Morire come le allodole assetate sul miraggio O come la quaglia passato il mare nei primi cespugli perché di volare non ha più voglia Ma non vivere di lamento come un cardellino accecato.
Ora che sei venuta, che con passo di danza sei entrata nella mia vita quasi folata in una stanza chiusa – a festeggiarti, bene tanto atteso, le parole mi mancano e la voce e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco al nascere dell'alba, ammutolisce quando sull'orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inqietitudine cercava quando ragazzo nella notte d'estate mi facevo alla finestra come soffocato: che non sapevo, m'affannava il cuore. E tutte tue sono le parole che, come l'acqua all'orlo che trabocca, alla bocca venivano da sole,
l'ore deserte, quando s'avanzavan puerilmente le mie labbra d'uomo da sé, per desiderio di baciare....
Come è triste la carne... E ho letto tutti i libri! Fuggire! Laggiù fuggire! Ho udito il canto degli uccelli ebbri tra l'ignota schiuma e i cieli. Nulla, neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi, Potrà Trattenere il mio cuore che si immerge nel mare. O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada Sul foglio ancora intatto, difeso dal suo chiarore, E neppure la giovane donna che nutre il suo bambino. Partirò! Nave che culli le tue vele Leva l'ancora verso un'esotica natura! Una Noia crede ancora, desolata da speranze crudeli, ai fazzoletti agitati nell'ultimo addio. E forse gli alberi che attirano la tempesta il vento farà inclinare sui naufragi Perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole... Ma ascolta, mio cuore mio, il canto dei marinai!
Il vino sa vestire di un prodigioso lume la stamberga peggiore e fabbricare portici di fiaba con le spume del suo rosso vapore come un sole cocente che splenda fra le brume.
Coi ginocchi piegati sul primo dei tre gradini dell'Altare, Dio dell'innocenza io Ti chiedo al mio amplesso. Non tarderanno a sorprendermi braccia d'incensi mistici ondeggianti al sommo delle mie chiaroveggenze. Né mancheranno i grappoli nevosi delle Tue leggiadrissime abbondanze al mio secco palato. Ti vedo, Estasi ripida dell'oro, flusso di gemma alzata all'agonia: Il Tuo Unico Senso occhieggia misterioso e ineluttabile dietro cieca persiana. E Ti canto in segreto spiccando gigli e spade dalla gola ch'esita a rivelarsi in tutta la sua ampiezza prodigiosa. Ah, Dio dei miei miracoli segreti: vengo a nutrire della mia presenza il seme di Misura che m'appartiene e indugia nel Tuo palmo. Quando germoglierà la mia Figura?