Poesie d'Autore migliori


in Poesie (Poesie d'Autore)
Quando musica tu suoni, mia musica,
su quel beato legno che alle dita
gentili replica mentre conduci
la vibrante armonia che mi smarrisce,
quanto invidio quei tasti che in su e in giù
tenendo il cavo di tua mano baciano -
e dal raccolto le mie labbra escluse,
lì accanto, si fan rosse a tanta audacia.
Ben situazione e stato muterebbero,
purché tu le sfiorassi, con quei rapidi
in danza - e tu scorri sì che lieto
fai morto legno più che vive labbra.
Se tanta sorte hanno quegli sfrontati,
dà lor le dita, a me le labbra al bacio.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Angina pectoris

    Se qui c'è la metà del mio cuore, dottore,
    l'altra metà sta in Cina
    nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
    E poi ogni mattina, dottore,
    ogni mattina all'alba
    il mio cuore lo fucilano in Grecia.
    E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno
    quando gli ultimi passi si allontanano
    dall'infermeria
    il mio cuore se ne va, dottore,
    se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.
    E poi sono dieci anni, dottore,
    che non ho niente in mano da offrire al mio popolo
    niente altro che una mela
    una mela rossa, il mio cuore.
    È per tutto questo, dottore,
    e non per l'arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,
    che ho quest'angina pectoris.
    Guardo la notte attraverso le sbarre
    e malgrado tutti questi muri
    che mi pesano sul petto
    il mio cuore batte con la stella più lontana.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Lettera alla madre

      "Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
      il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
      gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
      non sono triste nel Nord: non sono
      in pace con me, ma non aspetto
      perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
      da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
      come tutte le madri dei poeti, povera
      e giusta nella misura d'amore
      per i figli lontani. Oggi sono io
      che ti scrivo. " - Finalmente, dirai, due parole
      di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
      e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
      lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
      "Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
      di treni lenti che portavano mandorle e arance,
      alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
      di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
      questo voglio, dell'ironia che hai messo
      sul mio labbro, mite come la tua.
      Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
      E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
      per tutti quelli che come te aspettano,
      e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
      non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro
      tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
      del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
      non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
      Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
      morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater."
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        Scritta da: Eclissi
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        In una notte bianca

        Ah, non avevo chiuso la porta,
        le candele non avevo acceso,
        non sai come, stanca,
        non mi risolvevo a coricarmi.

        Guardare come si spengono le macchie
        d'abeti nel buio del crepuscolo,
        inebriandomi al suono d'una voce
        che somiglia alla tua.

        E sapere che tutto è perduto,
        che la vita è un maledetto inferno!
        Oh, io ero sicura
        che saresti tornato.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Da poesia in forma di rosa - il libro delle croci

          Da quel gabbione uscii...
          Nessuno mi guardava.
          Per quale distrazione?
          Per quale pensiero immerso
          senza pietà nel cuore?
          Per quale esclusiva
          incomunicabile passione?
          Come una vecchia carta,
          un pezzo di giornale trascinato
          sul lastrico dal vento,
          vagavo, ignorato, contro i cantoni
          di marmo e ottone,
          gli alberelli severi del Nord,
          i vetri di una Banca...
          Il futuro dell'uomo!
          Nessuno sapeva più nulla della pietà,
          della speranza: sapevano
          in questa accanita città,
          solamente il futuro, come già seppero la vita.
          Ognuno l'aveva in cuore,
          passione quotidiana, scontata
          novità, luce della nuova storia.
          E io senza più capire
          cos'aveva potere d'importargli,
          di avere per loro significato
          di farli ridere, di farli piangere,
          ero un vecchio pezzo di giornale,
          trascinato dal nuovo vento
          tra i loro piedi di Angeli.
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            Scritta da: Andrea De Candia
            in Poesie (Poesie d'Autore)
            La sacra notte all'orizzonte è sorta
            e il consolante, grato giorno
            ha rotolato quasi velo d'oro,
            velo gettato sull'abisso. Come
            visione è dileguato il mondo esterno...
            E l'uomo ormai, quale orfanello privo
            di ricetto, sta nudo ed impotente,
            a faccia a faccia con il nero abisso.

            Ed è a se stesso abbandonato, il senno
            annullato, il pensiero derelitto;
            nell'anima sua propria inabissato,
            né di fuori è sostegno né confine...
            Ed ogni cosa luminosa e viva
            gli pare adesso trapassato sogno...
            E nel notturno, estraneo, indecifrato
            conosce egli il retaggio familiare.
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