L'anguilla, la sirena dei mari freddi che lascia il Baltico per giungere ai nostri mari, ai nostri estuari, ai fiumi che risale in profondo, sotto la piena avversa, di ramo in ramo e poi di capello in capello, assottigliati, sempre piú addentro, sempre piú nel cuore del macigno, filtrando tra gorielli di melma finché un giorno una luce scoccata dai castagni ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta, nei fossi che declinano dai balzi d'Appennino alla Romagna; l'anguilla, torcia, frusta, freccia d'Amore in terra che solo i nostri botri o i disseccati ruscelli pirenaici riconducono a paradisi di fecondazione; l'anima verde che cerca vita là dove solo morde l'arsura e la desolazione, la scintilla che dice tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi, bronco seppellito: l'iride breve, gemella di quella che incastonano i tuoi cigli e fai brillare intatta in mezzo ai figli dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu non crederla sorella?
Tu verrai comunque perché dunque non ora? Ti attendo sono sfinita Ho spento il lume e aperto l'uscio a te, così semplice e prodigiosa. Prendi per questo l'aspetto che più ti aggrada irrompi come una palla avvelenata o insinuati furtiva come un freddo bandito o intossicami col delirio del tifo o con una storiella da te inventata e nota a tutti fino alla nausea che io veda la punta di un berretto turchino e il capopalazzo pallido di paura. Ora per me tutto è uguale turbina lo Enisej risplende la stella polare e annebbia un ultimo terrore l'azzurro bagliore di occhi addolorati.
Il sogno d'un passato lontano, d'una ignota stirpe, d'una remota favola nei Poeti luce. Ai Poeti oscuro è il sogno del futuro. Qual contro l'aure avverse una chioma divina, una fiamma divina, tal ne la vita splende l'Anima, si distende, in dietro effusa pende.
Ospiti fummo (O tu che m'ami: ti sovviene? Era ne le tue vene il Ritmo), ospiti fummo in imperi di gloria. Nativa è la memoria in noi, dei fiori ardenti su dai cavi alabastri come tangibili astri, dei misteri veduti, degli amori goduti, degli aromi bevuti.
In qual sera purpurea chiudemmo gli occhi? Quale fu ne l'ora mortale il nostro Dio? Da quale portentosa ferita esalammo la vita? Forse dopo una strage di eroi? Sotto il profondo ciel d'un letto profondo? Le nostre spoglie fiera custodì la Chimera ne la purpurea sera.
E al risveglio improvviso dal sonno secolare noi vedemmo raggiare un altro cielo; udimmo altre voci, altri canti; udimmo tutti i pianti umani, tutti i pianti umani che la Terra nel suo cerchio rinserra. Udimmo tutti i vani gemiti e gli urli insani e le bestemmie immani.
Udimmo taciturni la querela confusa. Ma ne l'anima chiusa l'antichissimo sogno, che fluttuava ancòra, ebbe una nuova aurora. E vivemmo; e ingannammo la vita ricordando quella morte, cantando dei misteri veduti, degli amori goduti, degli aromi bevuti.
Or conviene il silenzio: alto silenzio. Oscuro è il sogno del futuro. Nuova morte ci attende. Ma in qual giorno supremo, o Fato, rivivremo? Quando i Poeti al mondo canteranno su corde d'oro l'inno concorde: - O voi che il sangue opprime, Uomini, su le cime splende l'Alba sublime!
La vita non è altro che un'ombra vagante: un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sul palcoscenico, e poi tace; è un racconto recitato da un idiota gonfio di suono e di furia che non significa nulla.
Temo i tuoi baci fanciulla gentile, ma tu non hai motivo di temere i miei; troppo profondamente il mio spirito è oppresso perché io possa opprimere anche il tuo.
Temo il tuo viso e la tua voce e i gesti, ma tu non hai motivo di temere i miei; la devozione del cuore con la quale adoro il tuo cuore, sii certa, è innocente.
Quando il pensiero di te mi accompagna nel buio, dove a volte dagli orrori mi rifugio del giorno, per dolcezza immobile mi tiene come statua. Poi mi levo, riprendo la mia vita. Tutto è lontano da me, giovanezza, gloria; altra cura dagli altri mi strana. Ma quel pensiero di te che vivi, mi consola di tutto. Oh tenerezza immensa, quasi disumana!