Chi più di me ha scavato nel profondo la miniera d'Amore, dice, dove risiede il centro della sua felicità: ho amato, ho conquistato e detto, ma se dovessi amare, conquistare e dire, finché non sarò vecchio, non potrei mai comprendere quel nascosto mistero; oh, non è che impostura tutto quanto: e come nessun alchimista ha potuto scoprire l'Elisir, ma ugualmente glorifica il suo fecondo vaso se per caso gli accade di scoprire qualche odorosa sostanza, o nuova medicina, così gli amanti sognano un godimento ricco e prolungato, ma non trovano altro che una notte estiva simile all'inverno. La nostra pace, il denaro, l'onore e il nostro giorno, questo noi pagheremo, per questa vana ombra di una bolla d'aria? In questo ha fine amore, che ogni uomo può essere felice come me se può sostenere la breve vergogna di una farsa nuziale? Quell'infelice amante che afferma non essere i corpi a sposarsi, ma solo gli spiriti, e che pretende trovare in lei un Angelo, in egual modo esatto parlerebbe dicendo di udire nel quotidiano e rozzo strimpellare roco il suono delle celesti sfere. Non sperare che la donna possegga intelligenza, al massimo ha estro e dolcezza, e non è, una volta posseduta, altro che vuota forma.
C'è sopra il mare tutto abbonacciato il tremolare quasi d'una maglia: in fondo in fondo un ermo colonnato, nivee colonne d'un candor che abbaglia: una rovina bianca e solitaria, là dove azzurra è l'acqua come l'aria: il mare nella calma dell'estate ne canta tra le sue larghe sorsate. O bianco tempio che credei vedere nel chiaro giorno, dove sei vanito? Due barche stanno immobilmente nere, due barche in panna in mezzo all'infinito. E le due barche sembrano due bare smarrite in mezzo all'infinito mare; e piano il mare scivola alla riva e ne sospira nella calma estiva.
L'anima verso la tua fronte, o calma sorella, dove sogna un autunno sparso di macchie di porpora e verso il cielo errabondo delle tue iridi angeliche, sale, come in un malinconico giardino, fedele un bianco zampillo sospira verso l'Azzurro! - Verso l'Azzurro raddolcito d'Ottobre pallido e puro che specchia il suo languore infinito ai grandi bacini e lascia, sull'acqua morta dov'erra col vento la fulva agonia delle foglie scavando un gelido solco, trascinarsi il sole giallo con obliquo raggio.
La luna cammina sull'acqua com'è tranquillo il cielo! Va segando lentamente il tremore vecchio del fiume mentre un ramo giovane la prende per uno specchio.
"Addormentarsi adesso svegliarsi tra cento anni, amor mio..."
"No, non sono un disertore. Del resto, il mio secolo non mi fa paura il mio secolo pieno di miserie e di scandali il mio secolo coraggioso grande ed eroico. Non ho mai rimpianto d'esser venuto al mondo troppo presto sono del ventesimo secolo e ne son fiero. Mi basta esser là dove sono, tra i nostri, e battermi per un mondo nuovo..." "Tra cento anni, amor mio..." "No, prima e malgrado tutto. Il mio secolo che muore e rinasce il mio secolo i cui ultimi giorni saranno belli la mia terribile notte lacerata dai gridi dell'alba il mio secolo splenderà di sole, amor mio come i tuoi occhi..."
Fuggiva la barca sull'onda fuggitiva; la notte allungandosi in pacifica sera alla luna in cielo pallida, meditativa, fornica un dolce riparo nel suo abito nero;
Nella brumosa lontananza una campana lamentosa sospira il pio suono dal campanile del maniero; scorre all'orecchio attento il santo rumore, come un'ombra che a tratti l'occhio crede d'intravedere;
Alla devota voce la docile navicella sull'onda fremente s'arresta, vacilla, e sul flutto dormente, senza svegliarlo, s'assopisce;
Mosso il nocchiero da una mano rude e degna curva la fronte rugosa, devoto si degna, e riprende la barca verso il porto il cammino.
Un'orchestra sinfonica. Scoppia un temporale, stanno suonando un'ouverture di Wagner la gente lascia i posti sotto gli alberi e si precipita nel padiglione le donne ridendo, gli uomini ostentatamente calmi, sigarette bagnate che si buttano via, Wagner continua a suonare, e poi sono tutti al coperto. Vengono persino gli uccelli dagli alberi ed entrano nel padiglione e poi c'è la Rapsodia Ungherese n. 2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda, un uomo seduto sotto la pioggia in ascolto. Il pubblico lo nota. Si voltano a guardare. L'orchestra bada agli affari suoi. L'uomo siede nella notte nella pioggia, in ascolto. Deve avere qualcosa che non va, no? È venuto a sentire la musica.