O abbiamo la speranza in noi, o non l'abbiamo; è una dimensione dell'anima, e non dipende da una particolare osservazione del mondo o da una stima della situazione. La speranza non è una predizione, ma un orientamento dello spirito e del cuore; trascende il mondo che viene immediatamente sperimentato, ed è ancorata da qualche parte al di là dei suoi orizzonti.
Mi piace quando taci Mi piace quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca. Sembra che gli occhi ti sian volati via e che un bacio ti abbia chiuso la bocca. Poiché tutte le cose son piene della mia anima emergi dalle cose, piene dell'anima mia. Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima, e rassomigli alla parola malinconia. Mi piace quando taci e sei come distante. E stai come lamentandoti, farfatta turbante. E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge: lascia che io taccia col tuo silenzio. Lascia che ti parli pure col tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e costellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice. Mi piace quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa, come se fossi morta. Allora una parola, un sorriso bastano. E son felice, felice che non sia così.
Ragazza d'acciaio non amavo nessuno al mondo Non amavo nessuno eccetto colui che amavo Il mio innamorato il mio amante colui che mi attraeva Ora tutto e cambiato è lui che ha cessato di amarmi Il mio innamorato che ha cessato di attirarmi sono io? Non lo so e poi cosa cambìa? Sono ora stesa sulla paglia umida dell'amore Tutta sola con tutti gli altri tutta sola disperata Ragazza di latta ragazza arrugginita O amore amore mio morto o vivo Voglio che tu ti ricordi del passato Amore che mi amavi da me ricambiato.
Il vecchio castello che ride sereno sull'alto La valle canora dove si snoda l'azzurro fiume Che rotto e muggente a tratti canta epopea E sereno riposa in larghi specchi d'azzurro: Vita e sogno che in fondo alla mistica valle Agitate l'anima dei secoli passati: Ora per voi la speranza Nell'aria ininterrottamente Sopra l'ombra del bosco che la annega Sale in lontano appello Insaziabilmente Batte al mio cuor che trema di vertigine.
Quelle labbra che Amor creò con le sue mani (Sonetto 145)
Quelle labbra che Amor creò con le sue mani bisbigliarono un suono che diceva "Io odio" a me, che per amor suo languivo: ma quando ella avvertì il mio penoso stato, subito nel suo cuore scese la pietà a rimproverar la lingua che sempre dolce soleva esprimersi nel dar miti condanne; e le insegnò a parlarmi in altro modo, "Io odio" ella emendò con un finale, che le seguì come un sereno giorno segue la notte che, simile a un demonio, dal cielo azzurro sprofonda nell'inferno. Dalle parole "Io odio" ella scacciò ogni odio e mi salvò la vita dicendomi "non te".
Boccaccio era il portiere, il gran portiere giallo della squadra del quartiere. Stava all’erta come un gallo
sulla porta del campetto alla periferia. Diceva: "Qua sul petto, ed ogni palla è mia".
Ma quel giorno, chi lo sa, sbuca di qua sbuca di là - Boccaccio attento! - pa pa la palla è in rete. "Ma va, ma va, Boccaccio, è uno".
Attento, di qua di là, passa non passa, tira. Boccaccio si rigira; si tuffa - passerà?- "Qui non passa nessuno", ma la palla è nel sacco.
E son due. Lo smacco, i fischi, e poi sotto... "Salta a pugno, Boccaccio, ma non la vedi dov’è, salta, salta"... E son tre.
E quattro e cinque e sei. - Boccaccio dove sei?- E sette e otto e nove e piove e piove e piove con grandine e con tuoni. Quattordici palloni nella rete di Boccaccio poveretto poveraccio, bianco come uno straccio col berretto da fantino ubriaco senza vino.
Quanti fischi! e poi "cretino", "pastafrolla", "posapiano", "tappabuchi", "moscardino!" Oh, quel povero Boccaccio nella furia del baccano si strappava i suoi capelli e la folla dai cancelli gli gridava: "Ancora, ancora".
Tutti tutti, ad uno ad uno si strappò capelli e baffi e poi schiaffi sopra schiaffi si ridette per lezione. Restò lì con la sua testa tonda, liscia come palla. "Oh, son quindici con questa - gli gridò dietro la folla - tappabuchi, pastafrolla vai a guardia d’un portone!"
E difatti il buon Boccaccio col berretto e col gallone, mani pronte e spazzolone, oggi è a guardia d’un portone dove passano persone che fermare egli non può, dieci venti cento e più.
Da qui si doveva cominciare: il cielo. Finestra senza davanzale, telaio, vetri. Un'apertura e nulla più, ma spalancata.
Non devo attendere una notte serena, né alzare la testa, per osservare il cielo. L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre. Il cielo mi avvolge ermeticamente e mi solleva dal basso.
Perfino le montagne più alte non sono più vicine al cielo delle valli più profonde. In nessun luogo ce n'è più che in un altro. La nuvola è schiacciata dal cielo inesorabilmente come la tomba. La talpa è al settimo cielo come il gufo che scuote le ali. La cosa che cade in un abisso cade da cielo a cielo.
Friabili, fluenti, rocciosi, infuocati e aerei, distese di cielo, briciole di cielo, folate e cumuli di cielo. Il cielo è onnipresente perfino nel buio sotto la pelle.
Mangio cielo, evacuo cielo. Sono una trappola in trappola, un abitante abitato, un abbraccio abbracciato, una domanda in risposta a una domanda.
La divisione in cielo e terra non è il modo appropriato di pensare a questa totalità. Permette solo di sopravvivere a un indirizzo più esatto, più facile da trovare, se dovessero cercarmi. Miei segni particolari: incanto e disperazione.
Oh, un terribile timore; La lietezza esplode Contro quei vetri al buio Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce È un ritorno dalla morte: e chi può mai ridere - Dietro, sotto il riquadro del cielo annerito Riapparizione ctonia! Non scherzo: ché tu hai esperienza Di un luogo che non ho mai esplorato, UN VUOTO NEL COSMO È vero che la mia terra è piccola Ma ho sempre affabulato sui luoghi inesplorati Con una certa lietezza, quasicché non fosse vero Ma tu ci sei, qui, in voce La luna è risorta; le acque scorrono; il mondo non sa di essere nuovo e la sua nuova giornata finisce contro gli alti cornicioni e il nero del cielo Chi c'è, in quel VUOTO DEL COSMO, che tu porti nei tuoi desideri e conosci? C'è il padre, sì, lui! Tu credi che io lo conosca? Oh, come ti sbagli; come ingenuamente dai per certo ciò che non lo è affatto; fondi tutto il discorso, ripreso qui, cantando, su questa presunzione che per te è umile e non sai invece quanto sia superba essa porta in sé i segni della volontà mortale della maggioranza - L'occhio ilare di me mai disceso agli Inferi, ombra infernale vagolante nasconde E tu ci caschi Tu conosci di ciò che è realtà solo quell'Uomo Adulto Ossia ciò che si deve conoscere; lei, la Donna Adulta, stia all'Inferno o nell'Ombra che precede la vita e di là operi pure i suoi malefizi, i suoi incantesimi; odiala, odiala, odiala; e se tu canti e nessuno ti sente, sorridi semplicemente perché, per ora, intanto, sei vittoriosa - in voce come una giovane figlia avida che però ha sperimentato dolcezza; Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso Con la trama dei rami neri; ormai classici; questa è la storia - Tu sorridi al Padre - Quella persona di cui non ho alcuna informazione, che ho frequentato in un sogno che evidentemente non ricordo - strano, è da quel mostro di autorità che proviene anche la dolcezza se non altro come rassegnazione e breve vittoria; accidenti, come l'ho ignorato; così ignorato da non saperne niente - cosa fare?
Tu doni, spargi doni, hai bisogno di donare, ma il tuo dono te l'ha dato Lui, come tutto; ed è Nulla il dono di Nessuno; io fingo di ricevere; ti ringrazio, sinceramente grato; Ma il debole sorriso sfuggente non è di timidezza è lo sgomento, più terribile, ben più terribile di avere un corpo separato, nei regni dell'essere - se è una colpa se non è che un incidente: ma al posto dell'Altro per me c'è un vuoto nel cosmo un vuoto nel cosmo e da là tu canti.