Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Alla bandiera rossa

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Armonia della Sera

    Ecco venire il tempo che vibrando sullo stelo ogni fiore
    svapora come un incensiere; i suoni e i profumi volteggiano
    nell'aria della sera; valzer malinconico e languida vertigine.

    Ogni fiore svapora come un incensiere; il violino freme
    come un cuore straziato; valzer malinconico, languida
    vertigine! Il cielo è triste e bello come un grande altare.

    Il violino freme come un cuore straziato, un cuore tenero
    che odia il nulla vasto e nero! Il cielo è triste e bello come
    un grande altare; il sole annega nel suo sangue che si raggruma.

    Un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero raccoglie
    ogni vestigio del luminoso passato! Il sole s'è annegato
    nel suo sangue che si raggruma, il tuo ricordo in me riluce
    come un ostensorio.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      L'agrifoglio

      Sul, limitare, tra la casa e 1'orto
      dove son brulli gli alberi, te voglio,
      che vi verdeggi dopo ch'io sia morto,
      sempre, agrifoglio.

      Lauro spinoso t'ha chiamato il volgo,
      che sempre verde t'ammirò sul monte:
      oh! Cola il sangue se un tuo ramo avvolgo
      alla mia fronte!

      Tu devi, o lauro, cingere l'esangue
      fronte dei morti! E nella nebbia pigra
      alle tue bacche del color di sangue,
      venga chi migra,

      tordo, frosone, zigolo muciatto,
      presso la casa ove né suona il tardo
      passo del vecchio. E vengavi d'appiatto
      l'uomo lombardo,

      e del tuo duro legno, alla sua guisa
      foggi cucchiari e mestole; il cucchiare
      con cui la mamma imbocca il bimbo, assisa
      sul limitare.
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        Scritta da: Andrea De Candia
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Le quattro del mattino

        Ora dalla notte al giorno.
        Ora da un fianco all'altro.
        Ora per trentenni.

        Ora rassettata per il canto dei galli.
        Ora in cui la terra ci rinnega.
        Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.
        Ora del chissà-se-resterà-qualcosa-di-noi.

        Ora vuota.
        Sorda, vana.

        Fondo di ogni altra ora.

        Nessuno sta bene alle quattro del mattino.
        Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino
        - le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque,
        se dobbiamo vivere ancora.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Poichè l'alba si accende...

          Poiché l'alba si accende, ed ecco l'aurora,
          poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente
          a ritornare a me che la chiamo e l'imploro,
          poiché questa felicità consente ad esser mia,

          facciamola finita coi pensieri funesti,
          basta con i cattivi sogni, ah! Soprattutto
          basta con l'ironia e le labbra strette
          e parole in cui uno spirito senz'anima trionfava.

          E basta con quei pugni serrati e la collera
          per i malvagi e gli sciocchi che s'incontrano;
          basta con l'abominevole rancore! Basta
          con l'oblìo ricercato in esecrate bevande!

          Perché io voglio, ora che un Essere di luce
          nella mia notte fonda ha portato il chiarore
          di un amore immortale che è anche il primo
          per la grazia, il sorriso e la bontà,

          io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,
          da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,
          camminare diritto, sia per sentieri di muschio
          sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;

          sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita
          verso la meta a cui mi spingerà il destino,
          senza violenza, né rimorsi, né invidia:
          sarà questo il felice dovere in gaie lotte.

          E poiché, per cullare le lentezze della via,
          canterò arie ingenue, io mi dico
          che lei certo mi ascolterà senza fastidio;
          e non chiedo, davvero, altro Paradiso.
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            Scritta da: Antonio Prencipe
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Morta per autoprocurato aborto

            La stanza tua piena di fiori
            e due coltelli, i testimoni
            di un rito che non ha padroni
            un rito l'unico rimedio
            a libertà negate a volontà spezzate

            In mezzo al sangue
            lei per terra vinceva la sua guerra
            senza parlare senza accusare dei suoi tre mesi
            di dolore, di rancore, di timore
            ecco l'immagine
            e tutto a un tratto mi sembra assurdo
            le strade son di burro si scivolava
            si sprofondava che si faceva noi

            Dov'è il coraggio di continuare a dar la vita
            tra le macerie se la gente non ci sente più,
            forse daranno un paradiso a donne come lei
            che così han deciso

            E in tutta questa distruzione
            Io cerco un'altra direzione ma sono già troppo lontana
            qualcosa brucia dentro me, dentro di me
            si torce l'anima
            cos'è successo, che cosa resta adesso
            che cosa sono io
            le grida spaesate
            le mani morsicate sue.
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              Scritta da: Phantastica
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Song - Canzone

              Il peso del mondo
              è amore.
              Sotto il fardello
              di solitudine
              sotto il fardello
              dell'insoddisfazione
              il peso,
              il peso che portiamo
              è amore.

              Chi può negarlo?
              In sogno
              ci tocca
              il corpo,
              nel pensiero
              costruisce
              un miracolo,
              nell'immaginazione
              s'angoscia
              fino a nascer
              nell'umano

              s'affaccia dal cuore
              ardente di purezza -
              poiché il fardello della vita
              è amore,
              ma noi il peso lo portiamo
              stancamente,
              e dobbiam trovar riposo
              tra le braccia dell'amore
              infine,
              trovar riposo tra le braccia
              dell'amore.

              Non c'è riposo
              senza amore,
              né sonno
              senza sogni
              d'amore
              sia matto o gelido
              ossessionato dagli angeli
              o macchine,
              il desiderio finale
              è amore
              non può essere amaro
              non può negare,
              non può negarsi
              se negato:
              il peso è troppo

              deve dare
              senza nulla in cambio
              così come il pensiero
              si dà
              in solitudine
              con tutta la bravura
              del suo eccesso.

              I corpi caldi
              splendono insieme
              al buio
              la mano si muove
              verso il centro
              della carne,
              la pelle trema
              di felicità
              e l'anima viene
              gioiosa fino agli occhi

              sì, sì,
              questo è quel
              che volevo,
              ho sempre voluto,
              ho sempre voluto,
              tornare
              al corpo
              dove sono nato.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Il corvo

                Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo

                Su bizzarri volumi di un sapere remoto,

                Mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito,

                D'improvviso udii bussare leggermente alla porta.

                "C'è qualcuno" mi dissi " che bussa alla mia porta

                Solo questo e nulla più. "

                Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato,

                Dalle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo.

                Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri

                Un sollievo al dolore per la perduta Lenore,

                La rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore

                E che nessuno, qui, chiamerà mai più.

                E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende

                Rabbrividivo, colmo di assurdi tenori inauditi,

                Ebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore:

                "È qualcuno alla porta, che chiede di entrare,

                Qualcuno attardato, che mi chiede di entrare.

                Ecco: è questo e nulla più"

                Poi mi feci coraggio e senza più esitare

                "Signore, " dissi "o Signora, vi prego, perdonatemi,

                Ma ero un po' assopito ed il vostro lieve tocco,

                Il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare

                Di avervi veramente udito". Qui spalancai la porta:

                C'erano solo tenebre e nulla più. "

                Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,

                Stupefatto, impaurito sognai sogni che mai

                Si era osato sognare: ma nessuno violò

                Quel silenzio e soltanto una voce, la mia,

                Bisbigliò la parola "Lenore" e un eco rispose:

                "Lenore". Solo quello e nulla più.

                Rientrai nella mia stanza, l'anima che bruciava.

                Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori,

                E più forte di prima. "Certo" dissi "è qualcosa

                Proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero,

                Renderò pace al cuore, esplorerò il mistero.

                Ma è solo il vento, nulla più. "

                Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali

                Entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi

                Che non fece un inchino, né si fermò un istante.

                E con aria di dame o di gran gentiluomo

                Si appollaiò su un busto di Palladie sulla porta

                Si posò, si sedette, e nulla più.

                Poi quell'uccello d'ebano, col suo austero decoro,

                Indusse ad un sorriso le mie fantasie meste,

                "Perché" dissi "rasata sia la tua cresta, un vile

                Non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive.

                Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive? "

                Disse il Corvo: "Mai più".

                Ma quel corvo posato solitario sul placido busto,

                Come se tutta l'anima versasse in quelle parole,

                Altro non disse, immobile, senza agitare piuma,

                Finché non mormorai: "Altri amici di già sono volati via:

                Lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze"

                Allora disse il Corvo: "Mai più".

                Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto,

                "Parole" mi dissi "che sono la sua scorta sottratta

                A un padrone braccato dal Disastro, perseguitato

                Finché un solo ritornello non ebbe i suoi canti,

                Un ritornello cupo, i canti funebri della sua speranza:

                Mai, mai più".

                Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie,

                Sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta,

                Una poltrona dove affondai tra fantasie diverse,

                Pensando cosa mai l'infausto uccello del tempo antico.

                Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo anomale antico

                Potesse voler dire gracchiando "Mai più".

                Sedevo in congetture senza dire parola

                All'uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore;

                Cercavo di capire, chino il capo sul velluto

                Dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,

                Sul viola del velluto dove la lampada luceva

                E che purtroppo Lei non premerà mai più.

                Parve più densa l'aria, profumata da un occulto

                Turibolo, oscillato da leggeri serafini

                Tintinnanti sul tappeto. "Infelice" esclamai "Dio ti manda

                Un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei,

                Dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore! "

                Disse il Corvo "Mai più".

                "Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello

                Tu sei o demonio, se il maligno" io dissi "ti manda

                O la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa

                Incantata, in questa casa inseguita dall'Onore,

                Io ti imploro, c'è un balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad? "

                Disse il Corvo: "Mai più".

                "Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello

                Tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,

                Per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest'anima afflitta

                Se nell'Eden lontano riavrà quella santa fanciulla,

                La rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore".

                Disse il Corvo: "Mai più".

                "Siano queste parole d'addio" alzandomi gridai

                "uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,

                Alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno

                Della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,

                Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta"

                Disse il Corvo: "Mai più".

                E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora

                Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.

                E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante

                E la luce della lampada getta a terra la sua ombra.

                E l'anima mia dall'ombra che galleggia sul pavimento

                Non si solleverà "Mai più" mai più.
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