Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Roxanne ...
in Poesie (Poesie d'Autore)
Io non l'ho detto ancora al mio giardino
Per non perdermi d'animo.
E non mi sento ancora tanto forte
Da rivelarlo all'ape.

Non ne farò parola nella strada,
Perfino le botteghe stupirebbero ch'io
Timida ed ignorante come sono,
Abbia l'audacia di morire.

Non devono saperlo le colline
Dove tanto ho vagato,
Né posso dire ai miei boschi diletti
Il giorno dell'addio.
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    Scritta da: Pedra
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Liguria

    Scarsa lingua di terra che orla il mare,
    chiude la schiena arida dei monti;
    scavata da improvvisi fiumi; morsa
    dal sale come anello d'ancoraggio;
    percossa dalla farsa; combattuta
    dai venti che ti recano dal largo
    l'alghe e le procellarie
    - ara di pietra sei, tra cielo e mare
    levata, dove brucia la canicola
    aromi di selvagge erbe.
    Liguria,
    l'immagine di te sempre nel cuore,
    mia terra, porterò, come chi parte
    il rozzo scapolare che gli appese
    lagrimando la madre.
    Ovunque fui
    nelle contrade grasse dove l'erba
    simula il mare; nelle dolci terre
    dove si sfa di tenerezza il cielo
    su gli attoniti occhi dei canali
    e van femmine molli bilanciando
    secchi d'oro sull'omero - dovunque,
    mi trapassò di gioia il tuo pensato
    aspetto.

    Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
    svolto che mi scopriva nuova terra,
    in me balzava il cuore di Caboto
    il dì che dal malcerto legno scorse
    sul mare pieno di meraviglioso
    nascere il Capo.

    Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
    con l'anima e i ginocchi proni, a bere.
    Comunicai di te con la farina
    della spiga che ti inazzurra i colli,
    dimenata e stampata sulla madia,
    condita dall'olivo lento, fatta
    sapida dal basilico che cresce
    nella tegghia e profuma le tue case.
    Nei porti delle tue città cercai,
    nei fungai delle tue case, l'amore,
    nelle fessure dei tuoi vichi.
    Bevvi
    alla frasca ove sosta il carrettiere,
    nella cantina mucida, dal gotto
    massiccio, nel cristallo
    tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
    - per mangiare di te, bere di te,
    mescolare alla tua vita la mia
    caduca.
    Marchio d'amore nella carne, varia
    come il tuo cielo ebbi da te l'anima,
    Liguria, che hai d'inverno
    cieli teneri come a primavera.
    Brilla tra i fili della pioggia il sole,
    bella che ridi
    e d'improvviso in lagrime ti sciogli.
    Da pause di tepido ingannate,
    s'aprono violette frettolose
    sulle prode che non profumeranno.

    Le petraie ventose dei tuoi monti,
    l'ossame dei tuoi greti;
    il tuo mare se vi trascina il sole
    lo strascico che abbaglia o vi saltella
    una manciata fredda di zecchini
    le notti che si chiamano le barche;
    i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra
    dall'oliveto pallido, canizie
    benedicente a questa atroce terra:
    - aspri o soavi, effimeri od eterni,
    sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
    che s'affacciano al mio cuore deserto.

    Io pagano al tuo nume sacrerei,
    Liguria, se campassi della rete,
    rosse triglie nell'alga boccheggianti;
    o la spalliera di limoni al sole,
    avessi l'orto; il testo di garofani,
    non altro avessi:
    i beni che tu doni ti offrirei.
    L'ultimo remo, vecchio marinaio
    t'appenderei.

    Chè non giovano, a dir di te, parole:
    il grido del gabbiano nella schiuma
    la collera del mare sugli scogli
    è il solo canto che s'accorda a te.

    Fossi al tuo sole zolla che germoglia
    il filuzzo dell'erba. Fossi pino
    abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
    passa la mano ruvida aquilone.
    Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
    Composta mercoledì 30 novembre 1921
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      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Mi vengono a trovare un editore e un poeta

      Avevo appena vinto 115 dollari dai succhiacervelli e
      stavo nudo sul letto
      ascoltando un'opera di uno degli italiani
      e mi ero appena liberato di una donnaccia
      quando bussarono alla porta,
      e visto che i piedipiatti avevano fatto irruzione circa un mese prima,

      urlai piuttosto irritato -
      chi diavolo è? Che vuoi amico?
      sono il tuo editore! Rispose qualcuno urlando,
      e io strillai, non ho un editore,
      prova qui accanto, e lui rispose urlando,
      sei Charles Bukowski, vero? Mi tirai su e
      sbirciai attraverso la grata di ferro per accertarmi che non fosse un piedipiatti,

      e coprii la mia nudità con una vestaglia,
      diedi un calcio ad una lattina di birra e li invitai ad entrare,
      un editore e un poeta.
      Soltanto uno prese una birra (l'editore)
      Così io ne bevvi due per il poeta e una per me
      e loro sedevano là sudando e osservandomi
      e io sedevo là cercando di spiegare
      che non ero veramente un poeta nel senso tradizionale,
      e raccontai loro dei recinti per il bestiame e del mattatoio
      e degli ippodromi e delle condizioni di alcune nostre prigioni,
      e l'editore improvvisamente tirò fuori cinque riviste da una cartella

      e le gettò tra le lattine
      e parlammo dei Fiori del male, Rimbaud, Villon,
      e di cosa sembravano alcuni poeti moderni:
      J. B. May e Wolf the Hedley sono molto puri, unghie pulite, ecc.;
      Mi scusai per le lattine di birra, la mia barba, e tutto quello che c'era sul pavimento
      e ben presto tutti stavano sbadigliando
      e l'editore improvvisamente si alzò e io dissi,
      andate via?
      E poi l'editore e il poeta stavano uscendo dalla porta,
      e allora pensai, beh, al diavolo può non essergli piaciuto
      quello che hanno visto
      ma io non vendo lattine di birra e opera italiana e
      calze di nylon strappate sotto il letto e unghia sporche,
      io vendo rime vita e versi,
      e mi alzai e mi scolai una nuova lattina di birra
      e guardai le cinque riviste con il mio nome in copertina
      e mi chiesi cosa significasse,
      mi chiesi se scriviamo poesie o se stiamo tutti ammucchiati
      in una grande tenda
      abbracciando teste di cazzo.
      Composta mercoledì 25 settembre 2013
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        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Se ieri la tua testa ancora bruna
        era come i capelli dell'amata
        la cui dolce figura di lontano
        silenziosa m'accenna, ecco le vette
        grigio argentea ti segna ora precoce
        la neve che la notte tempestosa
        ti traboccò sulla riga. Ahi gioventù
        che la vita congiunge così stretta
        alla vecchiezza, come un sogno
        mutevole congiunse ieri ed oggi.
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          Scritta da: Gabriella Stigliano
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Ora che sale il giorno

          Finita è la notte e la luna
          si scioglie lenta nel sereno,
          tramonta nei canali.

          È così vivo settembre in questa terra
          di pianura, i prati sono verdi
          come nelle valli del sud a primavera.
          Ho lasciato i compagni,
          ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
          per restare solo a ricordarti.

          Come sei più lontana della luna,
          ora che sale il giorno
          e sulle pietre bette il piede dei cavalli!
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            in Poesie (Poesie d'Autore)

            L'accenno di un canto primaverile

            Il vento portò da lontano
            l'accenno di un canto primaverile,
            chissà dove, lucido e profondo
            si aprì un pezzetto di cielo.
            In questo azzurro smisurato,
            fra barlumi della vicina primavera
            piangevano burrasche invernali,
            si libravano sogni stellati.
            Timide, cupe e profonde
            piangevano le mie corde.
            Il vento portò da lontano
            le sue squillanti canzoni.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              La Chimera

              Non so se tra rocce il tuo pallido
              viso m'apparve, o sorriso
              di lontananze ignote
              fosti, la china eburnea
              fronte fulgente o giovine
              suora de la Gioconda:
              o delle primavere
              spente, per i tuoi mitici pallori
              o Regina o Regina adolescente:
              ma per il tuo ignoto poema
              di voluttà e di dolore
              musica fanciulla esangue
              segnato di linea di sangue
              nel cerchio delle labbra sinuose,
              regina de la melodia:
              ma per il vergine capo
              reclino, io poeta notturno
              vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
              io per il tuo dolce mistero
              io per il tuo divenir taciturno.
              Non so se la fiamma pallida
              fu dei capelli il vivente
              segno del suo pallore,
              non so se fu un dolce vapore,
              dolce sul mio dolore,
              sorriso di un volto notturno:
              guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
              e l'immobilità dei firmamenti
              e i gonfii rivi che vanno piangenti
              e l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
              e ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
              e ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
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                Scritta da: Cheope
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Autunno

                Autunno, che negli occhi suoi specchiasti
                e nel mar taciturno il tuo fulvo oro
                - tutte le acque un immobile tesoro
                parvero, e gli occhi più del mare vasti -,

                Autunno, io non sentii mai così forte
                la tristezza che tu solo diffondi
                - quante di me né tuoi boschi profondi
                son cose morte tra le foglie morte!

                Come ieri. Fu ieri la suprema
                tristezza e fu l'amor supremo. Ah mai,
                ne l'ore più segrete, mai l'amai
                come ieri. Ancor l'anima ne trema.

                Ella taceva, chiusa ne la nera
                tunica dove sparsi erano fiori
                pallidi, Autunno, come i tuoi che indori
                sul vano stelo; e, china a la ringhiera,

                guardava il golfo solitario, china
                come colei che un peso immane aggrava.
                - Ombra de la sua fronte! - O non guardava
                forse dentro di sé la sua ruina?

                Forse. Non domandai. Ma così piena-
                mente a lei rispondean tutte le cose
                visibili, apparenze dolorose
                d'anime involte ne la stessa pena,

                che io credetti vedere il suo dolore
                in quelle forme, vivere in un mondo
                espresso intero dal suo cuor profondo,
                irradiato da quel solo cuore;

                e fu per me ciascuna forma un segno
                che svelava un mistero: quasi un muto
                verbo; e più nulla fu disconosciuto,
                anche per me, ne l'infinito regno.
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                  Scritta da: Marzia Ornofoli
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Chi non ha mai visto

                  Chi non ha mai visto in una stanza buia
                  Filtrare la luce del giorno
                  -Levandosi da un corpo adorato
                  Per accostare le tende
                  Con gli occhi sfiniti e pesti-
                  Non può capire quel che cerco di dire,
                  Quanto lungo fosse l'ultimo bacio, quanto lento
                  Quanto caldo il suo indugio.
                  Composta venerdì 7 agosto 2009
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