Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l'aratro in mezzo alla maggese.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Quelle labbra che Amor creò con le sue mani (Sonetto 145)

    Quelle labbra che Amor creò con le sue mani
    bisbigliarono un suono che diceva "Io odio"
    a me, che per amor suo languivo:
    ma quando ella avvertì il mio penoso stato,
    subito nel suo cuore scese la pietà
    a rimproverar la lingua che sempre dolce
    soleva esprimersi nel dar miti condanne;
    e le insegnò a parlarmi in altro modo,
    "Io odio" ella emendò con un finale,
    che le seguì come un sereno giorno
    segue la notte che, simile a un demonio,
    dal cielo azzurro sprofonda nell'inferno.
    Dalle parole "Io odio" ella scacciò ogni odio
    e mi salvò la vita dicendomi "non te".
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Chiesa veneziana

      Così, da sempre, come una memoria
      che mai giunge a sbiadirsi, che mai
      perde
      la traccia immaginosa, questa storia
      di pietra e d'acqua, di laguna verde,

      tratteggiata dai neri colombari
      delle mura, da lapidi di rosa,
      s'è fatta chiesa aperta agli estuari,
      all'incrocio dei venti. Non riposa

      mai tomba che non veda la sua morte
      frangersi ancora contro il nero eterno.
      E le gondole, battono alle porte
      i lugubri mareggi dell'inverno.
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        Scritta da: Lucio Dusso
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Cum subit illius tristissima noctis imago,
        Quae mihi supremum tempus in Urbe fruit;
        Cum repecto noctem, qua tot mihi cara reliqui;
        Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
        Iamque quiscebant voces hominunque canumque;
        Lunaque nocturnos alta regebat equos.
        Hanc ego suspiciens, et ab hac Capitolia cernens.
        Quae nostro frustra iuncta fuere Lari.

        Quando risorge in me la tristissima immagine di quella notte
        che fu l'ultima ora a me concessa in Roma,
        quando rivivo la notte in cui lasciai tante cose care,
        qualche lacrima ancora mi scorre dagli occhi.
        E già le voci degli uomini e dei cani tacevano;
        e la luna alta nel cielo reggeva i cavalli notturni.
        Io la guardavo lassù, e poi guardavo i templi capitolini, che inutilmente furono vicini al nostro Lare.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Il cielo

          Da qui si doveva cominciare: il cielo.
          Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
          Un'apertura e nulla più,
          ma spalancata.

          Non devo attendere una notte serena,
          né alzare la testa,
          per osservare il cielo.
          L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
          Il cielo mi avvolge ermeticamente
          e mi solleva dal basso.

          Perfino le montagne più alte
          non sono più vicine al cielo
          delle valli più profonde.
          In nessun luogo ce n'è più
          che in un altro.
          La nuvola è schiacciata dal cielo
          inesorabilmente come la tomba.
          La talpa è al settimo cielo
          come il gufo che scuote le ali.
          La cosa che cade in un abisso
          cade da cielo a cielo.

          Friabili, fluenti, rocciosi,
          infuocati e aerei,
          distese di cielo, briciole di cielo,
          folate e cumuli di cielo.
          Il cielo è onnipresente
          perfino nel buio sotto la pelle.

          Mangio cielo, evacuo cielo.
          Sono una trappola in trappola,
          un abitante abitato,
          un abbraccio abbracciato,
          una domanda in risposta a una domanda.

          La divisione in cielo e terra
          non è il modo appropriato
          di pensare a questa totalità.
          Permette solo di sopravvivere
          a un indirizzo più esatto,
          più facile da trovare,
          se dovessero cercarmi.
          Miei segni particolari:
          incanto e disperazione.
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            in Poesie (Poesie d'Autore)

            È bellissimo

            È bellissimo guardare fuori mentre piove.
            Piovono pugni dal cielo e lacrime sudate.
            Tutti fuggono cercando riparo, molti riparano nella fuga.
            La ragione si da ai pazzi, forse perché hanno ragione.
            Il mio torto è il buonumore, non riesco ad alzarmi dal letto senza cantare,
            non riesco ad uscire di casa senza sorridere.
            Mi piace pensare positivo, sorseggiare una birra fresca,
            guardare indietro e vedere il futuro.
            Sentirmi un evaso all'ora dell'aperitivo.
            È bellissimo andare a dormire mentre la città si sveglia.
            Le valigie sono piene di sogni e i treni pieni di rassegnazione.
            Il mio torto è la ragione e la ragione mi dice di seguire l'istinto.
            Non riesco ad alzarmi dal letto senza di te,
            non riesco ad uscire di casa senza tornarci.
            Fuori continua a piovere, mentre il cielo schiarisce,
            ed è bellissimo.
            È bellissimo.
            Composta venerdì 22 marzo 2013
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              Scritta da: Phantastica
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Timor di me?

              Oh, un terribile timore;
              La lietezza esplode
              Contro quei vetri al buio
              Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce
              È un ritorno dalla morte: e chi può mai ridere -
              Dietro, sotto il riquadro del cielo annerito
              Riapparizione ctonia!
              Non scherzo: ché tu hai esperienza
              Di un luogo che non ho mai esplorato,
              UN VUOTO NEL COSMO
              È vero che la mia terra è piccola
              Ma ho sempre affabulato sui luoghi inesplorati
              Con una certa lietezza, quasicché non fosse vero
              Ma tu ci sei, qui, in voce
              La luna è risorta;
              le acque scorrono;
              il mondo non sa di essere nuovo e la sua nuova giornata
              finisce contro gli alti cornicioni e il nero del cielo
              Chi c'è, in quel VUOTO DEL COSMO,
              che tu porti nei tuoi desideri e conosci?
              C'è il padre, sì, lui!
              Tu credi che io lo conosca? Oh, come ti sbagli;
              come ingenuamente dai per certo ciò che non lo è affatto;
              fondi tutto il discorso, ripreso qui, cantando,
              su questa presunzione che per te è umile
              e non sai invece quanto sia superba
              essa porta in sé i segni della volontà mortale della maggioranza -
              L'occhio ilare di me mai disceso agli Inferi,
              ombra infernale vagolante
              nasconde
              E tu ci caschi
              Tu conosci di ciò che è realtà solo quell'Uomo Adulto
              Ossia ciò che si deve conoscere;
              lei, la Donna Adulta, stia all'Inferno
              o nell'Ombra che precede la vita
              e di là operi pure i suoi malefizi, i suoi incantesimi;
              odiala, odiala, odiala;
              e se tu canti e nessuno ti sente, sorridi
              semplicemente perché, per ora, intanto, sei vittoriosa -
              in voce come una giovane figlia avida
              che però ha sperimentato dolcezza;
              Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso
              Con la trama dei rami neri; ormai classici;
              questa è la storia -
              Tu sorridi al Padre -
              Quella persona di cui non ho alcuna informazione,
              che ho frequentato in un sogno che evidentemente non ricordo -
              strano, è da quel mostro di autorità
              che proviene anche la dolcezza
              se non altro come rassegnazione e breve vittoria;
              accidenti, come l'ho ignorato; così ignorato da non saperne niente -
              cosa fare?

              Tu doni, spargi doni, hai bisogno di donare,
              ma il tuo dono te l'ha dato Lui, come tutto;
              ed è Nulla il dono di Nessuno;
              io fingo di ricevere;
              ti ringrazio, sinceramente grato;
              Ma il debole sorriso sfuggente
              non è di timidezza
              è lo sgomento, più terribile, ben più terribile
              di avere un corpo separato, nei regni dell'essere - se è una colpa
              se non è che un incidente:
              ma al posto dell'Altro
              per me c'è un vuoto nel cosmo
              un vuoto nel cosmo
              e da là tu canti.
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