismaglia
        l'arme, la forza
        del vento l'intacca.
        Non dura.
        Nasce l'onda fiacca,
        sùbito s'ammorza.
        Il vento rinforza.
        Altra onda nasce,
        si perde,
        come agnello che pasce
        pel verde:
        un fiocco di spuma
        che balza!
        Ma il vento riviene,
        rincalza, ridonda.
        Altra onda s'alza,
        nel suo nascimento
        più lene
        che ventre virginale!
        Palpita, sale,
        si gonfia, s'incurva,
        s'alluma, propende.
        Il dorso ampio splende
        come cristallo;
        la cima leggiera
        s'arruffa
        come criniera
        nivea di cavallo.
        Il vento la scavezza.
        L'onda si spezza,
        precipita nel cavo
        del solco sonora;
        spumeggia, biancheggia,
        s'infiora, odora,
        travolge la cuora,
        trae l'alga e l'ulva;
        s'allunga,
        rotola, galoppa;
        intoppa
        in altra cui 'l vento
        diè tempra diversa;
        l'avversa,
        l'assalta, la sormonta,
        vi si mesce, s'accresce.
        Di spruzzi, di sprazzi,
        di fiocchi, d'iridi
        ferve nella risacca;
        par che di crisopazzi
        scintilli
        e di berilli
        viridi a sacca.
        O sua favella!
        Sciacqua, sciaborda,
        scroscia, schiocca, schianta,
        romba, ride, canta,
        accorda, discorda,
        tutte accoglie e fonde
        le dissonanze acute
        nelle sue volute
        profonde,
        libera e bella,
        numerosa e folle,
        possente e molle,
        creatura viva
        che gode
        del suo mistero
        fugace.
        E per la riva l'ode
        la sua sorella scalza
        dal passo leggero
        e dalle gambe lisce,
        Aretusa rapace
        che rapisce la frutta
        ond'ha colmo suo grembo.
        Sùbito le balza
        il cor, le raggia
        il viso d'oro.
        Lascia ella il lembo,
        s'inclina
        al richiamo canoro;
        e la selvaggia
        rapina,
        l'acerbo suo tesoro
        oblìa nella melode.
        E anch'ella si gode
        come l'onda, l'asciutta
        fura, quasi che tutta
        la freschezza marina
        a nembo
        entro le giunga!

        Musa, cantai la lode
        della mia Strofe Lunga.
        Gabriele D'Annunzio
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La sabbia del tempo

          Come scorrea la calda sabbia lieve
          Per entro il cavo della mano in ozio,
          Il cor sentì che il giorno era più breve.

          E un'ansia repentina il cor m'assalse
          5 Per l'appressar dell'umido equinozio
          10 Che offusca l'oro delle piagge salse.

          Alla sabbia del Tempo urna la mano
          Era, clessidra il cor mio palpitante,
          L'ombra crescente d'ogni stelo vano
          Quasi ombra d'ago in tacito quadrante.
          Gabriele D'Annunzio
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Le mani

            Le mani delle donne che incontrammo
            una volta, e nel sogno, e ne la vita:
            oh quelle mani, Anima, quelle dita
            che stringemmo una volta, che sfiorammo
            con le labbra, e nel sogno, e ne la vita!
            Fredde talune, fredde come cose
            morte, di gelo (tutto era perduto):
            o tiepide, parean come un velluto
            che vivesse, parean come le rose:
            rose di qual giardino sconosciuto?
            Ci lasciaron talune una fragranza
            così tenace che per una intera
            notte avemmo nel cuore la primavera;
            e tanto auliva la soligna stanza
            che foresta d'april non più dolce era.
            Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo
            d'uno spirto (ove sei, piccola mano,
            intangibile ormai, che troppo piano
            strinsi? ), venne il rammarico supremo:
            - Tu che m'avesti amato, e non in vano! -
            Da altre venne il desìo, quel violento
            Fulmineo desio che ci percote
            come una sferza; e immaginammo ignote
            lussurie in un'alcova, un morir lento:
            - per quella bocca aver le vene vuote! -
            Altre (o le stesse) furono omicide:
            meravigliose nel tramar l'inganno.
            Tutti gli odor d'Arabia non potranno
            Addolcirle. - Bellissime e infide,
            quanti per voi baciare periranno! -
            Altre (o le stesse), mani alabastrine
            ma più possenti di qualunque spira,
            ci diedero un furor geloso, un'ira
            folle; e pensammo di mozzarle al fine.
            (Nel sogno sta la mutilata, e attira.
            Nel sogno immobilmente eretta vive
            l'atroce donna dalle mani mozze.
            E innanzi a lei rosseggiano due pozze
            di sangue, e le mani entro ancora vive
            sonvi, neppure d'una stilla sozze).
            Ma ben, pari a le mani di Maria,
            altre furono come le ostie sante.
            Brillò su l'anulare il diamante
            né gesti gravi della liturgia?
            E non mai tra i capelli d'un amante.
            Altre, quasi virili, che stringemmo
            forte e a lungo, da noi ogni paura
            fugarono, ogni passione oscura;
            e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo
            illuminarsi l'opera futura.
            Altre ancora ci diedero un profondo
            brivido, quello che non ha l'uguale.
            Noi sentimmo, così, che ne la frale
            palma chiuder potevano esse un mondo
            immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:
            Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.
            Gabriele D'Annunzio
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              Scritta da: Lucia Galasso
              Parola che l'amor da la rotonda
              bocca mi versa come unguenti e odori;
              Parola che da l'odio irrompi fuori
              fischiando come sasso da la fionda;

              sola virtù che da la carne immonda
              alzi gli spinti e inebri di fulgori;
              o seme indistruttibile né cuori,
              Parola, o cosa mistica e profonda;

              ben io so la tua specie e il tuo mistero
              e la forza terribile che dentro
              porti e la pia soavità che spandi;

              ma fossi tu per me fiume tra i grandi
              fiumi più grande, e limpido nel centro
              de la Vita recassi il mio pensiero!
              Gabriele D'Annunzio
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                Scritta da: Lucia Galasso

                I poeti

                Il sogno d'un passato lontano, d'una ignota
                stirpe, d'una remota
                favola nei Poeti luce. Ai Poeti oscuro
                è il sogno del futuro.
                Qual contro l'aure avverse una chioma divina,
                una fiamma divina,
                tal ne la vita splende
                l'Anima, si distende,
                in dietro effusa pende.

                Ospiti fummo (O tu che m'ami: ti sovviene?
                Era ne le tue vene
                il Ritmo), ospiti fummo in imperi di gloria.
                Nativa è la memoria
                in noi, dei fiori ardenti su dai cavi alabastri
                come tangibili astri,
                dei misteri veduti,
                degli amori goduti,
                degli aromi bevuti.

                In qual sera purpurea chiudemmo gli occhi? Quale
                fu ne l'ora mortale
                il nostro Dio? Da quale portentosa ferita
                esalammo la vita?
                Forse dopo una strage di eroi? Sotto il profondo
                ciel d'un letto profondo?
                Le nostre spoglie fiera
                custodì la Chimera
                ne la purpurea sera.

                E al risveglio improvviso dal sonno secolare
                noi vedemmo raggiare
                un altro cielo; udimmo altre voci, altri canti;
                udimmo tutti i pianti
                umani, tutti i pianti umani che la Terra
                nel suo cerchio rinserra.
                Udimmo tutti i vani
                gemiti e gli urli insani
                e le bestemmie immani.

                Udimmo taciturni la querela confusa.
                Ma ne l'anima chiusa
                l'antichissimo sogno, che fluttuava ancòra,
                ebbe una nuova aurora.
                E vivemmo; e ingannammo la vita ricordando
                quella morte, cantando
                dei misteri veduti,
                degli amori goduti,
                degli aromi bevuti.

                Or conviene il silenzio: alto silenzio. Oscuro
                è il sogno del futuro.
                Nuova morte ci attende. Ma in qual giorno supremo,
                o Fato, rivivremo?
                Quando i Poeti al mondo canteranno su corde
                d'oro l'inno concorde:
                - O voi che il sangue opprime,
                Uomini, su le cime
                splende l'Alba sublime!
                Gabriele D'Annunzio
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