Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

La Credenza

È un ampio armadio scolpito; l'antica scura
quercia ha preso una buon'aria di vecchia gente;
l'armadio è aperto, e scioglie dentro l'ombratura
come onda di vin vecchio, un profumo attraente.

È un miscuglio di vecchie anticaglie, stipato
di panni odorosi e gialli, di straccetti
di donne e fanciulli, di appassiti merletti,
di scialli di nonna col grifo pitturato;

- Qui trovi ciocche di capelli bianche e bionde,
i ritratti, i medaglioni, la frutta e i fiori
secchi il cui profumo insieme si confonde.

- Ne sai di storie, o mia credenza d'ore morte!
Vorresti dirci i tuoi racconti, e fai rumori
se lente s'aprono le grandi nere porte.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Quelle labbra che Amor creò con le sue mani (Sonetto 145)

    Quelle labbra che Amor creò con le sue mani
    bisbigliarono un suono che diceva "Io odio"
    a me, che per amor suo languivo:
    ma quando ella avvertì il mio penoso stato,
    subito nel suo cuore scese la pietà
    a rimproverar la lingua che sempre dolce
    soleva esprimersi nel dar miti condanne;
    e le insegnò a parlarmi in altro modo,
    "Io odio" ella emendò con un finale,
    che le seguì come un sereno giorno
    segue la notte che, simile a un demonio,
    dal cielo azzurro sprofonda nell'inferno.
    Dalle parole "Io odio" ella scacciò ogni odio
    e mi salvò la vita dicendomi "non te".
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      Scritta da: Cheope
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      La partita di calcio

      Boccaccio era il portiere,
      il gran portiere giallo
      della squadra del quartiere.
      Stava all’erta come un gallo

      sulla porta del campetto
      alla periferia.
      Diceva: "Qua sul petto,
      ed ogni palla è mia".

      Ma quel giorno, chi lo sa,
      sbuca di qua sbuca di là
      - Boccaccio attento! - pa pa
      la palla è in rete. "Ma va,
      ma va, Boccaccio, è uno".

      Attento, di qua di là,
      passa non passa, tira.
      Boccaccio si rigira;
      si tuffa - passerà?-
      "Qui non passa nessuno",
      ma la palla è nel sacco.

      E son due. Lo smacco,
      i fischi, e poi sotto...
      "Salta a pugno, Boccaccio,
      ma non la vedi dov’è,
      salta, salta"... E son tre.

      E quattro e cinque e sei.
      - Boccaccio dove sei?-
      E sette e otto e nove
      e piove e piove e piove
      con grandine e con tuoni.  
      Quattordici palloni
      nella rete di Boccaccio
      poveretto poveraccio,
      bianco come uno straccio
      col berretto da fantino
      ubriaco senza vino.

      Quanti fischi! e poi "cretino",
      "pastafrolla", "posapiano",
      "tappabuchi", "moscardino!"
      Oh, quel povero Boccaccio
      nella furia del baccano
      si strappava i suoi capelli
      e la folla dai cancelli
      gli gridava: "Ancora, ancora".

      Tutti tutti, ad uno ad uno
      si strappò capelli e baffi
      e poi schiaffi sopra schiaffi
      si ridette per lezione.
      Restò lì con la sua testa
      tonda, liscia come palla.
      "Oh, son quindici con questa
      - gli gridò dietro la folla -
      tappabuchi, pastafrolla
      vai a guardia d’un portone!"

      E difatti il buon Boccaccio
      col berretto e col gallone,
      mani pronte e spazzolone,
      oggi è a guardia d’un portone
      dove passano persone
      che fermare egli non può,
      dieci venti cento e più.
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        Scritta da: Lucio Dusso
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Cum subit illius tristissima noctis imago,
        Quae mihi supremum tempus in Urbe fruit;
        Cum repecto noctem, qua tot mihi cara reliqui;
        Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
        Iamque quiscebant voces hominunque canumque;
        Lunaque nocturnos alta regebat equos.
        Hanc ego suspiciens, et ab hac Capitolia cernens.
        Quae nostro frustra iuncta fuere Lari.

        Quando risorge in me la tristissima immagine di quella notte
        che fu l'ultima ora a me concessa in Roma,
        quando rivivo la notte in cui lasciai tante cose care,
        qualche lacrima ancora mi scorre dagli occhi.
        E già le voci degli uomini e dei cani tacevano;
        e la luna alta nel cielo reggeva i cavalli notturni.
        Io la guardavo lassù, e poi guardavo i templi capitolini, che inutilmente furono vicini al nostro Lare.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Il cielo

          Da qui si doveva cominciare: il cielo.
          Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
          Un'apertura e nulla più,
          ma spalancata.

          Non devo attendere una notte serena,
          né alzare la testa,
          per osservare il cielo.
          L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
          Il cielo mi avvolge ermeticamente
          e mi solleva dal basso.

          Perfino le montagne più alte
          non sono più vicine al cielo
          delle valli più profonde.
          In nessun luogo ce n'è più
          che in un altro.
          La nuvola è schiacciata dal cielo
          inesorabilmente come la tomba.
          La talpa è al settimo cielo
          come il gufo che scuote le ali.
          La cosa che cade in un abisso
          cade da cielo a cielo.

          Friabili, fluenti, rocciosi,
          infuocati e aerei,
          distese di cielo, briciole di cielo,
          folate e cumuli di cielo.
          Il cielo è onnipresente
          perfino nel buio sotto la pelle.

          Mangio cielo, evacuo cielo.
          Sono una trappola in trappola,
          un abitante abitato,
          un abbraccio abbracciato,
          una domanda in risposta a una domanda.

          La divisione in cielo e terra
          non è il modo appropriato
          di pensare a questa totalità.
          Permette solo di sopravvivere
          a un indirizzo più esatto,
          più facile da trovare,
          se dovessero cercarmi.
          Miei segni particolari:
          incanto e disperazione.
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            in Poesie (Poesie d'Autore)

            La lettura di poesia

            Pieno pomeriggio
            in un college vicino al mare
            sobrio
            col sudore che mi cola sulle braccia,
            una goccia di sudore sul tavolo,
            l'asciugo col dito,
            per i soldi per i soldi
            mio dio penseranno che adoro tutto questo come gli altri
            mentre è per il pane e la birra e l'affitto
            per i soldi,
            sono teso faccio schifo mi sento male
            poveracci che fiasco, che disastro.

            Una donna si alza,
            esce
            sbatte la porta.

            Una poesia sconcia
            me l'avevano detto di non leggere poesie sconce
            qui
            troppo tardi.

            I miei occhi non vedono alcune righe,
            le leggo
            fino alla fine -
            disperato, tremante,
            che schifezza.

            Non possono sentire la mia voce
            e io dico
            basta, è finita, sono
            rovinato.

            E più tardi in camera mia
            trovo birra e scotch:
            il sangue d'un codardo.

            Questo dunque
            sarà il mio destino:
            scribacchiare per quattro soldi in stanze semibuie
            leggere poesie di cui da un pezzo mi sono
            stancato.

            E una volta credevo
            che gli uomini che guidano l'autobus
            o puliscono le latrine
            o ammazzano altri uomini nei vicoli
            fossero degli idioti.
            Composta mercoledì 25 settembre 2013
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              Scritta da: Phantastica
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Timor di me?

              Oh, un terribile timore;
              La lietezza esplode
              Contro quei vetri al buio
              Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce
              È un ritorno dalla morte: e chi può mai ridere -
              Dietro, sotto il riquadro del cielo annerito
              Riapparizione ctonia!
              Non scherzo: ché tu hai esperienza
              Di un luogo che non ho mai esplorato,
              UN VUOTO NEL COSMO
              È vero che la mia terra è piccola
              Ma ho sempre affabulato sui luoghi inesplorati
              Con una certa lietezza, quasicché non fosse vero
              Ma tu ci sei, qui, in voce
              La luna è risorta;
              le acque scorrono;
              il mondo non sa di essere nuovo e la sua nuova giornata
              finisce contro gli alti cornicioni e il nero del cielo
              Chi c'è, in quel VUOTO DEL COSMO,
              che tu porti nei tuoi desideri e conosci?
              C'è il padre, sì, lui!
              Tu credi che io lo conosca? Oh, come ti sbagli;
              come ingenuamente dai per certo ciò che non lo è affatto;
              fondi tutto il discorso, ripreso qui, cantando,
              su questa presunzione che per te è umile
              e non sai invece quanto sia superba
              essa porta in sé i segni della volontà mortale della maggioranza -
              L'occhio ilare di me mai disceso agli Inferi,
              ombra infernale vagolante
              nasconde
              E tu ci caschi
              Tu conosci di ciò che è realtà solo quell'Uomo Adulto
              Ossia ciò che si deve conoscere;
              lei, la Donna Adulta, stia all'Inferno
              o nell'Ombra che precede la vita
              e di là operi pure i suoi malefizi, i suoi incantesimi;
              odiala, odiala, odiala;
              e se tu canti e nessuno ti sente, sorridi
              semplicemente perché, per ora, intanto, sei vittoriosa -
              in voce come una giovane figlia avida
              che però ha sperimentato dolcezza;
              Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso
              Con la trama dei rami neri; ormai classici;
              questa è la storia -
              Tu sorridi al Padre -
              Quella persona di cui non ho alcuna informazione,
              che ho frequentato in un sogno che evidentemente non ricordo -
              strano, è da quel mostro di autorità
              che proviene anche la dolcezza
              se non altro come rassegnazione e breve vittoria;
              accidenti, come l'ho ignorato; così ignorato da non saperne niente -
              cosa fare?

              Tu doni, spargi doni, hai bisogno di donare,
              ma il tuo dono te l'ha dato Lui, come tutto;
              ed è Nulla il dono di Nessuno;
              io fingo di ricevere;
              ti ringrazio, sinceramente grato;
              Ma il debole sorriso sfuggente
              non è di timidezza
              è lo sgomento, più terribile, ben più terribile
              di avere un corpo separato, nei regni dell'essere - se è una colpa
              se non è che un incidente:
              ma al posto dell'Altro
              per me c'è un vuoto nel cosmo
              un vuoto nel cosmo
              e da là tu canti.
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