Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, tu devi realmente esistere, perché lui esista: chi era coperto di croste è coperto di piaghe, il bracciante diventa mendicante, il napoletano calabrese, il calabrese africano, l'analfabeta una bufala o un cane. Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.
Accarezzami, amore, ma come il sole che tocca la dolce fronte della luna. Non venirmi a molestare anche tu con quelle sciocche ricerche sulle tracce del divino. Dio arriverà all'alba se io sarò tra le tue braccia.
Poiché l'alba si accende, ed ecco l'aurora, poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente a ritornare a me che la chiamo e l'imploro, poiché questa felicità consente ad esser mia,
facciamola finita coi pensieri funesti, basta con i cattivi sogni, ah! Soprattutto basta con l'ironia e le labbra strette e parole in cui uno spirito senz'anima trionfava.
E basta con quei pugni serrati e la collera per i malvagi e gli sciocchi che s'incontrano; basta con l'abominevole rancore! Basta con l'oblìo ricercato in esecrate bevande!
Perché io voglio, ora che un Essere di luce nella mia notte fonda ha portato il chiarore di un amore immortale che è anche il primo per la grazia, il sorriso e la bontà,
io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme, da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia, camminare diritto, sia per sentieri di muschio sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;
sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita verso la meta a cui mi spingerà il destino, senza violenza, né rimorsi, né invidia: sarà questo il felice dovere in gaie lotte.
E poiché, per cullare le lentezze della via, canterò arie ingenue, io mi dico che lei certo mi ascolterà senza fastidio; e non chiedo, davvero, altro Paradiso.
Ora dalla notte al giorno. Ora da un fianco all'altro. Ora per trentenni.
Ora rassettata per il canto dei galli. Ora in cui la terra ci rinnega. Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente. Ora del chissà-se-resterà-qualcosa-di-noi.
Ora vuota. Sorda, vana.
Fondo di ogni altra ora.
Nessuno sta bene alle quattro del mattino. Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino - le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque, se dobbiamo vivere ancora.
Lasciami andare contro la parete tu che hai un fucile carico d'inganni e che vuoi farmi morta con la vita Non morirò ché la tua donna è eterna solo perché ti ha guardato negli occhi dentro il gran giorno della primavera.
La stanza tua piena di fiori e due coltelli, i testimoni di un rito che non ha padroni un rito l'unico rimedio a libertà negate a volontà spezzate
In mezzo al sangue lei per terra vinceva la sua guerra senza parlare senza accusare dei suoi tre mesi di dolore, di rancore, di timore ecco l'immagine e tutto a un tratto mi sembra assurdo le strade son di burro si scivolava si sprofondava che si faceva noi
Dov'è il coraggio di continuare a dar la vita tra le macerie se la gente non ci sente più, forse daranno un paradiso a donne come lei che così han deciso
E in tutta questa distruzione Io cerco un'altra direzione ma sono già troppo lontana qualcosa brucia dentro me, dentro di me si torce l'anima cos'è successo, che cosa resta adesso che cosa sono io le grida spaesate le mani morsicate sue.
Il peso del mondo è amore. Sotto il fardello di solitudine sotto il fardello dell'insoddisfazione il peso, il peso che portiamo è amore.
Chi può negarlo? In sogno ci tocca il corpo, nel pensiero costruisce un miracolo, nell'immaginazione s'angoscia fino a nascer nell'umano
s'affaccia dal cuore ardente di purezza - poiché il fardello della vita è amore, ma noi il peso lo portiamo stancamente, e dobbiam trovar riposo tra le braccia dell'amore infine, trovar riposo tra le braccia dell'amore.
Non c'è riposo senza amore, né sonno senza sogni d'amore sia matto o gelido ossessionato dagli angeli o macchine, il desiderio finale è amore non può essere amaro non può negare, non può negarsi se negato: il peso è troppo
deve dare senza nulla in cambio così come il pensiero si dà in solitudine con tutta la bravura del suo eccesso.
I corpi caldi splendono insieme al buio la mano si muove verso il centro della carne, la pelle trema di felicità e l'anima viene gioiosa fino agli occhi
sì, sì, questo è quel che volevo, ho sempre voluto, ho sempre voluto, tornare al corpo dove sono nato.
Dovrei paragonarti ad un giorno d'estate? (Sonetto 18)
Dovrei paragonarti ad un giorno d'estate? Tu sei ben più raggiante e mite: venti furiosi scuotono le tenere gemme di maggio e il corso dell'estate ha vita troppo breve: talvolta troppo cocente splende l'occhio del cielo e spesso il suo volto d'oro si rabbuia e ogni bello talvolta da beltà si stacca, spoglio dal caso o dal mutevol corso di natura. Ma la tua eterna estate non dovrà sfiorire nè perdere possesso del bello che tu hai; nè morte vantarsi che vaghi nella sua ombra, perché al tempo contrasterai la tua eternità: finché ci sarà un respiro od occhi per vedere questi versi avranno luce e ti daranno vita.
Del sempiterno azzurro la serena ironia Perséguita, indolente e bella come i fiori, Il poeta impotente di genio e di follia Attraverso un deserto sterile di Dolori.
Fuggendo, gli occhi chiusi, io lo sento che scruta Intensamente, come un rimorso atterrante, L'anima vuota. Dove fuggire? E quale cupa Notte gettare a brani sul suo spregio straziante?
Nebbie, salite! Ceneri e monotoni veli Versate, ad annegare questi autunni fangosi, Lunghi cenci di bruma per i lividi cieli Ed alzate soffitti immensi e silenziosi!
E tu, esci dai morti stagni letei e porta Con te la verde melma e i pallidi canneti, Caro Tedio, per chiudere con una mano accorta I grandi buchi azzurri degli uccelli crudeli.
Ed ancora! Che senza sosta i tristi camini Fùmino, e di caligine una prigione errante Estingua nell'orrore dei suoi neri confini Il sole ormai morente giallastro all'orizzonte!
-Il cielo è morto. - A te, materia, accorro! Dammi L'oblio dell'Ideale crudele e del Peccato: Questo martire viene a divider lo strame Dove il gregge degli uomini felice è coricato.
Io voglio, poiché infine il mio cervello, vuoto Come il vaso d'unguento gettato lungo il muro, Più non sa agghindare il pensiero stentato, Lugubre sbadigliare verso un trapasso oscuro…
Invano! Ecco trionfa l'Azzurro nella gloria Delle campane. Anima, ecco, voce diventa Per più farci paura con malvagia vittoria, Ed esce azzurro angelus dal metallo vivente!
Si espande tra la nebbia, antico ed attraversa La tua agonia nativa, come un gladio sicuro: Dove andare, in rivolta inutile e perversa? Mia ossessione. Azzurro! Azzurro! Azzurro! Azzurro!