Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Gabriella Stigliano
in Poesie (Poesie d'Autore)

Quando il pensiero

Quando il pensiero di te mi accompagna
nel buio, dove a volte dagli orrori
mi rifugio del giorno, per dolcezza
immobile mi tiene come statua.
Poi mi levo, riprendo la mia vita.
Tutto è lontano da me, giovanezza,
gloria; altra cura dagli altri mi strana.
Ma quel pensiero di te che vivi,
mi consola di tutto. Oh tenerezza
immensa, quasi disumana!
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La Credenza

    È un ampio armadio scolpito; l'antica scura
    quercia ha preso una buon'aria di vecchia gente;
    l'armadio è aperto, e scioglie dentro l'ombratura
    come onda di vin vecchio, un profumo attraente.

    È un miscuglio di vecchie anticaglie, stipato
    di panni odorosi e gialli, di straccetti
    di donne e fanciulli, di appassiti merletti,
    di scialli di nonna col grifo pitturato;

    - Qui trovi ciocche di capelli bianche e bionde,
    i ritratti, i medaglioni, la frutta e i fiori
    secchi il cui profumo insieme si confonde.

    - Ne sai di storie, o mia credenza d'ore morte!
    Vorresti dirci i tuoi racconti, e fai rumori
    se lente s'aprono le grandi nere porte.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Quelle labbra che Amor creò con le sue mani (Sonetto 145)

      Quelle labbra che Amor creò con le sue mani
      bisbigliarono un suono che diceva "Io odio"
      a me, che per amor suo languivo:
      ma quando ella avvertì il mio penoso stato,
      subito nel suo cuore scese la pietà
      a rimproverar la lingua che sempre dolce
      soleva esprimersi nel dar miti condanne;
      e le insegnò a parlarmi in altro modo,
      "Io odio" ella emendò con un finale,
      che le seguì come un sereno giorno
      segue la notte che, simile a un demonio,
      dal cielo azzurro sprofonda nell'inferno.
      Dalle parole "Io odio" ella scacciò ogni odio
      e mi salvò la vita dicendomi "non te".
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        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Di fronte all'Africa

        Aver casa è un bene
        dolce il sonno sotto il proprio tetto
        figli, giardino e cane.
        Ma certo appena ti sei riposato dall'ultimo viaggio

        la lontananza t'insegue con nuove lusinghe.
        Meglio è patire di nostalgia di casa
        e sotto le alte stelle, solo,
        riposare con la propria melanconia.

        Avere e riposare può soltanto,
        chi ha il cuore tranquillo,
        mentre il viandante sopporta fatiche e difficoltà
        con sempre delusa speranza.

        In vero più lieve è il tormento di andare,
        più lieve che trovar pace nelle valli di casa,
        dove tra le gioie e le solite cure
        solo il saggio sa costruire la propria felicità.

        Per me è meglio cercare e mai trovare
        che legarmi, caldo e stretto a quanto mi è accanto,
        perché anche nel bene, su questa terra
        sono solo ospite, mai cittadino.
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          Scritta da: Marco Bertazzoli
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          L'Onda

          Nella cala tranquilla
          scintilla,
          intesto di scaglia
          come l'antica
          lorica
          del catafratto,
          il Mare.
          Sembra trascolorare.
          S'argenta? S'oscura?
          A un tratto
          come colpo dismaglia
          l'arme, la forza
          del vento l'intacca.
          Non dura.
          Nasce l'onda fiacca,
          sùbito s'ammorza.
          Il vento rinforza.
          Altra onda nasce,
          si perde,
          come agnello che pasce
          pel verde:
          un fiocco di spuma
          che balza!
          Ma il vento riviene,
          rincalza, ridonda.
          Altra onda s'alza,
          nel suo nascimento
          più lene
          che ventre virginale!
          Palpita, sale,
          si gonfia, s'incurva,
          s'alluma, propende.
          Il dorso ampio splende
          come cristallo;
          la cima leggiera
          s'arruffa
          come criniera
          nivea di cavallo.
          Il vento la scavezza.
          L'onda si spezza,
          precipita nel cavo
          del solco sonora;
          spumeggia, biancheggia,
          s'infiora, odora,
          travolge la cuora,
          trae l'alga e l'ulva;
          s'allunga,
          rotola, galoppa;
          intoppa
          in altra cui 'l vento
          diè tempra diversa;
          l'avversa,
          l'assalta, la sormonta,
          vi si mesce, s'accresce.
          Di spruzzi, di sprazzi,
          di fiocchi, d'iridi
          ferve nella risacca;
          par che di crisopazzi
          scintilli
          e di berilli
          viridi a sacca.
          O sua favella!
          Sciacqua, sciaborda,
          scroscia, schiocca, schianta,
          romba, ride, canta,
          accorda, discorda,
          tutte accoglie e fonde
          le dissonanze acute
          nelle sue volute
          profonde,
          libera e bella,
          numerosa e folle,
          possente e molle,
          creatura viva
          che gode
          del suo mistero
          fugace.
          E per la riva l'ode
          la sua sorella scalza
          dal passo leggero
          e dalle gambe lisce,
          Aretusa rapace
          che rapisce la frutta
          ond'ha colmo suo grembo.
          Sùbito le balza
          il cor, le raggia
          il viso d'oro.
          Lascia ella il lembo,
          s'inclina
          al richiamo canoro;
          e la selvaggia
          rapina,
          l'acerbo suo tesoro
          oblìa nella melode.
          E anch'ella si gode
          come l'onda, l'asciutta
          fura, quasi che tutta
          la freschezza marina
          a nembo
          entro le giunga!

          Musa, cantai la lode
          della mia Strofe Lunga.
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            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Quando tu sarai vecchia, bimba (Ronsard già te lo disse),
            ricorderai quei versi che io recitavo.
            Avrai i seni tristi d'aver cresciuto i figli,
            gli ultimi germogli della tua vita vuota...
            Io sarò così lungi che le tue mani di cera
            areranno il ricordo delle mie rovine nude.
            Comprenderai che può nevicare in Primavera
            e che in Primavera le nevi son più crude.
            Io sarò così lungi che l'amore e la pena
            che prima vuotai nella tua vita come un'anfora piena
            saranno condannati a morire tra le mie mani...
            E sarà tardi perché se n'è andata la mia adolescenza,
            tardi perché i fiori una volta danno essenza
            e perché anche se mi chiamerai io sarò così lungi.
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              Scritta da: Francesca Fontana
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Divina Commedia, V canto inferno

              E quella a me: "Nessun maggior dolore
              che ricordarsi del tempo felice
              ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

              Ma s'a conoscer la prima radice
              del nostro amor tu hai cotanto affetto,
              dirò come colui che piange e dice.

              Noi leggiavamo un giorno per diletto
              di Lancialotto come amor lo strinse;
              soli eravamo e sanza alcun sospetto.

              Per più fïate li occhi ci sospinse
              quella lettura, e scolorocci il viso;
              ma solo un punto fu quel che ci vinse.

              Quando leggemmo il disïato riso
              esser basciato da cotanto amante,
              questi, che mai da me non fia diviso,

              la bocca mi basciò tutto tremante.
              Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
              quel giorno più non vi leggemmo avante".
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                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Il cielo

                Da qui si doveva cominciare: il cielo.
                Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
                Un'apertura e nulla più,
                ma spalancata.

                Non devo attendere una notte serena,
                né alzare la testa,
                per osservare il cielo.
                L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
                Il cielo mi avvolge ermeticamente
                e mi solleva dal basso.

                Perfino le montagne più alte
                non sono più vicine al cielo
                delle valli più profonde.
                In nessun luogo ce n'è più
                che in un altro.
                La nuvola è schiacciata dal cielo
                inesorabilmente come la tomba.
                La talpa è al settimo cielo
                come il gufo che scuote le ali.
                La cosa che cade in un abisso
                cade da cielo a cielo.

                Friabili, fluenti, rocciosi,
                infuocati e aerei,
                distese di cielo, briciole di cielo,
                folate e cumuli di cielo.
                Il cielo è onnipresente
                perfino nel buio sotto la pelle.

                Mangio cielo, evacuo cielo.
                Sono una trappola in trappola,
                un abitante abitato,
                un abbraccio abbracciato,
                una domanda in risposta a una domanda.

                La divisione in cielo e terra
                non è il modo appropriato
                di pensare a questa totalità.
                Permette solo di sopravvivere
                a un indirizzo più esatto,
                più facile da trovare,
                se dovessero cercarmi.
                Miei segni particolari:
                incanto e disperazione.
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