Poesie d'Autore migliori


in Poesie (Poesie d'Autore)
Spesso la vita è soltanto luce
che sfavilla nei colori della gioia
e ride e non chiede di coloro
che soffrirono, che perirono.

Il mio cuore però sta sempre dalla parte di coloro
che nascondono il dolore
e si ritirano alla sera nella camera
per piangere di struggimento.

So che tanti stanno errando
angosciati e sofferenti,
tutte le loro anime chiamo sorelle
e do loro il benvenuto.

So che piangono di sera
chinati su mani bagnate,
vedono soltanto pareti oscure
e non lo splendore di luci.

Portano però di nascosto,
persi ed inconsapevoli,
la dolce luce dell'amore
per tenebre e pene.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La belle dame sans merci

    Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano
    le briciole di pane che io gettavo
    sul tuo balcone perché tu sentissi
    anche chiusa nel sonno le loro strida.

    Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due
    e il nostro breakfast gela fra cataste
    per me di libri inutili e per te di reliquie
    che non so: calendari, astucci, fiale e creme.

    Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato
    sui fondali di calce del mattino;
    ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco
    soffocato è il bagliore dell'accendino.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Come posso ritrovare la mia pace (Sonetto 28)

      Come posso ritrovare la mia pace
      se il ristoro del sonno mi è negato?
      Se l'affanno del giorno non riposa nella notte
      ma giorno da notte è oppresso e notte da giorno?
      Ed entrambi, anche se l'un l'altro ostili,
      d'accordo si dan mano solo per torturarmi
      l'uno con la fatica, l'altra con l'angoscia
      di esser da te lontano, sempre più lontano.
      Per cattivarmi il giorno gli dico che sei luce
      e lo abbellisci se nubi oscurano il suo cielo:
      così pur blandisco la cupa notte dicendo
      che tu inargenti la sera se non brillano stelle.
      Ma il giorno ogni giorno prolunga le mie pene
      e la notte ogni notte fa il mio dolor più greve.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Il tempo perso

        Sulla porta dell'officina
        d'improvviso si ferma l'operaio
        la bella giornata l'ha tirato per la giacca
        e non appena volta lo sguardo
        per osservare il sole
        tutto rosso tutto tondo
        sorridente nel suo cielo di piombo
        fa l'occhiolino
        familiarmente
        Dimmi dunque compagno Sole
        davvero non ti sembra
        che sia un po' da coglione
        regalare una giornata come questa
        ad un padrone?
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Al sonno

          O soave che balsamo soffondi
          alla quieta mezzanotte, e serri
          con attente e benevole le dita
          gli occhi nostri del buio compiaciuti,
          protetti dalla luce, avvolti d'ombra
          nel ricovero di un divino oblio.
          O dolcissimo sonno! Se ti piace
          chiudi a metà di questo, che è tuo, inno
          i miei occhi in vedetta, o attendi l'Amen
          prima che il tuo papavero al mio letto
          largisca in carità il suo dondolio.
          Poi salvami, altrimenti il giorno andato
          lucido apparirà sul mio guanciale
          di nuovo, producendo molte pene,
          salvami dall'alerte coscienza
          che viepiù insignorisce il suo vigore
          causa l'oscurità, scavando come
          una talpa. Volgi abile la chiave
          nella toppa oliata e dà il sigillo
          allo scrigno, che tace, del mio cuore.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Canto primo

            Quando l'Eterno passeggiò col guardo
            Tutto il creato, diffondendo intorno
            Riso di pace, e fiammeggiar si vide
            Nè cieli il Sole, e rotear le stelle
            Dietro la dolce-radïante Luna
            Tra il fresco vel di solitaria notte,
            E germogliò natura, e al grigio capo
            Degli altissimi monti alberi eccelsi
            Fèro corona, e orrisonando udissi
            L'ampio padre Oceàn fremer da lungi;
            Sin da quel giorno d'aquilon su i vanni
            Scese Giustizia, e i fulmini guizzando
            Al fianco le strideano, i dispersi
            Crini eran cinti d'abbaglianti lampi.
            In alto assisa vide ergersi il fumo
            D'innocuo sangue, che fraterna mano
            Invida sparse, e dagli vacui abissi
            A tracannarlo, e tingersi le guance
            Morte ansante lanciossi: immerse allora
            La Dea nel sangue il brando, e a far vendetta
            Piombò su l'orbe, che tacque e crollò.
            Ma fra le colpe di natura infame
            Brutta d'orrore la tremenda Dea
            Si fè nel viso, e 'l lagrimato manto
            E le aggruppate chiome ad ogni scossa
            Grondavan sangue, e fra gemiti ed ululi
            S'udia l'inferno e la potenza eterna
            Bestemmiando invocati. - A un tratto sparve
            Contaminata la Giustizia fera,
            E al sozzo pondo dell'umane colpe
            Le suo immense bilance cigolaro;
            Balzò l'una alle sfere, e l'altra cadde
            Inabissata nel tartareo centro.

            L'Onnipossente dal più eccelso giro
            Della sua gloria, d'onde tutto move,
            Udì le strida del percosso mondo,
            E al ciel lanciarsi la ministra eterna
            Vide: accennò la fronte, e le soavi
            Arpe angeliche tacquero; e la faccia
            Prostraro i cherubini, e '1 firmamento
            Squassato s'incurvò. - Verrà quel giorno,
            Verrà quel giorno, disse Dio, che all'aere
            Ondeggeranno quasi lievi paglie
            L'audaci moli; le turrite cime,
            D'un astro allo strisciar, cenere e fumo
            Saranno a un tratto; tentennar vedrassi
            Orrisonante la sferrata terra,
            Che stritolata piomberà nel lembo
            D'antiqua notte, fra le cui tenèbre
            E Luna e Sol staran confusi e muti;
            Negro e sanguigno bollirà furente
            Lo spumante Oceàn, rigurgitando
            Dall'imo ventre polve e fracid'ossa,
            Che al rintronar di rantolosa tuba
            Rivestiran lor salma, e quai giganti
            Vedransi passeggiar su le ruine
            Dè globi inabissati! E morte e nulla
            Tutto sarà: precederammi il foco,
            Fia mio soglio Giustizia, e fianmi ancelle,
            Armate il braccio ed infiammato il volto,
            Ira e Paura! Ma Pietà sul mondo
            Scenda sino a quel giorno, e di tremenda
            Giustizia fermi l'instancabil brando.
            Disse; e Pietà, dei Serafin tra mille
            Voci di gaudio, dell'Eterno al trono
            Le ginocchia piegò; stese la palma
            Il Re dei re su la chinata testa,
            E l'unse del suo amor. Udissi allora
            Spontaneamente volteggiar pè cieli
            Inno sacro a Pietà: m'udite attenti
            E terra e mar, e canterò; m'udite,
            Chè questo è un inno che dal ciel discende.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Dono di versi

              Ti reco questo figlio d'una notte idumea!
              Nera, spiumata, pallido sangue all'ala febea,
              Pel vetro che d'aromi fiammeggianti si dora,
              Per le finestre, ahimé ghiacciate e fosche ancora,
              L'aurora si gettò sulla lampada angelica.
              Palme! E quando mostrò essa quella reliquia
              Al padre che nemico un sorriso tentò,
              L'azzurra solitudine inutile tremò.
              O tu che culli, con la bimba e l'innocenza
              Dei vostri piedi freddi, accogli quest'orrenda
              Nascita: ed evocando clavicembalo e viola,
              Premerai tu col vizzo dito il seno che cola
              La donna in sibillina bianchezza per la bocca
              Dall'azzurro affamata, dall'alta aria non tocca?
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                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch

                Sola nel mondo eterna, a cui si volve
                Ogni creata cosa,
                In te, morte, si posa
                Nostra ignuda natura;
                Lieta no, ma sicura
                Dall'antico dolor. Profonda notte
                Nella confusa mente
                Il pensier grave oscura;
                Alla speme, al desio, l'arido spirto
                Lena mancar si sente:
                Così d'affanno e di temenza è sciolto,
                E l'età vote e lente
                Senza tedio consuma.
                Vivemmo: e qual di paurosa larva,
                E di sudato sogno,
                A lattante fanciullo erra nell'alma
                Confusa ricordanza:
                Tal memoria n'avanza
                Del viver nostro: ma da tema è lunge
                Il rimembrar. Che fummo?
                Che fu quel punto acerbo
                Che di vita ebbe nome?
                Cosa arcana e stupenda
                Oggi è la vita al pensier nostro, e tale
                Qual dè vivi al pensiero
                L'ignota morte appar. Come da morte
                Vivendo rifuggia, così rifugge
                Dalla fiamma vitale
                Nostra ignuda natura;
                Lieta no ma sicura,
                Però ch'esser beato
                Nega ai mortali e nega à morti il fato.
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                  Scritta da: Gianni Marcantoni
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  La campanella dell'intervallo della scuola

                  I piedi di mio padre puzzavano e aveva il sorriso
                  come un
                  mucchio di merda di cane.
                  ogni volta che notavo i peli ispidi irti corti della sua
                  barba dentro al lavandino del bagno
                  pensieri disgustosi si insinuavano nel mio cranio,
                  intuivo porticati gravidi di stolti per l'eternità.

                  Essere lo stesso sangue di quell'odiato sangue
                  rendeva le finestre intollerabili,
                  e la musica e i fiori e gli alberi
                  brutti.
                  Ma si vive: il suicidio prima dei dieci anni
                  è raro.

                  Brutali erano le calle
                  brutali il nettare e il bacio
                  brutale la campanella dell'intervallo della scuola.
                  brutali le partite di softball
                  brutali calcio e pallavolo.
                  i cieli erano bianchi e alti,
                  e guardavo le facce dei gioca-
                  tori
                  ed erano stranamente mascherate.

                  Adesso mangio nelle tavole calde
                  vado a concerti
                  vivo con donne
                  scommetto
                  bevo
                  poto siepi
                  compro automobili
                  ho amici e
                  animali;
                  partecipo a matrimoni
                  funerali
                  incontri di pugilato,
                  pago un'onesta fetta di tasse,
                  faccio la fila nei supermercati,
                  mi pulisco le unghie,
                  taglio i peli lunghi delle narici,
                  mi crogiolo al sole,
                  riparo danni,
                  cerco di non offendere,
                  rido,
                  ascolto i punti di vista dei nemici,
                  telefono ad idraulici e ad avvocati,
                  vengo trainato quando ho un guasto in autostrada,
                  tengo i denti puliti,
                  ricerco eroi,
                  vengo accecato se guardo troppo a lungo il sole.

                  I piedi di mio padre puzzavano e aveva il sorriso
                  come un
                  mucchio di merda di cane.

                  Dappertutto
                  è la stessa cosa.
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