Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

La Credenza

È un ampio armadio scolpito; l'antica scura
quercia ha preso una buon'aria di vecchia gente;
l'armadio è aperto, e scioglie dentro l'ombratura
come onda di vin vecchio, un profumo attraente.

È un miscuglio di vecchie anticaglie, stipato
di panni odorosi e gialli, di straccetti
di donne e fanciulli, di appassiti merletti,
di scialli di nonna col grifo pitturato;

- Qui trovi ciocche di capelli bianche e bionde,
i ritratti, i medaglioni, la frutta e i fiori
secchi il cui profumo insieme si confonde.

- Ne sai di storie, o mia credenza d'ore morte!
Vorresti dirci i tuoi racconti, e fai rumori
se lente s'aprono le grandi nere porte.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Quelle labbra che Amor creò con le sue mani (Sonetto 145)

    Quelle labbra che Amor creò con le sue mani
    bisbigliarono un suono che diceva "Io odio"
    a me, che per amor suo languivo:
    ma quando ella avvertì il mio penoso stato,
    subito nel suo cuore scese la pietà
    a rimproverar la lingua che sempre dolce
    soleva esprimersi nel dar miti condanne;
    e le insegnò a parlarmi in altro modo,
    "Io odio" ella emendò con un finale,
    che le seguì come un sereno giorno
    segue la notte che, simile a un demonio,
    dal cielo azzurro sprofonda nell'inferno.
    Dalle parole "Io odio" ella scacciò ogni odio
    e mi salvò la vita dicendomi "non te".
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      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Di fronte all'Africa

      Aver casa è un bene
      dolce il sonno sotto il proprio tetto
      figli, giardino e cane.
      Ma certo appena ti sei riposato dall'ultimo viaggio

      la lontananza t'insegue con nuove lusinghe.
      Meglio è patire di nostalgia di casa
      e sotto le alte stelle, solo,
      riposare con la propria melanconia.

      Avere e riposare può soltanto,
      chi ha il cuore tranquillo,
      mentre il viandante sopporta fatiche e difficoltà
      con sempre delusa speranza.

      In vero più lieve è il tormento di andare,
      più lieve che trovar pace nelle valli di casa,
      dove tra le gioie e le solite cure
      solo il saggio sa costruire la propria felicità.

      Per me è meglio cercare e mai trovare
      che legarmi, caldo e stretto a quanto mi è accanto,
      perché anche nel bene, su questa terra
      sono solo ospite, mai cittadino.
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        Scritta da: Marco Bertazzoli
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        L'Onda

        Nella cala tranquilla
        scintilla,
        intesto di scaglia
        come l'antica
        lorica
        del catafratto,
        il Mare.
        Sembra trascolorare.
        S'argenta? S'oscura?
        A un tratto
        come colpo dismaglia
        l'arme, la forza
        del vento l'intacca.
        Non dura.
        Nasce l'onda fiacca,
        sùbito s'ammorza.
        Il vento rinforza.
        Altra onda nasce,
        si perde,
        come agnello che pasce
        pel verde:
        un fiocco di spuma
        che balza!
        Ma il vento riviene,
        rincalza, ridonda.
        Altra onda s'alza,
        nel suo nascimento
        più lene
        che ventre virginale!
        Palpita, sale,
        si gonfia, s'incurva,
        s'alluma, propende.
        Il dorso ampio splende
        come cristallo;
        la cima leggiera
        s'arruffa
        come criniera
        nivea di cavallo.
        Il vento la scavezza.
        L'onda si spezza,
        precipita nel cavo
        del solco sonora;
        spumeggia, biancheggia,
        s'infiora, odora,
        travolge la cuora,
        trae l'alga e l'ulva;
        s'allunga,
        rotola, galoppa;
        intoppa
        in altra cui 'l vento
        diè tempra diversa;
        l'avversa,
        l'assalta, la sormonta,
        vi si mesce, s'accresce.
        Di spruzzi, di sprazzi,
        di fiocchi, d'iridi
        ferve nella risacca;
        par che di crisopazzi
        scintilli
        e di berilli
        viridi a sacca.
        O sua favella!
        Sciacqua, sciaborda,
        scroscia, schiocca, schianta,
        romba, ride, canta,
        accorda, discorda,
        tutte accoglie e fonde
        le dissonanze acute
        nelle sue volute
        profonde,
        libera e bella,
        numerosa e folle,
        possente e molle,
        creatura viva
        che gode
        del suo mistero
        fugace.
        E per la riva l'ode
        la sua sorella scalza
        dal passo leggero
        e dalle gambe lisce,
        Aretusa rapace
        che rapisce la frutta
        ond'ha colmo suo grembo.
        Sùbito le balza
        il cor, le raggia
        il viso d'oro.
        Lascia ella il lembo,
        s'inclina
        al richiamo canoro;
        e la selvaggia
        rapina,
        l'acerbo suo tesoro
        oblìa nella melode.
        E anch'ella si gode
        come l'onda, l'asciutta
        fura, quasi che tutta
        la freschezza marina
        a nembo
        entro le giunga!

        Musa, cantai la lode
        della mia Strofe Lunga.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)
          Quando tu sarai vecchia, bimba (Ronsard già te lo disse),
          ricorderai quei versi che io recitavo.
          Avrai i seni tristi d'aver cresciuto i figli,
          gli ultimi germogli della tua vita vuota...
          Io sarò così lungi che le tue mani di cera
          areranno il ricordo delle mie rovine nude.
          Comprenderai che può nevicare in Primavera
          e che in Primavera le nevi son più crude.
          Io sarò così lungi che l'amore e la pena
          che prima vuotai nella tua vita come un'anfora piena
          saranno condannati a morire tra le mie mani...
          E sarà tardi perché se n'è andata la mia adolescenza,
          tardi perché i fiori una volta danno essenza
          e perché anche se mi chiamerai io sarò così lungi.
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            Scritta da: Andrea De Candia
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Epitaffio

            Qui giace come virgola antiquata
            l'autrice di qualche poesia. La terra l'ha degnata
            dell'eterno riposo, sebbene la defunta
            dai gruppi letterari stesse ben distante.
            E anche sulla tomba di meglio non c'è niente
            di queste poche rime, d'un gufo e la bardana.
            Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
            e sulla sorte di Szymborska medita un istante.
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              Scritta da: Francesca Fontana
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Divina Commedia, V canto inferno

              E quella a me: "Nessun maggior dolore
              che ricordarsi del tempo felice
              ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

              Ma s'a conoscer la prima radice
              del nostro amor tu hai cotanto affetto,
              dirò come colui che piange e dice.

              Noi leggiavamo un giorno per diletto
              di Lancialotto come amor lo strinse;
              soli eravamo e sanza alcun sospetto.

              Per più fïate li occhi ci sospinse
              quella lettura, e scolorocci il viso;
              ma solo un punto fu quel che ci vinse.

              Quando leggemmo il disïato riso
              esser basciato da cotanto amante,
              questi, che mai da me non fia diviso,

              la bocca mi basciò tutto tremante.
              Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
              quel giorno più non vi leggemmo avante".
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                in Poesie (Poesie d'Autore)

                La lettura di poesia

                Pieno pomeriggio
                in un college vicino al mare
                sobrio
                col sudore che mi cola sulle braccia,
                una goccia di sudore sul tavolo,
                l'asciugo col dito,
                per i soldi per i soldi
                mio dio penseranno che adoro tutto questo come gli altri
                mentre è per il pane e la birra e l'affitto
                per i soldi,
                sono teso faccio schifo mi sento male
                poveracci che fiasco, che disastro.

                Una donna si alza,
                esce
                sbatte la porta.

                Una poesia sconcia
                me l'avevano detto di non leggere poesie sconce
                qui
                troppo tardi.

                I miei occhi non vedono alcune righe,
                le leggo
                fino alla fine -
                disperato, tremante,
                che schifezza.

                Non possono sentire la mia voce
                e io dico
                basta, è finita, sono
                rovinato.

                E più tardi in camera mia
                trovo birra e scotch:
                il sangue d'un codardo.

                Questo dunque
                sarà il mio destino:
                scribacchiare per quattro soldi in stanze semibuie
                leggere poesie di cui da un pezzo mi sono
                stancato.

                E una volta credevo
                che gli uomini che guidano l'autobus
                o puliscono le latrine
                o ammazzano altri uomini nei vicoli
                fossero degli idioti.
                Composta mercoledì 25 settembre 2013
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