Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Marilù Rossi
in Poesie (Poesie d'Autore)

Pena d'amore

Il clamore d'un passero sulle grondaie,
La luna brillante e tutto il latteo cielo,
E tutta quella famosa armonia di foglie,
Avean cancellato l'immagine dell'uomo ed il suo grido.

Una fanciulla sorse che aveva labbra rosse e dolenti
E sembrava la grandezza del mondo in lacrime,
Condannata come Odisseo e le navi travagliate
E orgogliosa come Priamo assassinato con i suoi pari.

Sorse, e sull'istante le grondaie piene di clamore,
Una luna che si arrampicava su un vuoto cielo,
E tutto quel lamento delle foglie,
Potevano soltanto comporre l'immagine dell'uomo e il suo grido.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Notturno in tram a Berlino

    La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti
    e quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci

    ciascuno cammina solo ma siamo l'uno a fianco dell'altro

    che cosa non avremmo dato gli uni e gli altri per non sentire
    il rumore dei passi gli uni degli altri

    dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo gli uni contro
    gli altri ma ci amiamo perché non crediamo gli uni negli altri

    che cosa non avremmo dato per arrivare a un incrocio e infilare presto
    quattro strade diverse ma non so se uno di noi morisse se quelli che restano sarebbero contenti

    la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti e
    quattro camminiamo fianco a fianco

    la notte prendiamo il tram i tram che non sappiamo dove vadano

    la notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in
    qualche luogo con stridori sferragliamenti

    a un tratto si levano davanti a noi dei muri bruciati e sotto
    il riverbero dei lampioni marciano diritti e testardi verso di noi

    delle finestre appaiono davanti a noi e vengono in folla verso
    di noi schiaciandosi l'una con l'altra

    finestre che non hanno nè vetri nè infissi che non sono finestre
    delle stanze degli uomini ma finestre del vuoto

    passiamo davanti alle porte senza battenti le porte che aprono su nulla

    sui marciapiedi degli uomini con tre punti sopra il bracciale aspettano il tram

    sono appoggiati sui loro bastoni dalle punte di gomma

    non so se tutti i muti sono anche dei sordi ma certo la maggior parte dei ciechi sono dei ciechi con gli occhi aperti e le luci dei tram cadono nei loro occhi aperti ma loro non si rendono conto che la luce cade nei loro occhi

    vecchie bigliettaie stanche fanno salire i ciechi sui tram

    donne che mi avete guidato teneramente tenendomi per mano

    a quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia e forse un po' di tristezza

    sono grato a voi tutte

    traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti dove crescono i ciuffi d'erbacce

    i tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi sono distrutti

    e le pietre bruciate spezzate si somigliano talmente che la testa
    ci gira e giriamo in tondo

    questa città è tutta bucata perché ha mandato i suoi soldati a distruggere altre città

    ho visto città rase al suolo avevano mandato i loro soldati a distruggere altre città e i soldati delle altre città le avevano rase al suolo

    ho visto città che preparavano i loro soldati per mandarli
    a distruggere altre città ed essere distrutte esse stesse

    dei violinisti salgono in tram con le scatole dei violini sotto
    il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a
    nascondere la loro calvizie

    questo agosto è forse l'ultimo agosto del mondo ha chiesto uno dei violinisti alla bigliettaia in una lingua che non conosco
    sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani in collera

    credo ch'essi stessi non sappiano perché e contro chi sono in collera

    che ora sarà adesso all'Avana amore mio sarà notte o giorno

    le ragazze scendono dai tram

    le loro gambe sono abbastanza ben fatte

    senza fare un gesto seduto dove sono le seguo e sotto il ponte
    di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore delle loro bocche e volto la testa a una giovane donna che mi tocca la spalla senza ch'io sappia dov'è

    i suoi capelli son paglia d'oro le sue ciglia azzurre

    il suo collo bianco è lungo e rotondo

    alle fermate vecchie donne terribili con cappelli di
    paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano

    l'uomo seduto alla mia destra s'è inabissato dentro se stesso
    s'è perduto dentro se stesso

    è così lo so è così che la vecchiaia comincia

    tuttavia non è in mio potere non cadere nelle onde tristi

    così comincia la vecchiaia

    l'uomo seduto alla mia destra è caduto ancora nelle onde tristi

    alla porta del deposito siamo scesi dall'ultimo tram

    rientriamo a piedi

    tutti e quattro

    la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia

    quando arriviamo all'albergo il sole comincia a spuntare

    nella nostra stanza apriamo la radio

    parla dei vascelli cosmici.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Natale

      Natale. Guardo il presepe scolpito,
      dove sono i pastori appena giunti
      alla povera stalla di Betlemme.
      Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
      salutano il potente Re del mondo.
      Pace nella finzione e nel silenzio
      delle figure di legno: ecco i vecchi
      del villaggio e la stella che risplende,
      e l'asinello di colore azzurro.
      Pace nel cuore di Cristo in eterno;
      ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
      Anche con Cristo e sono venti secoli
      il fratello si scaglia sul fratello.
      Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
      che morirà poi in croce fra due ladri?
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        Scritta da: Antonella Marotta
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Amicizia

        Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
        che, perduti nel tempo, c'incontrammo,
        alla nostra incresciosa intimità.
        Ci siamo sempre lasciati
        senza salutarci,
        con pentimenti e scuse da lontano.
        Ci siam riaspettati al passo,
        bestie caure,
        cacciatori affinati,
        a sostenere faticosamente
        la nostra parte di estranei.
        Ritrosie disperanti,
        pause vertiginose e insormontabili,
        dicevan, nelle nostre confidenze,
        il contatto evitato e il vano incanto.
        Qualcosa ci è sempre rimasto,
        amaro vanto,
        di non aver ceduto ai nostri abbandoni,
        qualcosa ci è sempre mancato.
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          Scritta da: Roxanne ...
          in Poesie (Poesie d'Autore)
          Io non l'ho detto ancora al mio giardino
          Per non perdermi d'animo.
          E non mi sento ancora tanto forte
          Da rivelarlo all'ape.

          Non ne farò parola nella strada,
          Perfino le botteghe stupirebbero ch'io
          Timida ed ignorante come sono,
          Abbia l'audacia di morire.

          Non devono saperlo le colline
          Dove tanto ho vagato,
          Né posso dire ai miei boschi diletti
          Il giorno dell'addio.
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            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Se ieri la tua testa ancora bruna
            era come i capelli dell'amata
            la cui dolce figura di lontano
            silenziosa m'accenna, ecco le vette
            grigio argentea ti segna ora precoce
            la neve che la notte tempestosa
            ti traboccò sulla riga. Ahi gioventù
            che la vita congiunge così stretta
            alla vecchiezza, come un sogno
            mutevole congiunse ieri ed oggi.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Tempi brutti per la poesia

              Sì, lo so: solo il felice
              È amato. La sua voce
              È ascoltata con piacere. La sua faccia è bella.

              L'albero deforme nel cortile
              È frutto del terreno cattivo, ma
              Quelli che passano gli danno dello storpio
              E hanno ragione.

              Le barche verdi e le vele allegre della baia
              Io non le vedo. Soprattutto
              Vedo la rete strappata del pescatore.
              Perché parlo solo del fatto
              Che la colona quarantenne cammina in modo curvo?
              I seni delle ragazze
              Sono caldi come sempre.

              Una rima in una mia canzone
              Mi sembrerebbe quasi una spavalderia.

              In me si combattono
              L'entusiasmo per il melo in fiore
              E il terrore per i discorsi dell'imbianchino. *
              Ma solo il secondo
              Mi spinge alla scrivania.

              * Con "l'imbianchino" Brecht si riferisce a Hitler.
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                Scritta da: Pedra
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Liguria

                Scarsa lingua di terra che orla il mare,
                chiude la schiena arida dei monti;
                scavata da improvvisi fiumi; morsa
                dal sale come anello d'ancoraggio;
                percossa dalla farsa; combattuta
                dai venti che ti recano dal largo
                l'alghe e le procellarie
                - ara di pietra sei, tra cielo e mare
                levata, dove brucia la canicola
                aromi di selvagge erbe.
                Liguria,
                l'immagine di te sempre nel cuore,
                mia terra, porterò, come chi parte
                il rozzo scapolare che gli appese
                lagrimando la madre.
                Ovunque fui
                nelle contrade grasse dove l'erba
                simula il mare; nelle dolci terre
                dove si sfa di tenerezza il cielo
                su gli attoniti occhi dei canali
                e van femmine molli bilanciando
                secchi d'oro sull'omero - dovunque,
                mi trapassò di gioia il tuo pensato
                aspetto.

                Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
                svolto che mi scopriva nuova terra,
                in me balzava il cuore di Caboto
                il dì che dal malcerto legno scorse
                sul mare pieno di meraviglioso
                nascere il Capo.

                Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
                con l'anima e i ginocchi proni, a bere.
                Comunicai di te con la farina
                della spiga che ti inazzurra i colli,
                dimenata e stampata sulla madia,
                condita dall'olivo lento, fatta
                sapida dal basilico che cresce
                nella tegghia e profuma le tue case.
                Nei porti delle tue città cercai,
                nei fungai delle tue case, l'amore,
                nelle fessure dei tuoi vichi.
                Bevvi
                alla frasca ove sosta il carrettiere,
                nella cantina mucida, dal gotto
                massiccio, nel cristallo
                tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
                - per mangiare di te, bere di te,
                mescolare alla tua vita la mia
                caduca.
                Marchio d'amore nella carne, varia
                come il tuo cielo ebbi da te l'anima,
                Liguria, che hai d'inverno
                cieli teneri come a primavera.
                Brilla tra i fili della pioggia il sole,
                bella che ridi
                e d'improvviso in lagrime ti sciogli.
                Da pause di tepido ingannate,
                s'aprono violette frettolose
                sulle prode che non profumeranno.

                Le petraie ventose dei tuoi monti,
                l'ossame dei tuoi greti;
                il tuo mare se vi trascina il sole
                lo strascico che abbaglia o vi saltella
                una manciata fredda di zecchini
                le notti che si chiamano le barche;
                i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra
                dall'oliveto pallido, canizie
                benedicente a questa atroce terra:
                - aspri o soavi, effimeri od eterni,
                sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
                che s'affacciano al mio cuore deserto.

                Io pagano al tuo nume sacrerei,
                Liguria, se campassi della rete,
                rosse triglie nell'alga boccheggianti;
                o la spalliera di limoni al sole,
                avessi l'orto; il testo di garofani,
                non altro avessi:
                i beni che tu doni ti offrirei.
                L'ultimo remo, vecchio marinaio
                t'appenderei.

                Chè non giovano, a dir di te, parole:
                il grido del gabbiano nella schiuma
                la collera del mare sugli scogli
                è il solo canto che s'accorda a te.

                Fossi al tuo sole zolla che germoglia
                il filuzzo dell'erba. Fossi pino
                abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
                passa la mano ruvida aquilone.
                Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
                Composta mercoledì 30 novembre 1921
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                  Scritta da: Gabriella Stigliano
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Ora che sale il giorno

                  Finita è la notte e la luna
                  si scioglie lenta nel sereno,
                  tramonta nei canali.

                  È così vivo settembre in questa terra
                  di pianura, i prati sono verdi
                  come nelle valli del sud a primavera.
                  Ho lasciato i compagni,
                  ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
                  per restare solo a ricordarti.

                  Come sei più lontana della luna,
                  ora che sale il giorno
                  e sulle pietre bette il piede dei cavalli!
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                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    Mi vengono a trovare un editore e un poeta

                    Avevo appena vinto 115 dollari dai succhiacervelli e
                    stavo nudo sul letto
                    ascoltando un'opera di uno degli italiani
                    e mi ero appena liberato di una donnaccia
                    quando bussarono alla porta,
                    e visto che i piedipiatti avevano fatto irruzione circa un mese prima,

                    urlai piuttosto irritato -
                    chi diavolo è? Che vuoi amico?
                    sono il tuo editore! Rispose qualcuno urlando,
                    e io strillai, non ho un editore,
                    prova qui accanto, e lui rispose urlando,
                    sei Charles Bukowski, vero? Mi tirai su e
                    sbirciai attraverso la grata di ferro per accertarmi che non fosse un piedipiatti,

                    e coprii la mia nudità con una vestaglia,
                    diedi un calcio ad una lattina di birra e li invitai ad entrare,
                    un editore e un poeta.
                    Soltanto uno prese una birra (l'editore)
                    Così io ne bevvi due per il poeta e una per me
                    e loro sedevano là sudando e osservandomi
                    e io sedevo là cercando di spiegare
                    che non ero veramente un poeta nel senso tradizionale,
                    e raccontai loro dei recinti per il bestiame e del mattatoio
                    e degli ippodromi e delle condizioni di alcune nostre prigioni,
                    e l'editore improvvisamente tirò fuori cinque riviste da una cartella

                    e le gettò tra le lattine
                    e parlammo dei Fiori del male, Rimbaud, Villon,
                    e di cosa sembravano alcuni poeti moderni:
                    J. B. May e Wolf the Hedley sono molto puri, unghie pulite, ecc.;
                    Mi scusai per le lattine di birra, la mia barba, e tutto quello che c'era sul pavimento
                    e ben presto tutti stavano sbadigliando
                    e l'editore improvvisamente si alzò e io dissi,
                    andate via?
                    E poi l'editore e il poeta stavano uscendo dalla porta,
                    e allora pensai, beh, al diavolo può non essergli piaciuto
                    quello che hanno visto
                    ma io non vendo lattine di birra e opera italiana e
                    calze di nylon strappate sotto il letto e unghia sporche,
                    io vendo rime vita e versi,
                    e mi alzai e mi scolai una nuova lattina di birra
                    e guardai le cinque riviste con il mio nome in copertina
                    e mi chiesi cosa significasse,
                    mi chiesi se scriviamo poesie o se stiamo tutti ammucchiati
                    in una grande tenda
                    abbracciando teste di cazzo.
                    Composta mercoledì 25 settembre 2013
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