Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

I giorni son sempre più brevi

I giorni son sempre più brevi
le piogge cominceranno.
La mia porta, spalancata, ti ha atteso.
Perché hai tardato tanto?

Sul mio tavolo, dei peperoni verdi, del sale, del pane.
Il vino che avevo conservato nella brocca
l'ho bevuto a metà, da solo, aspettando.
Perché hai tardato tanto?

Ma ecco sui rami, maturi, profondi
dei frutti carichi di miele.
Stavano per cadere senz'essere colti
se tu avessi tardato ancora un poco.
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    Scritta da: Eclissi
    in Poesie (Poesie d'Autore)
    Quest'ora ha la forma di una pausa
    La pausa ha la tua forma
    Tu hai la forma di una fontana
    non d'acqua ma di tempo
    In cima allo zampillo della fonte
    saltano i miei pezzi:
    fui sono non sono ancora
    La mia vita non pesa
    Il passato si assottiglia
    Il futuro è un po' d'acqua nei tuoi occhi.
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      in Poesie (Poesie d'Autore)
      Spazio spazio, io voglio, tanto spazio
      per dolcissima muovermi ferita:
      voglio spazio per cantare crescere
      errare e saltare il fosso
      della divina sapienza.
      Spazio datemi spazio
      ch'io lanci un urlo inumano,
      quell'urlo di silenzio negli anni
      che ho toccato con mano.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        La Tovaglia

        Le dicevano: - Bambina!
        Che tu non lasci mai stesa,
        dalla sera alla mattina,
        ma porta dove l'hai presa,
        la tovaglia bianca, appena
        ch'è terminata la cena!
        Bada, che vengono i morti!
        I tristi, i pallidi morti!
        Entrano, ansimano muti.
        Ognuno è tanto mai stanco!
        E si fermano seduti
        la notte intorno a quel bianco.
        Stanno lì sino al domani,
        col capo tra le due mani,
        senza che nulla si senta,
        sotto la lampada spenta. -
        È già grande la bambina:
        la casa regge, e lavora:
        fa il bucato e la cucina,
        fa tutto al modo d'allora.
        Pensa a tutto, ma non pensa
        a sparecchiare la mensa.
        Lascia che vengano i morti,
        i buoni, i poveri morti.
        Oh! la notte nera nera,
        di vento, d'acqua, di neve,
        lascia ch'entrino da sera,
        col loro anelito lieve;
        che alla mensa torno torno
        riposino fino a giorno,
        cercando fatti lontani
        col capo tra le due mani.
        Dalla sera alla mattina,
        cercando cose lontane,
        stanno fissi, a fronte china,
        su qualche bricia di pane,
        e volendo ricordare,
        bevono lagrime amare.
        Oh! non ricordano i morti,
        i cari, i cari suoi morti!
        - Pane, sì... pane si chiama,
        che noi spezzammo concordi:
        ricordate?... È tela, a dama:
        ce n'era tanta: ricordi?...
        Queste?... Queste sono due,
        come le vostre e le tue,
        due nostre lagrime amare
        cadute nel ricordare! -.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Il canto popolare

          Improvviso il mille novecento
          cinquanta due passa sull'Italia:
          solo il popolo ne ha un sentimento
          vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
          la modernità, benché sempre il più
          moderno sia esso, il popolo, spanto
          in borghi, in rioni, con gioventù
          sempre nuove - nuove al vecchio canto -
          a ripetere ingenuo quello che fu.

          Scotta il primo sole dolce dell'anno
          sopra i portici delle cittadine
          di provincia, sui paesi che sanno
          ancora di nevi, sulle appenniniche
          greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
          i nuovi colori delle tele, i nuovi
          vestiti come in limpidi roghi
          dicono quanto oggi si rinnovi
          il mondo, che diverse gioie sfoghi...

          Ah, noi che viviamo in una sola
          generazione ogni generazione
          vissuta qui, in queste terre ora
          umiliate, non abbiamo nozione
          vera di chi è partecipe alla storia
          solo per orale, magica esperienza;
          e vive puro, non oltre la memoria
          della generazione in cui presenza
          della vita è la sua vita perentoria.

          Nella vita che è vita perché assunta
          nella nostra ragione e costruita
          per il nostro passaggio - e ora giunta
          a essere altra, oltre il nostro accanito
          difenderla - aspetta - cantando supino,
          accampato nei nostri quartieri
          a lui sconosciuti, e pronto fino
          dalle più fresche e inanimate ère -
          il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

          E se ci rivolgiamo a quel passato
          ch'è nostro privilegio, altre fiumane
          di popolo ecco cantare: recuperato
          è il nostro moto fin dalle cristiane
          origini, ma resta indietro, immobile,
          quel canto. Si ripete uguale.
          Nelle sere non più torce ma globi
          di luce, e la periferia non pare
          altra, non altri i ragazzi nuovi...

          Tra gli orti cupi, al pigro solicello
          Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
          d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
          di Toscana, con strilli di rondinini:
          Hor atorno fratt Helya! La santa
          violenza sui rozzi cuori il clero
          calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
          feroce nel feudo provinciale l'Impero
          da Iddio imposto: e il popolo canta.

          Un grande concerto di scalpelli
          sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
          sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
          suona, giganteggiando il travertino
          nel nuovo spazio in cui s'affranca
          l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
          jersera... ripete con l'anima spanta
          nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
          resta nel popolo. E il popolo canta.

          Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
          e trepidi nel vento napoleonico,
          all'Inno dell'Albero della Libertà,
          tremano i nuovi colori delle nazioni.
          Ma, cane affamato, difende il bracciante
          i suoi padroni, ne canta la ferocia,
          Guagliune 'e mala vita! In branchi
          feroci. La libertà non ha voce
          per il popolo cane. E il popolo canta.

          Ragazzo del popolo che canti,
          qui a Rebibbia sulla misera riva
          dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
          è vero, cantando, l'antica, la festiva
          leggerezza dei semplici. Ma quale
          dura certezza tu sollevi insieme
          d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
          tuguri e grattacieli, allegro seme
          in cuore al triste mondo popolare.

          Nella tua incoscienza è la coscienza
          che in te la storia vuole, questa storia
          il cui Uomo non ha più che la violenza
          delle memorie, non la libera memoria...
          E ormai, forse, altra scelta non ha
          che dare alla sua ansia di giustizia
          la forza della tua felicità,
          e alla luce di un tempo che inizia
          la luce di chi è ciò che non sa.
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            Scritta da: Andrea De Candia
            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Arrivò una bambina dai capelli bianchi
            e non aveva più denti
            soltanto pane nella pancia e patria
            e una mano gialla fatta di neve e
            la fortuna che sbatte contro la guancia
            subito il mio cappotto di fuori fu bianco e
            i miei sarti mi domandarono perché
            non so morire
            di cosa sono debitrice agli alberi
            è una cosa che si lascia appesa lassù.
            Composta lunedì 7 marzo 2016
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              in Poesie (Poesie d'Autore)

              La vergine di Spoleto

              Sottile sei come un cero del tempio,
              l'occhio hai trafitto da spade d'amore.
              Io non ti chiedo un sol bacio: in silenzio
              vorrei deporre sul rogo il mio cuore.

              Io non ti chiedo una sola carezza:
              t'offenderebbe la mia rozza mano.
              Ma dal cancello ti guardo in purezza
              rose di porpora cogliere e t'amo.

              Sempre ti bruciano i raggi del sole
              e via t'involi sul vento che fugge.
              Su te c'è un angelo senza parole:
              io gusto in cuore il dolor che mi strugge.

              Mentre t'intreccio nei riccioli, adagio,
              dei versi ignoti gli strani diamanti,
              getto il mio cuore invaghito nel lago
              meraviglioso degli occhi raggianti.
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                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Voglio che tornando tu trovi una paroletta del tuo amico stasera.
                Ho un desiderio desolato di te stasera. Ahimè stasera e sempre.
                Ma stasera il desiderio è di qualità nuova.
                È come un tremito infinitamente lungo e tenue.
                Sono come un mare in cui tremino tutte le gocciole,
                tremano tutte le ali dell'anima,
                tremano tutte le fibre dei nervi,
                tremano tutti i fiori della primavera
                e anche le nuvole del cielo
                e anche le stelle della notte
                e anche la piccola luna trema.
                Trema sui tuoi capelli che sono una schiuma bionda.
                Ho la bocca piena delle tue spalle,
                che sono ora come un fuoco di neve tiepida disciolta in me.
                Godo e soffro.
                Ti ho dentro di me e vorrei tuttavia sentirti sopra di me.
                Non mi hai lasciato tanta musica partendo.
                Stanotte tienimi sul tuo cuore,
                avvolgimi nel tuo sogno,
                incantami col tuo fiato,
                sii sola con me solo.
                Oh melodia melodia...
                Tremano tutte le gocciole del mare.
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                  Scritta da: Gabriella Stigliano
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Infrapensieri la notte

                  Il sonno, il nero fiume -
                  v'immerge la sua tempra
                  per il fuoco dell'aurora
                  che lo avvamperà, lo spera,
                  l'indomani -
                  Sono oscuri
                  il turchese ed il carminio
                  nei vasi e nelle ciotole,
                  li prende
                  la notte nel suo grembo,
                  li accomuna a tutta la materia.
                  Saranno - il pensiero lo tortura
                  un attimo, lo allarma -
                  pronti alla chiamata
                  quando ai vetri si presenta
                  in avanscoperta l'alba e, dopo,
                  quando irrompe
                  e sfolgora sotto la navata
                  il pieno giorno -
                  hanno
                  incerta come lui la sorte
                  i colori o il risveglio
                  per loro non è in forse,
                  la luce non li inganna,
                  non li tradisce? E stanno
                  nella materia
                  o sono
                  nell'anima i colori? -
                  divaga
                  o entra nel vivo
                  la sua mente
                  nella pausa
                  della notte che comincia -
                  smarrisce
                  e ritrova i filamenti
                  dell'arte, della giornata...
                  Esce
                  insieme ai lapislazzuli
                  l'oro dal suo forziere, sì,
                  ma incerto
                  il miracolo ritarda,
                  la sua trasmutazione
                  in luce, in radiosità
                  gli sarà data piena? Avrà
                  lui grazia sufficiente
                  a quella spiritualissima alchimia?
                  Si addorme,
                  s'inabissa,
                  è sciocco,
                  lo sente,
                  quel pensiero, è perfida quell'ansia.
                  Chi è lui? Tutto gioca con tutto
                  nella universale danza.
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