Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Anniversario (1889)

Sono più di trent'anni e, di queste ore,
mamma, tu con dolor m'hai partorito;
ed il mio nuovo piccolo vagito
t'addolorava più del tuo dolore.
Poi tra il dolore sempre ed il timore,
o dolce madre, m'hai di te nutrito:
e quando fui del corpo tuo vestito,
quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore,
allor sei morta; e son vent'anni: un giorno!
E già gli occhi materni io penso a vuoto;
e il caro viso già mi si scolora;
mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
freddo dè morti, nel tuo sogno immoto,
tu m'accarezzi i riccioli d'allora.
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    in Poesie (Poesie d'Autore)

    I lavoratori

    Ridono continuamente
    anche quando
    un'asse piomba giù
    e rovina una faccia
    o deforma
    un corpo
    loro continuano a ridere,
    quando il colore dell'occhio
    impallidisce da far paura
    per via della poca
    luce
    ridono ancora;
    rugosi e rimbecilliti
    ancora giovani
    ci scherzano sopra:
    un uomo che dimostra sessant'anni
    dirà
    ne ho 32, e
    allora rideranno tutti;
    qualche volta li fanno
    uscire per una boccata d'aria
    ma sono incatenati a ritornare
    da catene, che non
    spezzerebbero
    anche se potessero;
    anche fuori, tra
    gli uomini liberi,
    continuano a ridere,
    girano qua e là
    con un passo zoppicante
    e inane
    quasi non fossero più lì
    con la testa; fuori
    masticano un tozzo di pane,
    tirano sul prezzo, dormono, contano i soldi,
    guardano l'orologio
    e sono di ritorno;
    qualche volta nei confini
    addirittura si fanno seri
    un momento, parlano di
    Fuori, di come deve essere
    orribile,
    essere
    chiusi Fuori
    per sempre, e non essere mai più
    riammessi;
    fa caldo mentre lavorano
    e sudano
    un po',
    ma lavorano sodo e bene,
    lavorano così sodo
    che i nervi si ribellano
    e lì fanno tremare,
    ma spesso sono
    elogiati da quelli
    che tra loro si sono
    innalzati
    come stelle,
    e ora le stelle
    vigilano
    vigilano anche
    per quei pochi
    che potrebbero tentare
    un ritmo più lento
    o mostrare disinteresse
    o simulare
    una malattia
    per avere un po'
    di riposo (il riposo deve essere
    guadagnato per raccogliere le forze
    destinate ad un lavoro
    più perfetto).

    Qualche volta uno muore
    o impazzisce
    e allora da Fuori
    ne arriva uno nuovo
    per sfruttare la sua
    grande occasione.

    Io ci sono stato
    molti anni;
    in principio trovavo il lavoro
    monotono, stupido
    addirittura
    ma ora vedo
    che tutto ha un senso,
    e i lavoratori
    senza volto
    vedo bene che non sono proprio
    brutti, e che le teste
    senz'occhi –
    ora so che quegli occhi
    ci vedono
    e sono capaci
    di seguire il lavoro.
    Le donne che lavorano
    sono spesso le migliori,
    adattandosi con naturalezza,
    e con alcune
    ho amoreggiato nei momenti
    di riposo; in principio
    non sembravano molto diverse
    dalle scimmie
    ma poi
    grazie al mio spirito di osservazione
    mi son o reso conto
    che erano cose
    reali e vive
    come me.

    L'atra sera
    un vecchio lavoratore
    grigio e cieco,
    non più utile
    è stato mandato in pensione
    là Fuori.

    Discorso! Discorso!
    Abbiamo chiesto

    è stato
    un inferno, ha detto lui
    abbiamo riso
    tutti e 4000:
    aveva conservato il suo
    umorismo
    fino
    alla fine.
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      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Brutta serata

      L'uomo è la
      contro un muro
      vicino a un armadio
      sul tavolo c'è un portacenere
      l'omo è là
      e c'è contro di lui la sofferenza
      l'angoscia
      c'è anche una donna
      che è là
      gli amici se ne sono andati
      altre donne se ne sono andate
      un gatto
      contraddizioni come zanzare
      e fa una strana faccia
      l'uomo che guarda la donna che lo guarda
      sa certe cose
      indovina
      e dice
      eccoci qua
      sto per soffrire terribilmente
      non c'è niente da fare
      è cotto
      sorride
      ma ha almeno 250 di febbre
      un dolore da bambino
      come un maneggio
      con gli anelli da infilare a ogni curva
      senza riuscirci
      un dolore d'uomo
      cupo paesaggio
      cose già viste
      e che ritornano dicendo
      non è lo stesso
      è molto meglio
      orchestra singhiozzi
      fantasmi con la faccia di cuore
      sorridenti certezze d'infelicità
      lamenti
      deliziosi sorrisi
      bisturi...
      dolore d'uomo
      irrisoria romanza sanguinante
      storie di calendario
      velocità degli anni
      cognome Dicembre
      nome Giovedì
      matricola 23
      l'anno scorso
      quest'anno
      l'anno venturo
      e l'uomo si dice
      quando si ha mal di denti
      si va dal dentista
      per i piedi c'è il pédicure
      contro l'angoscia e la sofferenza
      che posso fare
      sono ancora una volta
      del tutto perduto...
      ancora una volta mi porto dietro
      qualcuno nella mia caduta
      ecco che torna la nebbia l'amore gli uccelli della felicità
      che nebbia schifosa
      e che schifosi uccelli
      grandi volatili sentimentali
      uccelli dallo sguardo piangente
      andate a picchiare nel muro
      battete le ali
      picchiate contro i mobili
      sudici uccelli di polvere
      cantate falsi la canzone stonata
      falsi volate
      piangete falsi
      impagliati
      automi
      antiquari
      colombi da cartolina
      uccelli con la faccia da ubriacone
      avete nel becco di cartone
      la lettera anonima dell'amore
      uccelli di tutti i paesi
      uccelli di tutti i rami di tutti gli alberi di tutti i paesi
      usignoli de Giappone
      unitevi
      uccelli del paradiso
      uccelli mosca
      uccelli rapaci
      pellicani
      pinguini
      passerotti
      unitevi
      pavoni gridate come pavoni
      uccelli cantate a squarciagola in tutto il mondo
      aquile marine gridate da aquile marine
      e tu bozzagro
      fai il verso del bozzagro
      usignolo
      l'uomo ti ha cavato gli occhi
      perché tu canti meglio
      ma questo ci apre gli occhi
      l'uomo è un bel coglione
      con la sua bella cartolina in mano
      l'uomo che recita il suo monologo da piccione
      amore sempre
      lo stesso amore
      l'uomo che vuole vedere vecchio l'amore
      uccelli migratori
      fermate i vostri viaggi
      uccelli blu
      cucù
      gridate cucù
      gridate a squarciagola
      unitevi
      il mondo deve sapere
      che l'amore non deve più
      l'amore possedere
      fermate i simulacri
      uccelli notturni
      uccelli diurni
      un uccello non appartiene a un altro uccello
      la donna non appartiene all'uomo
      né l'uomo alla donna
      cucù gridate a squarciagola e dite
      mescolate le uova
      cambiate nido
      fuori la testa dalla sabbia struzzi
      dite quel che avete da dire
      l'uomo
      gli uomini non hanno l'aria
      di voler smettere di soffrire
      e io sono uno di loro
      gli uomini non hanno l'aria
      di voler smettere di far soffrire
      ma che cos'ha dunque nel corpo
      tutta questa gente...

      Nel fondo
      tutto ciò che racconto
      uccelli che non mi sentite
      è per passare il tempo
      per nascondermi un po'
      e l'uomo continua vicino al suo armadio
      silenzioso
      lancia ridicoli appelli
      grida aiuto senza parlare
      ha pensato uccello
      s'aggrappa agli uccelli
      se avesse pensato sedia supplicherebbe i mobili
      tocca gli oggetti
      li accarezza
      la scatola dei fiammiferi
      il portacenere
      perde la bussola
      perde la testa
      la sofferenza è pronta
      sta per annegarlo...
      si è fatta molto bella
      per venire a cercarlo
      ha la faccia della giovinezza
      e piccolissimi piedi
      e anche lei soffre
      si lamenta...
      ed è un lamento vero
      ma è stato imparato
      e c'è qualcosa che zoppica in quel lamento
      l'uomo si aggrappa ai mobili
      la sofferenza si attacca a lui e ride
      immediatamente subito
      l'uomo per farla tacere
      cerca di farla soffrire...
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Alba festiva

        Che hanno le campane,
        che squillano vicine,
        che ronzano lontane?
        È un inno senza fine,
        or d'oro, ora d'argento,
        nell'ombre mattutine.
        Con un dondolìo lento
        implori, o voce d'oro,
        nel cielo sonnolento.
        Tra il cantico sonoro
        il tuo tintinno squilla,
        voce argentina - Adoro,
        adoro - Dilla, dilla,
        la nota d'oro - L'onda
        pende dal ciel, tranquilla.
        Ma voce più profonda
        sotto l'amor rimbomba,
        par che al desìo risponda:
        la voce della tomba.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Morte di Clorinda

          Ma ecco omai l'ora fatale è giunta
          che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
          Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
          che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
          e la veste, che d'or vago trapunta
          le mammelle stringea tenera e leve,
          l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente
          morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.

          Segue egli la vittoria, e la trafitta
          vergine minacciando incalza e preme.
          Ella, mentre cadea, la voce afflitta
          movendo, disse le parole estreme;
          parole ch'a lei novo un spirto ditta,
          spirto di fé, di carità, di speme:
          virtù ch'or Dio le infonde, e se rubella
          in vita fu, la vuole in morte ancella.

          - Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
          tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
          a l'alma sì; deh! Per lei prega, e dona
          battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
          In queste voci languide risuona
          un non so che di flebile e soave
          ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
          e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

          Poco quindi lontan nel sen del monte
          scaturia mormorando un picciol rio.
          Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
          e tornò mesto al grande ufficio e pio.
          Tremar sentì la man, mentre la fronte
          non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
          La vide, la conobbe, e restò senza
          e voce e moto. Ahi vista! Ahi conoscenza!

          Non morì già, ché sue virtuti accolse
          tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
          e premendo il suo affanno a dar si volse
          vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
          Mentre egli il suon dè sacri detti sciolse,
          colei di gioia trasmutossi, e rise;
          e in atto di morir lieto e vivace,
          dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace. "

          D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
          come à gigli sarian miste viole,
          e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
          sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
          e la man nuda e fredda alzando verso
          il cavaliero in vece di parole
          gli dà pegno di pace. In questa forma
          passa la bella donna, e par che dorma.
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