Ondeggia, Oceano nella tua cupa e azzurra immensità. A migliaia le navi ti percorrono invano; L'uomo traccia sulla terra i confini, apportatori di sventure, Ma il suo potere ha termine sulle coste, Sulla distesa marina I naufragi sono tutti opera tua, è l'uomo da te vinto, Simile ad una goccia di pioggia, S'inabissa con un gorgoglio lamentoso, Senza tomba, senza bara, senza rintocco funebre, ignoto. Sui tuoi lidi sorsero imperi, contesi da tutti a te solo indifferenti Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma, Cartagine? Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti. Poi vennero parecchi tiranni stranieri, La loro rovina ridusse i regni in deserti; Non così avvenne, per te, immortale e mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde; Il tempo non lascia traccia sulla tua fronte azzurra. Come ti ha visto l'alba della Creazione, così continui a essere mosso dal vento. E io ti ho amato, Oceano, e la gioia dei miei svaghi giovanili, era di farmi trasportare dalle onde come la tua schiuma; fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti, una vera delizia per me. E se il mare freddo faceva paura agli altri, a me dava gioia, Perché ero come un figlio suo, E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine, E giuravo sul suo nome, come ora...
O vecchio bosco pieno d'albatrelli, che sai di funghi e spiri la malìa, cui tutto io già scampanellare udìa di cicale invisibili e d'uccelli: in te vivono i fauni ridarelli ch'hanno le sussurranti aure in balìa; vive la ninfa, e i passi lenti spia, bionda tra le interrotte ombre i capelli. Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia or sì or no, che se il desìo le vinca, l'occhio alcuna ne attinge, e il sol le bacia. Dileguano; e pur viva è la boscaglia, viva sempre nè fior della pervinca e nelle grandi ciocche dell'acacia.
Che importa che tu venga dall'Inferno o dal Cielo o mostro enorme, ingenuo, spaventoso! Se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede penetro un infinito che ignoravo e che adoro? Che importa se da Satana o da Dio? Se sirena o angelo, che importa? Se si fanno per te - fata occhi, di velluto, ritmo, luce, profumo, mia regina- meno orrendo l'universo, meno grevi gli istanti?
Essere come il fiume che scorre silenzioso nella notte, senza temere le tenebre. Se ci sono stelle nel cielo, rifletterle. E se i cieli si riempiono di nubi, così come il fiume, le nubi sono d'acqua; riflettere anch'esse, senza timore, nelle tranquille profondità.
Di ogni battaglia il finale è una bianca pietra tombale Col nome del povero defunto E l'epitaffio, appunto: Qui giace un demente Che provò a stuzzicare l'Oriente.
Prendila sul serio (la vita) ma sul serio a tal punto che a settant'anni pianterai un olivo non perché resti ai tuoi figli ma perché non crederai alla morte e la vita peserà di più sulla bilancia.
Fai pure del tuo peggio per sottrarti a me, ma per tutta la vita mi apparterrai: vita che non durerà più a lungo del tuo amore, perché essa completamente da quell'amore dipende. Non devo perciò temere il massimo dei mali, dal momento che il minimo di essi mi può causare la fine; esiste per me un più felice stato di questo continuo dipendere dai tuoi umori! Tu non puoi torturarmi con la tua incostanza, ne va della mia vita col tuo disdegno. Oh, quale titolo alla felicità posseggo: pago di avere il tuo affetto, contento di dover morire! C'è cosa tanto bella che non tema macchia? Tu potresti ingannarmi e io non saperlo.
Nei suoi sogni la luna è più pigra, stasera: come una bella donna su guanciali profondi, che carezzi con mano disattenta e leggera prima d'addormentarsi i suoi seni rotondi,
lei su un serico dorso di molli aeree nevi moribonda s'estenua in perduti languori, con gli occhi seguitando la apparizioni lievi che sbocciano nel cielo come candidi fiori.
Quando a volte dai torpidi suoi ozi una segreta lacrima sfugge e cade sulla terra, un poeta nottambulo raccatta con mistico fervore
nel cavo della mano quella pallida lacrima iridescente come scheggia d'opale. e, per sottrarla al sole, se la nasconde in cuore.
Modesto è l'autunno, come i taglialegna. Costa molto togliere tutte le foglie da tutti gli alberi di tutti i paesi. La primavera le cucì in volo e ora bisogna lasciarle cadere come se fossero uccelli gialli: Non è facile. Serve tempo. Bisogna correre per le strade, parlare lingue, svedese, portoghese, parlare la lingua rossa, quella verde. Bisogna sapere tacere in tutte le lingue e dappertutto, sempre, lasciare cadere, cadere, lasciare cadere, cadere le foglie. Difficile è essere autunno, facile essere primavera. Accendere tutto quel che è nato per essere acceso. Spegnere il mondo, invece, facendolo scivolare via come se fosse un cerchio di cose gialle, fino a fondere odori, luce, radici, e a far salire il vino all'uva, coniare con pazienza l'irregolare moneta della cima dell'albero e spargerla dopo per disinteressate strade deserte, è compito di mani virili.