Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Pasqua

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s'affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand'ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l'antica pia favola dell'ovo.
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    Scritta da: Marzia Ornofoli
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Sonetto alla libertà da Eleuteria

    Non che io ami i tuoi figli, i cui occhi vuoti
    Vedono solo l'ansia che li opprime
    e le cui menti nulla sanno, e nulla vogliono sapere...
    Ma il ruggito delle tue democrazie,
    i tuoi regni di terrore, le tue grandi anarchie
    Come il mare rispecchiano le mie passioni più selvagge
    Dando un fratello alla mia rabbia: libertà
    Soloper questo le tue urla sgraziate
    Mi sono gradite; altrimenti tutti i re potrebbero
    Togliere ogni diritto alle nazioni con le fruste
    Insanguinate o cannoni traditori, e io
    Resterei indifferente... Invece,
    Invece questi cristi ce muoiono sulle barricate,
    Dio sa che sono con loro in qualche cosa.
    Composta venerdì 31 luglio 2009
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      Scritta da: alessia14
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      A vortice s'abbatte

      A vortice s'abbatte
      sul mio capo reclinato
      un suono d'agri lazzi.
      Scotta la terra percorsa
      da shembe ombre di pinastri,
      e al mare là in fondo fa velo
      più che i rami, allo sguardo, l'afa che a tratti erompe
      dal suolo che si avvena.
      Quando più sordo o meno il ribollio dell'acque
      che s'ingorgano
      accanto a lunghe secche mi raggiunge:
      o è un bombo talvolta ed un ripiovere
      di schiume sulle rocce.
      Come rialzo il viso, ecco cessare
      i tagli sul mio capo; e via scoccare
      verso le strepeanti acque,
      frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
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        Scritta da: Andrea De Candia
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Tua moglie, una conchiglia di mistero,
        donna che si difende alle parole,
        come Petrarca ne farei una dea.
        È donna che ricerca smarrimenti
        che cerca un'acqua torbida di morte
        per poi ridiventare sirenetta.

        Hai mai capito tu quelle ali unite
        di troppo maneggevole farfalla
        che vorrebbe volare oltre i momenti
        di questa terra gonfia di confini?
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          in Poesie (Poesie d'Autore)
          Per tutti gli dei che in cielo governano
il genere umano e la terra, 
cos'è questo fermento? Perché tutte
mi guardate con occhi truci? 
Per i tuoi figli, se a presenziare un tuo parto
Hai mai invocato Lucina, 
per questo vano ornamento di porpora, 
per Giove che questo condanna, 
dimmi, perché mi guardi come una matrigna
o una belva ferita?
          Così con voce tremante pianse il fanciullo,
          quando impietrito fu spogliato,
          un corpo immaturo che avrebbe intenerito
          l'empio cuore dei traci.
          Canidia allora, che fra i capelli arruffati
          ha nodi guizzanti di vipere,
          ordina che su fiamme della Còlchide
          siano arsi cipressi funebri,
          caprifichi divelti dai sepolcri,
          uova di rospo viscido
          sporche di sangue, penne di civetta,
          erbe che vengono da Iolco
          o dall'Iberia, patria di veleni, e ossa
          strappate ai denti di una cagna.
          Sàgana intanto, discinta e con i capelli
          irti come riccio di mare
          o cinghiale in fuga, sparge in tutta la casa
          acqua del lago Averno.
          Veia, che non è distolta da alcun rimorso,
          scava a colpi di zappa
          la terra, gemendo per la fatica:
          qui seppelliranno il fanciullo
          con solo il capo che affiora, come chi nuota
          fuori dell'acqua ha solo il mento,
          perché davanti ai cibi sempre nuovi e freschi
          abbia a morire lentamente:
          col midollo estratto e il fegato inaridito
          si farà così un filtro d'amore,
          quando le sue pupille sbarrate sul cibo
          vietato si saranno spente.
          Era presente anche Folia, la riminese
          (così si crede a Napoli

          fra gli sfaccendati e nelle città vicine),
          che ama le donne come un uomo
          e per magia con l'incanto della sua voce
          strappa dal cielo luna e stelle.
          E Canidia, livida di rabbia, rodendosi
          coi denti l'artiglio del pollice,
          senza ritegno disse:
          'Dell'opera mia
          fedeli testimoni,
          Notte e Luna, regina del silenzio,
          al tempo dei sacri misteri,
          ora, ora assistetemi e l'ira divina
          volgete sulle case ostili.
          Mentre le fiere si nascondono negli orridi,
          abbandonate a un dolce sonno,
          fate che i cani di Suburra latrino
          contro quel vecchio traditore e tutti ridano,
          profumato così com'è di nardo,
          che migliore non saprei fare.
          Ma perché, perché non hanno effetto i veleni
          spietati della barbara Medea?
          Con questi, in fuga, si vendicò della figlia
          del grande Creonte, la superba rivale,
          quando il peplo avvelenato, datole in dono,
          tra le fiamme rapì la sposa in fiore.
          Nessuna radice nascosta in luoghi impervi,
          nessuna erba m'è sfuggita,
          e il letto, in cui dorme, tutte le mie rivali
          dovrebbe per malia fargli scordare.
          Per gli incantesimi d'un'altra maga, ahimè,
          più sapiente, se ne va libero.
          Ma ora, Varo, dovrai piangere a lungo:
          per effetto di un filtro inusitato
          correrai da me e a me tornerà il tuo cuore
          non più attratto da cantilene marsiche.
          Filtro più forte ti preparerò, più forte
          te lo mescerò, visto che mi odi,
          e il cielo sprofonderà nel mare e su questo
          si stenderà la terra,
          se tu per me non arderai d'amore
          come la fiamma nera del bitumè.
          A queste minacce il fanciullo più non tenta
          d'intenerire quelle scellerate,
          ma dopo lo smarrimento rompe il silenzio e
          lancia, come Tieste, la sua maledizione:
          'I filtri non possono mutare il destino
          degli uomini, giusto o ingiusto che sia.
          Vi maledirò; e questa maledizione
          nessun sacrificio potrà espiarla.
          Quando, messo a morte, sarò spirato, innanzi
          vi comparirò nella notte come un demone,
          larva che con gli artigli vi ghermirà il volto,
          perché questo possono i morti,
          e pesando sui vostri cuori inquieti,
          nel terrore vi ruberò il sonno.
          Nei villaggi da ogni parte la folla
          vi lapiderà, streghe maledette,
          e avvoltoi e lupi sull'Esquilino
          dilanieranno le vostre membra insepolte:
          questo dovranno vedere i miei genitori,
          che, ahimè, mi sopravviverannò.
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            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Vivere

            Voglio dire, dormivo soltanto
            mi svegliai con una mosca sul gomito e
            chiamai la mosca Benny
            poi l'uccisi
            e poi m'alzai per guardare
            nella cassetta della posta
            e c'era una specie di avviso
            del governo
            ma siccome non c'era nessuno tra i cespugli
            con la baionetta
            lo stracciai
            e tornai a letto a guardare il soffitto
            e pensai: questo mi piace proprio,
            voglio starmene qui sdraiato per altri dieci minuti
            e rimasi lì sdraiato per altri dieci minuti
            e pensai:
            è assurdo, ho tante cose da fare
            ma voglio starmene qui sdraiato per un'altra
            mezz'ora
            e mi stirai
            mi stirai
            e guardai il sole tra le foglioline di un albero
            fuori, e mi vennero pensieri meravigliosi,
            non mi vennero pensieri immortali,
            e quello fu il momento migliore
            e cominciò a far caldo
            e buttai via le coperte e dormii -
            ma un sogno maledetto:
            ero ancora sul treno
            per le solite 5 ore di viaggio su e giù fino
            all'ippodromo,
            seduto accanto al finestrino,
            davanti al solito oceano malinconico, con la Cina laggiù che m'insinuava
            bizzarrie nel fondo del cervello,
            e poi qualcuno sedette accanto a me
            e parlò di cavalli
            una naftalina di parole che mi sventrarono
            come la morte, e poi ero là
            di nuovo: i cavalli che correvano come una cosa vista
            su uno schermo e i fantini pallidissimi in viso
            e non contava chi vinse
            alla fine e tutti lo sapevano,
            il viaggio di ritorno fatto in sogno era lo stesso
            della realtà:
            neri pesi di notte tutt'intorno
            alle stesse montagne vergognose
            d'essere là, e ancora il mare, ancora
            il treno come un gallo che passa la cruna
            d'un ago
            e mi toccò d'alzarmi per andare al gabinetto
            e non avevo voglia di andare al gabinetto
            perché qualcuno aveva gettato, qualche minchione aveva gettato della carta
            nel cesso, ingorgandolo di nuovo,
            e quando tornai fuori
            nessuno aveva altro da fare che guardare
            la mia faccia
            e io sono così stanco
            che lo sanno quando mi guardano in faccia
            che li
            odio
            e allora odiano me
            e vorrebbero ammazzarmi
            ma non lo fanno.
            Mi svegliai ma siccome non c'era nessuno
            vicino al letto
            per dirmi che
            sbagliavo
            dormii ancora
            un po'.
            Questa volta quando mi svegliai
            era quasi
            sera. La gente tornava dal lavoro.
            Mi alzai e sedetti su una seggiola a guardarli.
            Non avevano una gran bella cera.
            Anche le ragazzine non erano così attraenti come
            quando erano partite.
            E arrivarono gli uomini: sicari, assassini, ladri, truffatori,
            l'intero campionario, e i loro volti erano più orrendi
            di qualunque mascherone mai ideato.

            Trovai un ragno nell'angolo e l'uccisi
            con la scopa.

            Guardai la gente ancora per un po' e poi mi stancai e smisi
            di guardare e mi feci due uova fritte e sedetti a tavola
            con un pezzo di pane e annaffiai il tutto con un goccio di tè.

            Stavo bene.
            Poi feci un bagno e tornai
            a letto.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              In ritardo

              E l'acqua cade su la morta estate,
              e l'acqua scroscia su le morte foglie;
              e tutto è chiuso, e intorno le ventate
              gettano l'acqua alle inverdite soglie;
              e intorno i tuoni brontolano in aria;
              se non qualcuno che rotola giù.
              Apersi un poco la finestra: udii
              rugliare in piena due torrenti e un fiume;
              e mi parve d'udir due scoppiettìi
              e di vedere un nereggiar di piume.
              O rondinella spersa e solitaria,
              per questo tempo come sei qui tu?
              Oh! non è questo un temporale estivo
              col giorno buio e con la rosea sera,
              sera che par la sera dell'arrivo,
              tenera e fresca come a primavera,
              quando, trovati i vecchi nidi al tetto,
              li salutava allegra la tribù.
              Se n'è partita la tribù, da tanto!
              Tanto, che forse pensano al ritorno,
              tanto, che forse già provano il canto
              che canteranno all'alba di quel giorno:
              sognano l'alba di San Benedetto
              nel lontano Baghirmi e nel Bornù.
              E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote,
              l'acqua mi sferza, mi respinge il vento.
              Non più gli scoppiettìi, ma le remote
              voci dei fiumi, ma sgrondare io sento
              sempre più l'acqua, rotolare il tuono,
              il vento alzare ogni minuto più.
              E fuori vedo due ombre, due voli,
              due volastrucci nella sera mesta,
              rimasti qui nel grigio autunno soli,
              ch'aliano soli in mezzo alla tempesta:
              rimasti addietro il giorno del frastuono,
              delle grida d'amore e gioventù.
              Son padre e madre. C'è sotto le gronde
              un nido, in fila con quei nidi muti,
              il lor nido che geme e che nasconde
              sei rondinini non ancor pennuti.
              Al primo nido già toccò sventura.
              Fecero questo accanto a quel che fu.
              Oh! tardi! Il nido ch'è due nidi al cuore,
              ha fame in mezzo a tante cose morte;
              e l'anno è morto, ed anche il giorno muore,
              e il tuono muglia, e il vento urla più forte,
              e l'acqua fruscia, ed è già notte oscura,
              e quello ch'era non sarà mai più.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Parabola

                Il bimbo guarda fra le dieci dita
                la bella mela che vi tiene stretta;
                e indugia - tanto è lucida e perfetta -
                a dar coi denti quella gran ferita.

                Ma dato il morso primo ecco s'affretta:
                e quel che morde par cosa scipita
                per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
                E già la mela è per metà finita.

                Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso
                sempre è lo sguardo che precede il dente -
                fin che s'arresta al torso che già tocca.

                "Non sentii quasi il gusto e giungo al torso! "
                Pensa il bambino... Le pupille intente
                ogni piacere tolsero alla bocca.
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                  Scritta da: Katy X
                  in Poesie (Poesie d'Autore)
                  Me ne sono andato io,
                  è vero.
                  Io non ho voluto combattere
                  la mia battaglia,
                  non ho saputo difenderti
                  fino in fondo.
                  Ma a volte
                  se penso a dove potresti
                  essere ora, o con chi...
                  se immagino che magari
                  stai baciando un altro
                  o lo stai andando a prendere
                  perché lui ha preparato una sorpresa...
                  provo un dolore,
                  una piccola fitta di gelosia.
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