Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Elisa Iacobellis
in Poesie (Poesie d'Autore)
Onde dorate, e l'onde eran capelli,
navicela d'avorio un dì fendea;
una man pur d'avorio la reggea
per quaasi errori preziosi e quelli;

E mentre i flutti tremolanti e belli
con drittissimo solco dividea,
l'or de le rotte fila Amor cogliea,
per formarne catene à suoi ribelli.

Per l'aureo mar, che rincrespando apria
il procelloso suo biondo tesoro,
agitato il mio core a morte gìa.

Ricco naufragio, in cui sommerso ì moro,
poich'almen fur ne la tempesta mia
di diamante lo scoglio e 'l golfo d'oro.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Amore della vita

    Io vedo i grandi alberi della sera
    che innalzano il cielo dei boulevards,
    le carrozze di Roma che alle tombe
    dell'Appia antica portano la luna.

    Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.

    Pure, lunga la vita fu alla sera
    di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo,
    alle luci sorgenti ai campanili
    ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
    mai più risponderà?

    Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
    il cielo dei boulevards,
    cielo chiaro di rondini!

    O sera umana di noi raccolti
    uomini stanchi uomini buoni,
    il nostro dolce parlare
    nel mondo senza paura.

    Tornerà tornerà,
    d'un balzo il cuore
    desto
    avrà parole?
    Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

    I morti, i vinti, chi li desterà?
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      A un vincitore nel pallone

      Di gloria il viso e la gioconda voce,
      Garzon bennato, apprendi,
      E quanto al femminile ozio sovrasti
      La sudata virtude. Attendi attendi,
      Magnanimo campion (s'alla veloce
      Piena degli anni il tuo valor contrasti
      La spoglia di tuo nome), attendi e il core
      Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
      Arena e il circo, e te fremendo appella
      Ai fatti illustri il popolar favore;
      Te rigoglioso dell'età novella
      Oggi la patria cara
      Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
      Del barbarico sangue in Maratona
      Non colorò la destra
      Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
      Che stupido mirò l'ardua palestra,
      Né la palma beata e la corona
      D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
      Forse le chiome polverose e i fianchi
      Delle cavalle vincitrici asterse
      Tal che le greche insegne e il greco acciaro
      Guidò dè Medi fuggitivi e stanchi
      Nelle pallide torme; onde sonaro
      Di sconsolato grido
      L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
      Vano dirai quel che disserra e scote
      Della virtù nativa
      Le riposte faville? E che del fioco
      Spirto vital negli egri petti avviva
      Il caduco fervor? Le meste rote
      Da poi che Febo instiga, altro che gioco
      Son l'opre dè mortali? Ed è men vano
      Della menzogna il vero? A noi di lieti
      Inganni e di felici ombre soccorse
      Natura stessa: e là dove l'insano
      Costume ai forti errori esca non porse,
      Negli ozi oscuri e nudi
      Mutò la gente i gloriosi studi.
      Tempo forse verrà ch'alle ruine
      Delle italiche moli
      Insultino gli armenti, e che l'aratro
      Sentano i sette colli; e pochi Soli
      Forse fien volti, e le città latine
      Abiterà la cauta volpe, e l'atro
      Bosco mormorerà fra le alte mura;
      Se la funesta delle patrie cose
      Obblivion dalle perverse menti
      Non isgombrano i fati, e la matura
      Clade non torce dalle abbiette genti
      Il ciel fatto cortese
      Dal rimembrar delle passate imprese.
      Alla patria infelice, o buon garzone,
      Sopravviver ti doglia.
      Chiaro per lei stato saresti allora
      Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
      Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
      Che nullo di tal madre oggi s'onora:
      Ma per te stesso al polo ergi la mente.
      Nostra vita a che val? Solo a spregiarla:
      Beata allor che nè perigli avvolta,
      Se stessa obblia, né delle putri e lente
      Ore il danno misura e il flutto ascolta;
      Beata allor che il piede
      Spinto al varco leteo, più grata riede.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Che stai?

        Che stai? Già il secol l'orma ultima lascia;
        dove del tempo son le leggi rotte
        precipita, portando entro la notte
        quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

        Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,
        troppo hai del viver tuo l'ore prodotte;
        or meglio vivi, e con fatiche dotte
        a chi diratti antico esempi lascia.

        Figlio infelice, e disperato amante,
        e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
        giovine d'anni e rugoso in sembiante,

        che stai? Breve è la vita, e lunga è l'arte;
        a chi altamente oprar non è concesso
        fama tentino almen libere carte.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Alla Musa

          Pur tu copia versavi alma di canto
          su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
          quando dè miei fiorenti anni fuggiva
          la stagion prima, e dietro erale intanto

          questa, che meco per la via del pianto
          scende di Lete ver la muta riva:
          non udito or t'invoco; ohimè! Soltanto
          una favilla del tuo spirto è viva.

          E tu fuggisti in compagnia dell'ore,
          o Dea! Tu pur mi lasci alle pensose
          membranze, e del futuro al timor cieco.

          Però mi accorgo, e mel ridice amore,
          che mal ponno sfogar rade, operose
          rime il dolor che deve albergar meco.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Quasi un madrigale

            Il girasole piega a occidente
            e già precipita il giorno nel suo
            occhio in rovina e l'aria dell'estate
            s'addensa e già curva le foglie e il fumo
            dei cantieri. S'allontana con scorrere
            secco di nubi e stridere di fulmini
            quest'ultimo gioco del cielo. Ancora,
            e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
            degli alberi stretti dentro la cerchia
            dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
            e sempre quel sole che se ne va
            con il filo del suo raggio affettuoso.

            Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
            la memoria risale dalla morte,
            la vita è senza fine. Ogni giorno
            è nostro. Uno si fermerà per sempre,
            e tu con me, quando ci sembri tardi.
            Qui sull'argine del canale, i piedi
            in altalena, come di fanciulli,
            guardiamo l'acqua, i primi rami dentro
            il suo colore verde che s'oscura.
            E l'uomo che in silenzio s'avvicina
            non nasconde un coltello fra le mani,
            ma un fiore di geranio.
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              Scritta da: Marzia Ornofoli
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Ahimè

              Con ogni passione andare alla deriva
              Fin che l'anima vibri come un liuto a tutti i venti:
              per questo ho rinunciato alla saggezza,
              Alla mia antica disciplina?
              Mi sembra la mia vita un palinsesto
              Di rime e note, canzoncine
              Scribacchiate in vacanza pigramente
              a un ragazzo. A mascherare il segreto.
              Certo avrei potuto giubgere in vetta, un tempo,
              e dalle dissonanze della vita
              Trarre un accordo che salisse a Dio.
              Quel tempo è morto? Con la piccola bacchetta
              Ho solo sfiorato il miele dell'arte-
              e devo prendere l'eredità di un'anima?
              Composta martedì 4 agosto 2009
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                A mia madre dalla sua casa

                M'accoglie la tua vecchia, grigia casa
                steso supino sopra un letto angusto,
                forse il tuo letto per tanti anni. Ascolto,
                conto le ore lentissime a passare,
                più lente per le nuvole che solcano
                queste notti d'agosto in terre avare.

                Uno che torna a notte alta dai campi
                scambia un cenno a fatica con i simili,
                infila l'erta, il vicolo, scompare
                dietro la porta del tugurio. L'afa
                dello scirocco agita i riposi,
                fa smaniare gli infermi ed i reclusi.

                Non dormo, seguo il passo del nottambulo
                sia demente sia giovane tarato
                mentre risuona sopra pietre e ciottoli;
                lascio e prendo il mio carico servile
                e scendo, scendo più che già non sia
                profondo in questo tempo, in questo popolo.
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                  Scritta da: Andrea De Candia
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Rendimi i miei capelli

                  Rendimi i miei capelli,
                  non portarli con te nelle tue pene,
                  inebriami di baci, come statua
                  che abbia compiuto musiche maggiori.

                  O coscia del destino semiaperto,
                  lascia che ti ricami una chimera
                  sull'avambraccio
                  prima che la follia del tempo
                  divori le caviglie.

                  Sei nata donna
                  ma tu sei così oscura
                  come tranello in cui tema il piede
                  di orizzontarsi. Sei la mia dimora,
                  la dimora traslata dalle vigne
                  che fa tacere anche il pavimento.
                  Composta giovedì 31 marzo 2016
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