Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Ne li occhi porta la mia donna Amore (Vita Nova, XXI)

Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch'ella mira;
ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d'ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
non si po' dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva

    Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva
    al mar là dove il tosco fiume ha foce,
    con Fido il mio destrier pian pian men giva;
    e muggìan l'onde irate in suon feroce.

    Quell'ermo lido, e il gran fragor mi empiva
    il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce)
    d'alta malinconia; ma grata, e priva
    di quel suo pianger, che pur tanto nuoce.

    Dolce oblio di mie pene e di me stesso
    nella pacata fantasia piovea;
    e senza affanno sospirava io spesso:

    quella, ch'io sempre bramo, anco parea
    cavalcando venirne a me dappresso...
    Nullo error mai felice al par mi fea.
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      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Corteo

      Un vecchio d'oro con un orologio a lutto
      Una regina di pena con un uomo d'Inghilterra
      e lavoratori della pace con i tutori del mare
      Un ussaro della compagnia con un fesso della morte
      Un serpente da caffè con un macinino con gli occhiali
      Un cacciatore di corda con un danzatore di teste
      Un maresciallo di schiuma con una pipa in ritirata
      Un neonato in abito nero con un gentleman in fasce
      Un compositore da forca con un pendaglio di musica
      Un raccattatore di coscienza con un rettore di cicche
      Un arrotino di Coligny con un ammiraglio di forbici
      Una suora del Bengala con una tigre di San Vincenzo di Paola
      Un professore di porcellana con un aggiustatore di filosofia
      Un controllore della Tavola Rotonda con cavalieri dell'Azienda del Gas di Parigi
      Un'anitra a Sant'Elena con un Napoleone all'arancia
      Un custode di Samotracia con una Vittoria di cimitero
      Un rimorchiatore di famiglia numerosa con un padre d'alto mare
      Un membro della prostata con una ipertrofia dell'Accademia francese
      Un robusto cavallo in partibus con un vescovo da circo
      Un controllore dalla voce bianca con un piccolo cantore d'autobus
      Un chirurgo terribile con un bambino dentista
      e il generale delle ostriche con un apritore di Gesuiti.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Perché ti vedi giovinetta e bella,
        tanto che svegli ne la mente Amore,
        pres'hai orgoglio e durezza nel core.
        Orgogliosa sè fatta e per me dura,
        po' che d'ancider me, lasso, ti prove:
        credo che 'l facci per esser sicura
        se la vertù d'Amore a morte move.
        Ma perché preso più ch'altro mi trove,
        non hai respetto alcun del mì dolore.
        Possi tu spermentar lo suo valore.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Vivere

          Voglio dire, dormivo soltanto
          mi svegliai con una mosca sul gomito e
          chiamai la mosca Benny
          poi l'uccisi
          e poi m'alzai per guardare
          nella cassetta della posta
          e c'era una specie di avviso
          del governo
          ma siccome non c'era nessuno tra i cespugli
          con la baionetta
          lo stracciai
          e tornai a letto a guardare il soffitto
          e pensai: questo mi piace proprio,
          voglio starmene qui sdraiato per altri dieci minuti
          e rimasi lì sdraiato per altri dieci minuti
          e pensai:
          è assurdo, ho tante cose da fare
          ma voglio starmene qui sdraiato per un'altra
          mezz'ora
          e mi stirai
          mi stirai
          e guardai il sole tra le foglioline di un albero
          fuori, e mi vennero pensieri meravigliosi,
          non mi vennero pensieri immortali,
          e quello fu il momento migliore
          e cominciò a far caldo
          e buttai via le coperte e dormii -
          ma un sogno maledetto:
          ero ancora sul treno
          per le solite 5 ore di viaggio su e giù fino
          all'ippodromo,
          seduto accanto al finestrino,
          davanti al solito oceano malinconico, con la Cina laggiù che m'insinuava
          bizzarrie nel fondo del cervello,
          e poi qualcuno sedette accanto a me
          e parlò di cavalli
          una naftalina di parole che mi sventrarono
          come la morte, e poi ero là
          di nuovo: i cavalli che correvano come una cosa vista
          su uno schermo e i fantini pallidissimi in viso
          e non contava chi vinse
          alla fine e tutti lo sapevano,
          il viaggio di ritorno fatto in sogno era lo stesso
          della realtà:
          neri pesi di notte tutt'intorno
          alle stesse montagne vergognose
          d'essere là, e ancora il mare, ancora
          il treno come un gallo che passa la cruna
          d'un ago
          e mi toccò d'alzarmi per andare al gabinetto
          e non avevo voglia di andare al gabinetto
          perché qualcuno aveva gettato, qualche minchione aveva gettato della carta
          nel cesso, ingorgandolo di nuovo,
          e quando tornai fuori
          nessuno aveva altro da fare che guardare
          la mia faccia
          e io sono così stanco
          che lo sanno quando mi guardano in faccia
          che li
          odio
          e allora odiano me
          e vorrebbero ammazzarmi
          ma non lo fanno.
          Mi svegliai ma siccome non c'era nessuno
          vicino al letto
          per dirmi che
          sbagliavo
          dormii ancora
          un po'.
          Questa volta quando mi svegliai
          era quasi
          sera. La gente tornava dal lavoro.
          Mi alzai e sedetti su una seggiola a guardarli.
          Non avevano una gran bella cera.
          Anche le ragazzine non erano così attraenti come
          quando erano partite.
          E arrivarono gli uomini: sicari, assassini, ladri, truffatori,
          l'intero campionario, e i loro volti erano più orrendi
          di qualunque mascherone mai ideato.

          Trovai un ragno nell'angolo e l'uccisi
          con la scopa.

          Guardai la gente ancora per un po' e poi mi stancai e smisi
          di guardare e mi feci due uova fritte e sedetti a tavola
          con un pezzo di pane e annaffiai il tutto con un goccio di tè.

          Stavo bene.
          Poi feci un bagno e tornai
          a letto.
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