L'acqua frusciava, l'acqua cresceva, un pescatore stava sulla riva, tranquillo, intento solo alla sua lenza, ed era tutto freddo, anche nel cuore. E mentre siede e ascolta, si apre la corrente: dall'acqua smossa affiora una donna grondante. A lui essa cantava, a lui parlava: "Perché tu attiri con astuzia umana, con umana malizia, la mia specie su alla luce che la ucciderà? Ah, se sapessi come son felici i miei piccoli pesci là sul fondo, anche tu scenderesti, come sei, e solo là ti sentiresti sano. Non si ristora forse il dolce sole nel mare, e così anche la luna? Il loro volto, respirando l'onda, non risale più bello? Non ti alletta il cielo profondo, l'azzurro che nell'acqua trascolora? E il tuo volto stesso non ti chiama quaggiù, nell'immutabile rugiada? ". L'acqua frusciava l'acqua cresceva, e a lui lambiva il piede. Il cuore si gonfiò di nostalgia, come al saluto della sua amata. A lui essa cantava, a lui parlava, e per lui fu finita: un po' lei lo attirava, un po' lui scese, e non fu più veduto.
Che puro gioco di lampi sottili consuma ogni diamante d'impalpabile schiuma, e quanta pace che sia nata sembra; quando sopra l'abisso un sole posa, opere schiette d'una causa eterna, scintilla il tempo e il sogno è conoscenza.
Morire come le allodole assetate sul miraggio O come la quaglia passato il mare nei primi cespugli perché di volare non ha più voglia Ma non vivere di lamento come un cardellino accecato.
A digiuno sperduta assiderata Tutta sola senza un soldo Ferma in piedi una ragazza Età sedici anni In Piace de la Concorde Il quindici agosto a mezzogiorno.
Laggiù, nella notte, tra scosse d'un lento sonaglio, uno scalpito è fermo. Non anco son rosse le cime dell'Alpi. Nel cielo d'un languido azzurro, le stelle si sbiancano appena: si sente un confuso sussurro nell'aria serena. Chi passa per tacite strade? Chi parla da tacite soglie? Nessuno. È la guazza che cade sopr'aride foglie. Si parte, ch'è ora, né giorno, sbarrando le vane pupille; si parte tra un murmure intorno di piccole stille. In mezzo alle tenebre sole, qualcuna riluce un minuto; riflette il tuo Sole, o mio Sole; poi cade: ha veduto.
Posa il capo assopito, amore mio, umano sul mio braccio senza fede; tempo e febbri avvampino e cancelliano ogni bellezza individuale, via dai bambini pensosi, e poi la tomba attesta che effimero è il bambino: ma finch'è spunti il giorno mi rimanga tra le braccia la viva creatura, mortale sì, colpevole, eppure per me il bello nella sua interezza.
Anima e corpo non hanno confini: agli amanti che giacciono sul suo tollerante declivio incantato in preda al deliquio ricorrente, solenne la visione manda Venere di soprannaturale armonia, di universale amore e speranza; mentre un'astratta intuizione accende, in mezzo ai ghiacciai e fra le rupi, dell'eremita l'estasi carnale.
Passano sicurezze e fedeltà allo scoccare della mezzanotte come le vibrazioni di campana, e forsennati alla moda lanciano il loro pedantesco, uggioso grido: il costo fino all'ultimo centesimo - sta scritto in tutte le temute carte - andrà pagato, ma da questa notte non un solo bisbiglio, nè un pensiero, non un bacio o uno sguardo sia perduto.
Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi: che i venti dell'alba, mentre lievi spirano intorno al tuo capo sognante, mostrino un giorno di accoglienza tale che occhio e cuore pulsino e gioiscano, paghi di un mondo, il nostro, che è mortale; meriggi di arsura ti ritrovino nutrito dei poteri involontari, notti di oltraggio ti lascino andare sorvegliato da ogni umano amore.
Le mie mani aprono la cortina del tuo essere ti vestono con altra nudità scoprono i corpi del tuo corpo le mie mani inventano un altro corpo al tuo corpo.
Coi ginocchi piegati sul primo dei tre gradini dell'Altare, Dio dell'innocenza io Ti chiedo al mio amplesso. Non tarderanno a sorprendermi braccia d'incensi mistici ondeggianti al sommo delle mie chiaroveggenze. Né mancheranno i grappoli nevosi delle Tue leggiadrissime abbondanze al mio secco palato. Ti vedo, Estasi ripida dell'oro, flusso di gemma alzata all'agonia: Il Tuo Unico Senso occhieggia misterioso e ineluttabile dietro cieca persiana. E Ti canto in segreto spiccando gigli e spade dalla gola ch'esita a rivelarsi in tutta la sua ampiezza prodigiosa. Ah, Dio dei miei miracoli segreti: vengo a nutrire della mia presenza il seme di Misura che m'appartiene e indugia nel Tuo palmo. Quando germoglierà la mia Figura?