Passaggio
Più che aria
più che acqua
più che labbra
leggera leggera
Il tuo corpo è l'orma del tuo corpo.
Commenta
Più che aria
più che acqua
più che labbra
leggera leggera
Il tuo corpo è l'orma del tuo corpo.
Voglio dire, dormivo soltanto
mi svegliai con una mosca sul gomito e
chiamai la mosca Benny
poi l'uccisi
e poi m'alzai per guardare
nella cassetta della posta
e c'era una specie di avviso
del governo
ma siccome non c'era nessuno tra i cespugli
con la baionetta
lo stracciai
e tornai a letto a guardare il soffitto
e pensai: questo mi piace proprio,
voglio starmene qui sdraiato per altri dieci minuti
e rimasi lì sdraiato per altri dieci minuti
e pensai:
è assurdo, ho tante cose da fare
ma voglio starmene qui sdraiato per un'altra
mezz'ora
e mi stirai
mi stirai
e guardai il sole tra le foglioline di un albero
fuori, e mi vennero pensieri meravigliosi,
non mi vennero pensieri immortali,
e quello fu il momento migliore
e cominciò a far caldo
e buttai via le coperte e dormii -
ma un sogno maledetto:
ero ancora sul treno
per le solite 5 ore di viaggio su e giù fino
all'ippodromo,
seduto accanto al finestrino,
davanti al solito oceano malinconico, con la Cina laggiù che m'insinuava
bizzarrie nel fondo del cervello,
e poi qualcuno sedette accanto a me
e parlò di cavalli
una naftalina di parole che mi sventrarono
come la morte, e poi ero là
di nuovo: i cavalli che correvano come una cosa vista
su uno schermo e i fantini pallidissimi in viso
e non contava chi vinse
alla fine e tutti lo sapevano,
il viaggio di ritorno fatto in sogno era lo stesso
della realtà:
neri pesi di notte tutt'intorno
alle stesse montagne vergognose
d'essere là, e ancora il mare, ancora
il treno come un gallo che passa la cruna
d'un ago
e mi toccò d'alzarmi per andare al gabinetto
e non avevo voglia di andare al gabinetto
perché qualcuno aveva gettato, qualche minchione aveva gettato della carta
nel cesso, ingorgandolo di nuovo,
e quando tornai fuori
nessuno aveva altro da fare che guardare
la mia faccia
e io sono così stanco
che lo sanno quando mi guardano in faccia
che li
odio
e allora odiano me
e vorrebbero ammazzarmi
ma non lo fanno.
Mi svegliai ma siccome non c'era nessuno
vicino al letto
per dirmi che
sbagliavo
dormii ancora
un po'.
Questa volta quando mi svegliai
era quasi
sera. La gente tornava dal lavoro.
Mi alzai e sedetti su una seggiola a guardarli.
Non avevano una gran bella cera.
Anche le ragazzine non erano così attraenti come
quando erano partite.
E arrivarono gli uomini: sicari, assassini, ladri, truffatori,
l'intero campionario, e i loro volti erano più orrendi
di qualunque mascherone mai ideato.
Trovai un ragno nell'angolo e l'uccisi
con la scopa.
Guardai la gente ancora per un po' e poi mi stancai e smisi
di guardare e mi feci due uova fritte e sedetti a tavola
con un pezzo di pane e annaffiai il tutto con un goccio di tè.
Stavo bene.
Poi feci un bagno e tornai
a letto.
Non nascondere il segreto del tuo cuore
Non nascondere
il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.
Onde dorate, e l'onde eran capelli,
navicela d'avorio un dì fendea;
una man pur d'avorio la reggea
per quaasi errori preziosi e quelli;
E mentre i flutti tremolanti e belli
con drittissimo solco dividea,
l'or de le rotte fila Amor cogliea,
per formarne catene à suoi ribelli.
Per l'aureo mar, che rincrespando apria
il procelloso suo biondo tesoro,
agitato il mio core a morte gìa.
Ricco naufragio, in cui sommerso ì moro,
poich'almen fur ne la tempesta mia
di diamante lo scoglio e 'l golfo d'oro.
E l'acqua cade su la morta estate,
e l'acqua scroscia su le morte foglie;
e tutto è chiuso, e intorno le ventate
gettano l'acqua alle inverdite soglie;
e intorno i tuoni brontolano in aria;
se non qualcuno che rotola giù.
Apersi un poco la finestra: udii
rugliare in piena due torrenti e un fiume;
e mi parve d'udir due scoppiettìi
e di vedere un nereggiar di piume.
O rondinella spersa e solitaria,
per questo tempo come sei qui tu?
Oh! non è questo un temporale estivo
col giorno buio e con la rosea sera,
sera che par la sera dell'arrivo,
tenera e fresca come a primavera,
quando, trovati i vecchi nidi al tetto,
li salutava allegra la tribù.
Se n'è partita la tribù, da tanto!
Tanto, che forse pensano al ritorno,
tanto, che forse già provano il canto
che canteranno all'alba di quel giorno:
sognano l'alba di San Benedetto
nel lontano Baghirmi e nel Bornù.
E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote,
l'acqua mi sferza, mi respinge il vento.
Non più gli scoppiettìi, ma le remote
voci dei fiumi, ma sgrondare io sento
sempre più l'acqua, rotolare il tuono,
il vento alzare ogni minuto più.
E fuori vedo due ombre, due voli,
due volastrucci nella sera mesta,
rimasti qui nel grigio autunno soli,
ch'aliano soli in mezzo alla tempesta:
rimasti addietro il giorno del frastuono,
delle grida d'amore e gioventù.
Son padre e madre. C'è sotto le gronde
un nido, in fila con quei nidi muti,
il lor nido che geme e che nasconde
sei rondinini non ancor pennuti.
Al primo nido già toccò sventura.
Fecero questo accanto a quel che fu.
Oh! tardi! Il nido ch'è due nidi al cuore,
ha fame in mezzo a tante cose morte;
e l'anno è morto, ed anche il giorno muore,
e il tuono muglia, e il vento urla più forte,
e l'acqua fruscia, ed è già notte oscura,
e quello ch'era non sarà mai più.
Odi che il bronzo rimbombando langue,
E l'ultimo momento
Morte si strappa, e sul tuo volto esangue
Stende le man:... sei spento.
Urlan le furie accapigliate, e intorno
Stanti con folta notte,
Chè alfine di putredine il soggiorno
Con gli abissi t'inghiotte.
O tu, folle! sperasti altro compenso
Dall'empietà che teco
Negra impresa di sangue, e volo immenso
Tentò eretta del cieco
Ardir su l'ali? accumulare i scempi
Dè tiranni piú rei,
Non re, sapesti; ma percoton gli empi
Non chimerici Dei.
Invan gloria sognasti, il grido invano
Tu dè secoli udisti,
Ch'or plausi turpi d'uno stuolo insano
A esecrazion van misti.
Vincesti? e invan; regnasti? e invan, superbo,
Chè con destra di possa
Dè giusti il Dio del tuo comando acerbo
La catena ha già scossa.
Veggio l'empio seder amplo in suo orgoglio
Qual di monte ombra in campo;
Sublime al par di cedro erge suo soglio;
Ma squarcia l'aer un lampo;
Tosto il veggio tremar, piombar, sotterra
Cacciarsi al divin foco;
Invan lo sguardo mio cercandol erra,
Nemmen conosco il loco.
A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu:
vocali,
Dirò un giorno le vostre origini latenti:
A nero busto irsuto delle mosche lucenti
Che ronzano vicino a fetori crudeli,
Golfi bui; E, candori di vapori e di tende,
Lance di ghiacciai, bianchi re, brividi
d'umbelle;
I, sangue e sputi, porpore, riso di labbra
belle
Nella collera o nelle ebbrezze penitenti;
U, fremiti divini di verdi mari, cicli,
Pace di bestie al pascolo, pace di quelle
rughe
Che imprime alchìmia all'ampia fronte dello
studioso;
O, la superna Tromba piena di strani stridi,
Silenzi visitati dagli Angeli e dai Mondi:
- O, l'Omega, violetto raggio di quei Suoi
Occhi!
Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l'improvvisa vampa
del soffio è breve.
Fissa il gufo
l'invidia della vita,
l'immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.
Me ne sono andato io,
è vero.
Io non ho voluto combattere
la mia battaglia,
non ho saputo difenderti
fino in fondo.
Ma a volte
se penso a dove potresti
essere ora, o con chi...
se immagino che magari
stai baciando un altro
o lo stai andando a prendere
perché lui ha preparato una sorpresa...
provo un dolore,
una piccola fitta di gelosia.
Io vedo i grandi alberi della sera
che innalzano il cielo dei boulevards,
le carrozze di Roma che alle tombe
dell'Appia antica portano la luna.
Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
Pure, lunga la vita fu alla sera
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo,
alle luci sorgenti ai campanili
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
mai più risponderà?
Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
il cielo dei boulevards,
cielo chiaro di rondini!
O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.
Tornerà tornerà,
d'un balzo il cuore
desto
avrà parole?
Chiamerà le cose, le luci, i vivi?
I morti, i vinti, chi li desterà?