Il mio canto ha deposto ogni artificio. Non sfoggia splendide vesti né ornamenti fastosi: non farebbero che separarci l'uno dall'altro, e il loro clamore coprirebbe quello che sussurri.
La mia vanità di poeta alla tua vista muore di vergogna. O sommo poeta, mi sono seduto ai tuoi piedi. Voglio rendere semplice e schietta tutta la mia vita, come un flauto di canna che tu possa riempire di musica.
Agglutinati all'oggi I giorni del passato E gli altri che verranno,
Per anni e lungo secoli Ogni mattino sorpresa Nel sapere che ancora siamo in vita, Che scorre sempre come sempre il vivere, Dono e pena inattesi Nel turbinio continuo Dei vani mutamenti.
Tale per nostra sorte Il viaggio che proseguo, In un battibaleno Esumando, inventando Da capo a fondo il tempo, Profugo come gli altri Che furono, che sono, che saranno.
Le sere d' autunno mi ricordano te I boschi giacciono bui, il giorno si scolora ai bordi dei colli in rosse aureole. In un casolare vicino piange un bimbo. Il vento se ne va a passi tardi attraverso i tronchi a raccogliere le ultime foglie.
Poi sale, abituata ormai da lungo ai torbidi sguardi, l'estranea solitaria falce di luna con la sua mezza luce da terre sconosciute. Se ne va fredda, indifferente, per il suo sentiero. La sua luce avvolge il bosco, il canneto, lo stagno e il sentiero con pallido alone melanconico.
Anche d'inverno in notti senza luce quando alle finestre vorticano danze di fiocchi e il vento tempestoso, ho spesso l'impressione di guardarti. Il piano intona con forza ingannevole e la tua profonda e cupa voce di contralto mi parla al cuore. Tu la più crudele delle belle donne.
La mia mano afferra alle volte la lampada e la sua luce tenue posa sulla larga parete. Dalla antica cornice la tua immagine oscura guarda mi conosce bene e mi sorride, stranamente. Ma io ti bacio mani e capelli e sussurro il tuo nome.
Nella notte d'inverno galoppa un grande uomo bianco galoppa un grande uomo bianco
è un omone di neve ha una pipa di legno un omaccio di neve inseguito dal freddo
arriva in paese arriva in paese vedendo la luce si sente sicuro
in una casetta entra e non bussa in una casetta entra e non bussa e per riscaldarsi e per riscaldarsi si siede sulla stufa arroventata e d'improvviso ecco che scompare e rimane solamente la sua pipa proprio nel mezzo di una pozzanghera e rimane solamente la sua pipa e il suo vecchio cappello.
Chi più di me ha scavato nel profondo la miniera d'Amore, dice, dove risiede il centro della sua felicità: ho amato, ho conquistato e detto, ma se dovessi amare, conquistare e dire, finché non sarò vecchio, non potrei mai comprendere quel nascosto mistero; oh, non è che impostura tutto quanto: e come nessun alchimista ha potuto scoprire l'Elisir, ma ugualmente glorifica il suo fecondo vaso se per caso gli accade di scoprire qualche odorosa sostanza, o nuova medicina, così gli amanti sognano un godimento ricco e prolungato, ma non trovano altro che una notte estiva simile all'inverno. La nostra pace, il denaro, l'onore e il nostro giorno, questo noi pagheremo, per questa vana ombra di una bolla d'aria? In questo ha fine amore, che ogni uomo può essere felice come me se può sostenere la breve vergogna di una farsa nuziale? Quell'infelice amante che afferma non essere i corpi a sposarsi, ma solo gli spiriti, e che pretende trovare in lei un Angelo, in egual modo esatto parlerebbe dicendo di udire nel quotidiano e rozzo strimpellare roco il suono delle celesti sfere. Non sperare che la donna possegga intelligenza, al massimo ha estro e dolcezza, e non è, una volta posseduta, altro che vuota forma.
Quale febbre ha mai l'uomo! Che guardare ai suoi giorni mortali con il sangue temperato non sa, che tutto sciupa le pagine del libro della vita e deruba virtù al suo buon nome. È come se la rosa si cogliesse da sé; o quand'è matura la susina la sua scura lanugine raschiasse; o a guisa di un folletto impertinente la Naiade oscurasse la splendente sua grotta di una tenebra fangosa. Ma sullo spino lascia sé la rosa, che vengano a baciarla i venti e grate se ne cibino le api: e la susina matura indossa sempre la sua veste bruna, il lago non tocco ha di cristallo la superficie. Perché dunque l'uomo, importunando il mondo per averne grazia, deve sciupar la sua salvezza in obbedienza a un rozzo, falso credo?
Certamente incombe su di noi una nuova rivelazione, certamente sta per giungere il Secondo Avvento, e chi è questa bestia brutale, di cui infine è giunta l'ora, che si avvia, con passo sgraziato a nascere a Betlemme?
Se della mia voce potessi liberarmi per attorcigliare la tua gola alla mia e solo usare quell'oceano formato dalle tue parole che nettare sono per la mia lingua di orfano di vedovo di straniero Se smettere potessi d'essere assente per trasformare la tua anima nella mia patria lasciandoti sentire per una volta l'impatto mortale del mio silenzio In fondo altro non sono che il ricordo della tua voce. Ogni volta che mi rifiuti finisci di partorirmi.
Roccia e sabbia e non acqua Sabbia trapunta dai suoi passi Senza numero fino all'orizzonte: Era in fuga, e nessuno lo inseguiva. Ghiaione trito e spento Pietra rosa dal vento Scissa dal gelo alterno, Vento asciutto e non acqua. Acqua niente per lui Che solo d'acqua aveva bisogno, Acqua per cancellare Acqua feroce sogno Acqua impossibile per rifarsi mondo. Sole plumbeo senza raggi Cielo e dune e non acqua Acqua ironica finta dai miraggi Acqua preziosa drenata in sudore E in alto l'inaccesa acqua dei cirri. Trovò il pozzo e discese, Tuffò le mani e l'acqua si fece rossa. Nessuno poté berne mai più.