Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)
Equilibrio
Perché c'è sempre chi ama di più?
Perché c'è sempre chi ama di meno?
Verrà mai il tempo che i due si ameranno
alla stessa intensità?
Si, è stato un flash.
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Perché c'è sempre chi ama di più?
Perché c'è sempre chi ama di meno?
Verrà mai il tempo che i due si ameranno
alla stessa intensità?
Si, è stato un flash.
Come un Gabbiano volerò
incitato
da alberi dalle fronde scomposte
io, piccolo Buddah dell'amore sorridente bikku
volerò
sulla tua pelle sincera
piegata nel Karma
raccolta sul sasso
di un piccolo fiume
nel sole, nel sorriso,
silenzioso azzurro perfetto
dove le nostre ombre s'incontrano
solitaria India
occhi di brace
sentimento fanciullo
gabbiano suadente
così
importante.
Quell'alba
di nefandezza stantia,
armonia
perduta d'un tempo d'arte,
oppure un ritorno
alle origini
del giorno.
Colpa dei pescatori di Granada,
colpa dei timori,
dei prossimi abbagli
spazianti verso stordita luce
da sbagli;
sguardo rivolto ai popoli di montagna
che indipendenti scappano verso la Crimea
attraverso il mare di Azov,
pensiero rivolto alle crome intense
e sguardi sfibrati attorno
ciò che tento di trovare non offrono
sempre,
dall'esterno in nessun caso niente;
trovare armonia,
armonia perduta d'un tempo d'arte.
Chi muore è un eroe allora siamo tutti eroi
e siamo tutti cantanti alcolizzati,
tutti liberi da ogni male, tutti dei dell’Olimpo
con il permesso di fulminare i passanti.
Tutti siamo dadi e rotolare ci fa stare bene,
soavemente rotolare ci fare stare bene.
Siamo tutti figli della stessa madre
e nostro padre è il milite ignoto,
nostro padre è un mezzo Buddha
che ignora il nostro rotolare soave.
Nostro padre ha una barba finta,
è truccato male e fuma il sigaro
nei giorni feriali, nei festivi muore,
soavemente muore, rotolando muore.
Abbiamo dato i nostri risparmi
per la nostra droga, noi tutti,
soavemente ora rotoliamo.
Dio non è santo, noi tutti preghiamo
i santi del cielo maldisposto
e cerchiamo il nostro dio ad ogni costo.
Siamo tutti delle spie sull’orlo del braciere,
intenti solo a rotolare, senza paura di bruciare.
Siamo tutti suicidi, secondini nell’ora di libertà,
non sappiamo stare al nostro posto perché amiamo rotolare,
siamo poeti a dondolo alla mercé dei nostri nemici,
perché non abbiamo partiti per i quali votare.
Siamo il nemico e tutti i figli suoi
e non conosciamo il futuro, così certo.
Voltati, bendati, siamo il plotone d’esecuzione,
davanti ci troviamo i nostri peccati,
con proiettili scheggiati
miriamo al cuore del nostro passato.
Stiamo tutti in coda, fanti di coppe,
alfieri rossi su caselle bianche,
siamo il bossolo nel caricatore,
pallina rotolante rotoliamo nella roulette
fino a svenire di vanità e di noia.
Indagati per illeciti, illecito è il nostro pensare.
Siamo città inventate su mappe dell’Impero,
calici ricolmi di bronzo fuso fumante,
orizzonti innevati dall’alba polare,
rotoliamo sul nevischio soave.
Con gli zigomi ardenti scaliamo le montagne
alla ricerca del segreto del rubino
ma siamo noi il segreto e siamo noi il rubino.
Diciamo parole di cotone e cantiamo,
soavemente cantiamo liturgie pagane
e flauti sono le nostre braccia, arpe i nostri capelli
e violini le dita e viola il nostro cuore.
Catapulte, masse di fuoco,
incendiamo i villaggi dei giusti
ma siamo noi i giusti, siamo noi i nostri avi
che viviamo a stento per raggiungere la morte soave.
Siamo l’esorcismo divino, sbronzati rotoliamo
verso l’estasi dei deboli, siamo i fragili.
Tutti camionisti senza carico,
sorpassi in corsia d’emergenza,
sirene soavi spiegate per la tangente.
Noi siamo la nebbia, avvolgiamo rotolando,
avvolgiamo il sole, stiamo nel sole
e aspettiamo l’attimo per morire.
Ma chi è mio padre, chi è mia madre?
E noi, chi siamo noi?
Noi siamo soli, fuori soli
e soli lottando, soli fuggendo,
soli rotolando, soavemente rotolando.
Il cielo è nero
su una chitarra
che accompagna il cavaliere della luna
mentre
un giocatore sublime
danza vorticosamente
con una gonna al vento
e i capelli rossi di donna
su una bianca spiaggia.
Uccelli migranti sulla
nube
della grande sera
costruiscono i nidi di ghiaccio
dell'ultima estate perduta.
Il ciclo dei robot
è oltre il tramonto:
stirpi di uomini vagano
nella città della vertigine
e gli angeli
piangono i 150 anni in giallo
in un giardino dell'Eden.
Io guardo il segreto del
millennio
per la straordinaria storia dell'uomo.
Cittadino della xxvii città
muoio
alla ricerca di balene
che restano sedute sulla spiaggia.
Il coprifuoco indaga
sul gioco delle passioni:
dunque vivrò come
le famiglie dei castori,
delle foche,
degli scoiattoli
e dormirò,
per l'ultima volta,
su un letto di leoni,
simile a stirpi di uomini
nella terra di Canaan.
Il libro dei re si apre,
ormai,
sulla fondazione della terra
con insostenibile leggerezza:
mostra, solo,
una mano senza pelle,
complice di Dio.
Ecco un centauro lontano
che piange
lacrime d'ambra
su una croce di cristallo:
forse domani
la mia stanza vuota
si riempirà
delle piaghe della storia.
Dolce signora della mia prima
elementare,
hai sempre sulla bocca
quella semplice canzone da due
soldi?
Sai,
sento ancora le grandi gocce di pioggia
che battono sui vetri,
ed oggi, pensa un po',
anche la mia scrivania è color noce.
Forse non sei stata veramente
così bella
come ti ricordo:
sei soltanto un aquilone sperduto tra
le nuvole grigie dei rimpianti
e trasportato in alto dal vento.
Ho avuto un sogno troppo
breve
per farti risvegliare oggi,
dolce signora di un mondo ovattato!
Nel tuo cuore batte ancora
la pioggia di quel novembre buio
che ora sento dentro di me?
Un bacio corre sull'illusione
della mia fanciullezza
e la vecchia estate è ferma,
catino della memoria, infernale ed impietoso.
Dolce signora della mia prima
elementare,
adesso sto danzando con una sconosciuta:
forse ho volato oltre l'aurora.
Ma tu non avrai freddo
e suonerò per tutta una vita elementare,
con una chitarra spezzata:
ricorderò ancora il bambino vestito
d'azzurro,
mentre è il profumo del tuo fiore
rosso
che mi ha ucciso.
Sei dunque tu,
Dio del tumore di mia madre,
Dio dei bambini di Brasilia,
Dio degli sguardi di terrore ubriachi,
Dio delle donne di Zabrè riunite in
cooperative?
Tu ritorni indietro nel tempo,
perché io sono dentro di Te e
fuori di Te,
e Tu sei dentro di me e fuori di me,
tra questi cieli, questi uccelli,
queste pietre, questi ulivi.
Questo tuo suono di pace
conosce i miei silenzi
ed i miei sogni,
ed il fruscio degli alberi è clemente
come una mite aurora.
Vieni, o Dio, con le mani giunte
ed udrai i miei sospiri,
poveri,
di un fanciullo pallido,
e la piazza della chiesa, il sonno
della memoria e l'odore
d'incenso.
Dio degli eterni e dei miei
tanti errori,
quante cose ho schiacciato per non
morire;
poche volte ti ho cercato
ma sempre ti ho voluto,
mentre le bianche mani toccavano
un santino colorato,
memoria e sogno,
fichi ed erba gialla,
cielo stellato e voce di
donna.
Prigioniero di me stesso e
degli altri,
con te mi tornerà la fiaba dei
giorni lontani:
non sono più solo
su una piazza deserta di sole.
Qualche volta ti sento,... sono sicuro... sei tu,
il tuo volto col vento arriva fino a me:
quelle volte mi pento della mia gelosia
ma è soltanto un momento... e il vento presto ti fa volare via.
Ma io voglio un oceano di colori e luci,
voglio un tappeto che corre veloce,
voglio un gregge che pascola nel cielo,
voglio un enorme cappello di pioggia,
voglio una donna che gira nel sole,
voglio un cielo di muschio e di lana.
E allora ingabbierò il vento,
alle porte di quel buio, dove il silenzio
è la voce sguaiata di una vecchia senza amore:
la mia sarà una ridente nostalgia di un cuore,
una confusione, tra vita e... poesia,
E mi domando se un'idea come sei tu, una idea... perché tu sei
solo lidea (non deali),
possa essere legata a una catena:
ho provato una gran pena, credimi
ascoltando il vento fuori,
che corre libero, ovunque va, ovunque vuole
come adesso i miei pensieri verso di te.
E allora ingabbierò il tempo,
perché la moglie di un pedestre comandante non può vivere
solo e da sola nella mia mente:
perché l'amore non basta mai nell'ora
che é sospesa tra gli angeli,
perché col vento non passa mai il tempo e
questo tempo mi ha cercato, ti ha cercato, ci ha cercato... mentre
io cercavo te
o forse mi illudevo di cercare.
E io sono un po' folle, un po' saggio
nello spendere sempre ugualmente la mia paura e il mio coraggio,
la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha
portato,
la paura e il coraggio di dire: " io ho sempre tentato
io ho sempre tentato, io ho sempre tentato... almeno".
Ma non ingabbierò te,
non ti chiuderò in nessuna gabbia, neppure di oro,
perché voglio ancora leggere nei colori del vento,
perché voglio sentire i suoni immemori del tempo,
perché voglio guardarmi di spalle mentre parto,
perché voglio pescare il pesce d'oro di un mio e tuo impossibile
sogno,
perché voglio scendere dalle stelle per toccare la tua bocca,
perché voglio rubare le chiavi al cielo e darle a te,
perché l'inferno esiste ma solo per me che lo temo,
perché la paura dura più dell'amore e io non voglio aver paura ...
ma ho paura,
perché sono un bambino che cammina sull'acqua e tu sei le mie
rotaie,
perché sono un uomo che insegue la tua ombra che si chiama, anche,
nostalgia di me.
E ti lascerò,
perché non voglio essere violentato dal tuo sogno,
perché, proprio io, ho paura di trovare la tua chiave,
perché non voglio sentire il suono della tua eternità che mi rende
sordo,
perché una tua nota suona falsa nel pentagramma della mia vita,
perché manca il tuo lievito che porta alla perfezione dell'amore,
perché non voglio trovare una tua conchiglia rossa nella rete
delle mie illusioni,
perché non voglio stare al caldo abbraccio di una tua doccia
fredda,
perché non voglio tue promesse che non saranno mai pagate,
perché non posso svenderti i miei sogni,
perché, alla fine, mi hai detto e, forse, mi hai dato solo... le
tue "stronzate".
E ti lascerò,
e quel giorno senza di te non sarà un giorno triste:
lo regalerò ad un uomo fermo sulla strada che va verso il sole,
all'eco silenzioso di una immagine ormai troppo lontana,
al famelico cuore di un leone assetato,
a qualcuno che insegue la vita regalando sorrisi,
alla gelida carezza di una violenza subita,
alla donna che entra in un giardino ormai senza cancello,
a qualcuno che si è perso nel suo stesso abbandono,
E ti lascerò...
per poter vivere di nuovo e... sognare
ospite di un ballo in maschera in cui tu non ci sei e io sono solo
la maschera,
una maschera che unisce piacere ed amore senza poter mai creare...
un dolore!
Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l'estate
con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.
Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati -
per paura che i numeri si mescolino.
Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano -
sottraendo, finché non mi cadessero
le dita nella terra della Tasmania.
Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora -
come una buccia la butterei lontano -
e accetterei l'eternità all'istante.
Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l'ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.
(dedicata a F. )
Il vento di scirocco prende forza di libeccio,
Le nubi corrono rapide sopra la luna,
La casa è sferzata come da un flagello,
Il comignolo trema sotto la raffica.
Una notte come questa, quando l'area allenta
La sua vigile stretta su sangue e cervello,
Vecchi terrori di Dio o di fantasma
Tornano in vita strisciando dalle loro caverne;
E Ragione s'avvede d'abitare
Una casa infestata. Ignoti casigliani
Affermano il loro squallido diritto di peccato
Con un titolo più antico del suo.
Presenze incorporee, affollata
Profanazione e rimorso del Tempo,
Sfuggite all'oblio, ripetono
Gli orrori del delitto sconsacrato.
C'è chi tenta di placare con preghiere l'ombra
I cui passi invisibili calcano il pavimento,
La cui paurosa irruzione sale le scale
O forza la serratura della porta vietata.
C'è chi ha veduto cadaveri interrati da tempo
Sottrarsi alla santa vigilanza,
Pallide forme sepolcrali; e ha perfino udito
Gli striduli lamenti d'un'anima in pena,
Errabonda sin che l'alba non abbia varcato
La tenebra dogliosa, e la terra stretto
Più a sé il manto sparso d'uragano, e cacciato
I lugubri fantasmi nella tomba.