Sono più di trent'anni e, di queste ore, mamma, tu con dolor m'hai partorito; ed il mio nuovo piccolo vagito t'addolorava più del tuo dolore. Poi tra il dolore sempre ed il timore, o dolce madre, m'hai di te nutrito: e quando fui del corpo tuo vestito, quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore, allor sei morta; e son vent'anni: un giorno! E già gli occhi materni io penso a vuoto; e il caro viso già mi si scolora; mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno freddo dè morti, nel tuo sogno immoto, tu m'accarezzi i riccioli d'allora.
Al mattino, al meriggio, al fosco crepuscolo - tu hai udito il mio inno, Maria! In affanno e letizia - nel bene e nel male - tu, madre di Dio, ancora rimani con me! Quando più liete per me scorrevan le Ore, e non una nuvola oscurava il mio cielo, la tua grazia trepida guidava a te l'anima mia perché non si smarrisse; e ora che il Destino per me più addensa le sue tempeste e in me confonde presente e passato, fa' che almeno risplenda il futuro e per me irraggi dolce speranza di te!
Ne li occhi porta la mia donna Amore (Vita Nova, XXI)
Ne li occhi porta la mia donna Amore, per che si fa gentil ciò ch'ella mira; ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira, e cui saluta fa tremar lo core, sì che, bassando il viso, tutto smore, e d'ogni suo difetto allor sospira: fugge dinanzi a lei superbia ed ira. Aiutatemi, donne, farle onore. Ogne dolcezza, ogne pensero umile nasce nel core a chi parlar la sente, ond'è laudato chi prima la vide. Quel ch'ella par quando un poco sorride, non si po' dicer né tenere a mente, sì è novo miracolo e gentile.
Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva al mar là dove il tosco fiume ha foce, con Fido il mio destrier pian pian men giva; e muggìan l'onde irate in suon feroce.
Quell'ermo lido, e il gran fragor mi empiva il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce) d'alta malinconia; ma grata, e priva di quel suo pianger, che pur tanto nuoce.
Dolce oblio di mie pene e di me stesso nella pacata fantasia piovea; e senza affanno sospirava io spesso:
quella, ch'io sempre bramo, anco parea cavalcando venirne a me dappresso... Nullo error mai felice al par mi fea.
Parla il cipresso equinoziale, oscuro e montuoso esulta il capriolo, dentro le fonti rosse le criniere dai baci adagio lavan le cavalle. Giù da foreste vaporose immensi alle eccelse città battono i fiumi lungamente, si muovono in un sogno affettuose vele verso Olimpia. Correranno le intense vie d'Oriente ventilate fanciulle e dai mercati salmastri guarderanno ilari il mondo. Ma dove attingerò io la mia vita ora che il tremebondo amore è morto? Violavano le rose l'orizzonte, esitanti città stavano in cielo asperse di giardini tormentosi, la sua voce nell'aria era una roccia deserta e incolmabile di fiori.
Un vecchio d'oro con un orologio a lutto Una regina di pena con un uomo d'Inghilterra e lavoratori della pace con i tutori del mare Un ussaro della compagnia con un fesso della morte Un serpente da caffè con un macinino con gli occhiali Un cacciatore di corda con un danzatore di teste Un maresciallo di schiuma con una pipa in ritirata Un neonato in abito nero con un gentleman in fasce Un compositore da forca con un pendaglio di musica Un raccattatore di coscienza con un rettore di cicche Un arrotino di Coligny con un ammiraglio di forbici Una suora del Bengala con una tigre di San Vincenzo di Paola Un professore di porcellana con un aggiustatore di filosofia Un controllore della Tavola Rotonda con cavalieri dell'Azienda del Gas di Parigi Un'anitra a Sant'Elena con un Napoleone all'arancia Un custode di Samotracia con una Vittoria di cimitero Un rimorchiatore di famiglia numerosa con un padre d'alto mare Un membro della prostata con una ipertrofia dell'Accademia francese Un robusto cavallo in partibus con un vescovo da circo Un controllore dalla voce bianca con un piccolo cantore d'autobus Un chirurgo terribile con un bambino dentista e il generale delle ostriche con un apritore di Gesuiti.
Ridono continuamente anche quando un'asse piomba giù e rovina una faccia o deforma un corpo loro continuano a ridere, quando il colore dell'occhio impallidisce da far paura per via della poca luce ridono ancora; rugosi e rimbecilliti ancora giovani ci scherzano sopra: un uomo che dimostra sessant'anni dirà ne ho 32, e allora rideranno tutti; qualche volta li fanno uscire per una boccata d'aria ma sono incatenati a ritornare da catene, che non spezzerebbero anche se potessero; anche fuori, tra gli uomini liberi, continuano a ridere, girano qua e là con un passo zoppicante e inane quasi non fossero più lì con la testa; fuori masticano un tozzo di pane, tirano sul prezzo, dormono, contano i soldi, guardano l'orologio e sono di ritorno; qualche volta nei confini addirittura si fanno seri un momento, parlano di Fuori, di come deve essere orribile, essere chiusi Fuori per sempre, e non essere mai più riammessi; fa caldo mentre lavorano e sudano un po', ma lavorano sodo e bene, lavorano così sodo che i nervi si ribellano e lì fanno tremare, ma spesso sono elogiati da quelli che tra loro si sono innalzati come stelle, e ora le stelle vigilano vigilano anche per quei pochi che potrebbero tentare un ritmo più lento o mostrare disinteresse o simulare una malattia per avere un po' di riposo (il riposo deve essere guadagnato per raccogliere le forze destinate ad un lavoro più perfetto).
Qualche volta uno muore o impazzisce e allora da Fuori ne arriva uno nuovo per sfruttare la sua grande occasione.
Io ci sono stato molti anni; in principio trovavo il lavoro monotono, stupido addirittura ma ora vedo che tutto ha un senso, e i lavoratori senza volto vedo bene che non sono proprio brutti, e che le teste senz'occhi – ora so che quegli occhi ci vedono e sono capaci di seguire il lavoro. Le donne che lavorano sono spesso le migliori, adattandosi con naturalezza, e con alcune ho amoreggiato nei momenti di riposo; in principio non sembravano molto diverse dalle scimmie ma poi grazie al mio spirito di osservazione mi son o reso conto che erano cose reali e vive come me.
L'atra sera un vecchio lavoratore grigio e cieco, non più utile è stato mandato in pensione là Fuori.
Discorso! Discorso! Abbiamo chiesto
è stato un inferno, ha detto lui abbiamo riso tutti e 4000: aveva conservato il suo umorismo fino alla fine.