Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Giorgia Gozzi
in Poesie (Poesie d'Autore)

Preghiera

Oh Signore, fa' di me uno strumento della tua pace
dove è odio, fa' che io porti l'amore
dove è offesa, che io porti il perdono,
dove è discordia, che io porti l'unione,
dove è dubbio, che io porti la fede,
dove è errore, che io porti la verità,
dove è disperazione, che io porti la speranza,
dove è tristezza, che io porti la gioia,
dove sono le tenebre, che io porti la luce.
Maestro, fa' che io non cerchi tanto
di essere consolato, quanto di consolare,
di essere compreso, quanto di comprendere,
di essere amato, quanto di amare.
Perché è
dando, che si riceve,
perdonando, che si è perdonati,
morendo, che si resuscita a vita eterna.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La sera

    Sei appena uscito di prigione
    e appena uscito
    ecco tua moglie incinta.
    La sera la prendi sottobraccio.
    Ve ne andate a passeggio per le strade del quartiere.
    Ha il ventre quasi fino al naso tua moglie.
    E il suo peso sacro lo porta con civetteria.
    Tu sei fiero e pieno di rispetto.
    Fa fresco,
    una freschezza come le mani di un bimbo infreddolito.
    I gatti del quartiere aspettano attorno alla macelleria.
    Al primo piano, la macellaia ricciuta,
    i grossi seni appoggiati sul davanzale,
    contempla il tramonto.
    In mezzo al cielo compare una stella,
    limpida e bella come un bicchier d'acqua.
    L'estate è durata a lungo quest'anno
    e se i gelsi sono ingialliti, i fichi sono ancora verdi.
    Refik, il tipografo,
    e la figlia più giovane di Jorghi, il lattaio,
    passeggiano su e giù, con le dita intrecciate.
    Karabè, il pizzicagnolo, ha già acceso le luci.
    Quest'armeno non ha dimenticato il massacro di suo padre
    tra le montagne curde.
    Ma a te, ti vuol bene.
    Anche tu non li puoi perdonare
    quelli che hanno messo questo marchio sulla fronte del popolo turco.
    I malati, i tisici del quartiere guardano da dietro i vetri.
    Il figlio di Nuriye, la lavandaia,
    disoccupato, ingobbito dalla tristezza,
    s'avvia verso la bettola.
    In casa di Rahmi si sente il radio-giornale.
    Hanno mandato 4500 ragazzi in un paese dell'Estremo Oriente
    per massacrare i loro fratelli, dal viso giallo lunare.
    Il tuo viso arrossisce di collera e di vergogna.
    Non sei obiettivo, no, al diavolo,
    ma triste
    di una tristezza tua propria,
    una tristezza con le mani e i piedi legati,
    come se fossi ancora in prigione,
    e giù in guardina sentissi i gendarmi battere i contadini .
    La notte è caduta.
    Il passeggio serale è terminato.
    Una jeep della polizia entra nella strada.
    Tua moglie sussurra: "andrà a casa? ".
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      La canzone della granata

      Ricordi quand'eri saggina,
      coi penduli grani che il vento
      scoteva, come una manina
      di bimbo il sonaglio d'argento?
      Cadeva la brina; la pioggia
      cadeva: passavano uccelli
      gemendo: tu gracile e roggia
      tinnivi coi cento ramelli.
      Ed oggi non più come ieri
      tu senti la pioggia e la brina,
      ma sgrigioli come quand'eri
      saggina.
      Restavi negletta nei solchi
      quand'ogni pannocchia fu colta:
      te, colsero, quando i bifolchi
      v'ararono ancora una volta.
      Un vecchio ti prese, recise,
      legò; ti privò della bella
      semenza tua rossa; e ti mise
      nell'angolo, ad essere ancella.
      E in casa tu resti, in un canto,
      negletta qui come laggiù;
      ma niuno è di casa pur quanto
      sei tu.
      Se t'odia colui che la trama
      distende negli alti solai,
      l'arguta gallina pur t'ama,
      cui porti la preda che fai.
      E t'ama anche senza, ché ai costi
      ti sbalza, ed i grani t'invola,
      residui del tempo che fosti
      saggina, nei campi già sola.
      Ma più, gracilando t'aspetta
      con ciò che in tua vasta rapina
      le strascichi dalla già netta
      cucina.
      Tu lasci che t'odiino, lasci
      che t'amino: muta, il tuo giorno,
      nell'angolo, resti, coi fasci
      di stecchi che attendono il forno.
      Nell'angolo il giorno tu resti,
      pensosa del canto del gallo;
      se al bimbo tu già non ti presti,
      che viene, e ti vuole cavallo.
      Riporti, con lui che ti frena,
      le paglie ch'hai tolte, e ben più;
      e gioia or n'ha esso; ma pena
      poi tu.
      Sei l'umile ancella; ma reggi
      la casa: tu sgridi a buon'ora,
      mentre impaziente passeggi,
      gl'ignavi che dormono ancora.
      E quanto tu muovi dal canto,
      la rondine è ancora nel nido;
      e quando comincia il suo canto,
      già ode per casa il tuo strido.
      E l'alba il suo cielo rischiara,
      ma prima lo spruzza e imperlina,
      così come tu la tua cara
      casina.
      Sei l'umile ancella, ma regni
      su l'umile casa pulita.
      Minacci, rimproveri; insegni
      ch'è bella, se pura, la vita.
      Insegni, con l'acre tua cura
      rodendo la pietra e la creta,
      che sempre, per essere pura,
      si logora l'anima lieta.
      Insegni, tu sacra ad un rogo
      non tardo, non bello, che più
      di ciò che tu mondi, ti logori
      tu!
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        Scritta da: Francesca Fontana
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Solo et pensoso

        Solo et pensoso i più deserti campi
        vo mesurando a passi tardi e lenti,
        e gli occhi porto per fuggire intenti
        ove vestigio uman l'arena stampi.

        Altro schermo non trovo che mi scampi
        dal manifesto accorger de le genti;
        perché ne gliatti d'alegrezza spenti
        di fuor si legge com'io dentro avampi:

        sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
        e fiumi e selve sappian di che tempre
        sia la mia vita, ch'è celata altrui.

        Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
        cercar non so ch'Amore non venga sempre
        ragionando con meco, et io co llui.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Sono nata il ventuno a primavera

          Sono nata il ventuno a primavera
          ma non sapevo che nascere folle,
          aprire le zolle
          potesse scatenar tempesta.
          Così Proserpina lieve
          vede piovere sulle erbe,
          sui grossi frumenti gentili
          e piange sempre la sera.
          Forse è la sua preghiera.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Elogio della rosa (Adone)

            Poi le luci girando al vicin colle,
            dov'era il cespo che ' bel piè trafisse,
            fermossi alquanto a rimirarlo, e volle
            il suo fior salutar pria che partisse;
            e vedutolo ancor stillante e molle
            quivi porporeggiar, così gli disse:
            "Sàlviti il Ciel da tutti oltraggi e danni,
            fatal cagion dei miei felici affanni:
            Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura,
            rosa del sangue mio fatta vermiglia,
            pregio del mondo e fregio di natura,
            de la Terra e del Sol vergine figlia,
            d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
            onor de l'odorifera famiglia,
            tu tien d'ogni beltà le palme prime,
            sovra il vulgo dè fior Donna sublime.
            Quasi in bel trono Imperatrice altera
            siedi colà su la nativa sponda.
            Turba d'aure vezzosa e lusinghiera
            ti corteggia d'intorno e ti seconda;
            e di guardie pungenti armata schiera
            ti difende per tutto, e ti circonda.
            E tu fastosa del tuo regio vanto
            porti d'or la corona e d'ostro il manto.
            Porpora dè giardin, pompa dè prati,
            gemma di primavera, occhio d'aprile,
            dite le Grazie e gli Amoretti alati
            fan ghirlanda a la chioma, al sen monile.
            Tu, qualor torna a gli alimenti usati
            ape leggiadra o zeffiro gentile,
            dài lor da bere in tazza di rubini
            rugiadosi licori e cristallini.
            Non superbisca ambizioso il Sole
            di trionfar fra le minori stelle,
            che ancor tu fra i ligustri e le viole
            scopri le pompe tue superbe e belle.
            Tu sei con tue bellezze uniche e sole
            splendor di queste piagge, egli di quelle.
            Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
            tu Sole in terra, ed egli rosa in cielo.
            E ben saran tra voi conformi voglie:
            dite fia '1 Sole, e tu del Sole amante,
            ei de l'insegne tue, de le tue spoglie
            l'aurora vestirà nel suo levante.
            Tu spiegherai nè crini e ne le foglie
            la sua livrea dorata e fiammeggiante,
            e per ritrarlo ed imitarlo appieno
            porterai sempre un picciol Sole in seno. "
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

              Li osservo, questi uomini, educati
              ad altra vita che la mia: frutti
              d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
              quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
              storica di Roma. Li osservo: in tutti
              c'è come l'aria d'un buttero che dorma
              armato di coltello: nei loro succhi
              vitali, è disteso un tenebrore intenso,
              la papale itterizia del Belli,
              non porpora, ma spento peperino,
              bilioso cotto. La biancheria, sotto,
              fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
              che trapela il suo umido, rosso,
              indecente bruciore. La sera li espone
              quasi in romitori, in riserve
              fatte di vicoli, muretti, androni
              e finestrelle perse nel silenzio.
              È certo la prima delle loro passioni
              il desiderio di ricchezza: sordido
              come le loro membra non lavate,
              nascosto, e insieme scoperto,
              privo di ogni pudore: come senza pudore
              è il rapace che svolazza pregustando
              chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
              essi bramano i soldi come zingari,
              mercenari, puttane: si lagnano
              se non ce n'hanno, usano lusinghe
              abbiette per ottenerli, si gloriano
              plautinamente se ne hanno le saccocce
              piene.
              Se lavorano - lavoro di mafiosi macellari,
              ferini lucidatori, invertiti commessi,
              tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
              manovali buoni come cani - avviene
              che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
              troppa avita furberia in quelle vene...

              Sono usciti dal ventre delle loro madri
              a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
              preistorici, e iscritti in un'anagrafe
              che da ogni storia li vuole ignorati...
              Il loro desiderio di ricchezza
              è, così, banditesco, aristocratico.
              Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
              a vincere l'angosciosa scommessa,
              a dirsi: "È fatta, " con un ghigno di re...
              La nostra speranza è ugualmente ossessa:
              estetizzante, in me, in essi anarchica.
              Al raffinato e al sottoproletariato spetta
              la stessa ordinazione gerarchica
              dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia,
              in un mondo che non ha altri varchi
              che verso il sesso e il cuore,
              altra profondità che nei sensi.
              In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.
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                Scritta da: Andrea De Candia
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Le morte chitarre

                La mia terra è sui fiumi stretta al mare,
                non altro luogo ha voce così lenta
                dove i miei piedi vagano
                tra giunchi pesanti di lumache.
                Certo è autunno: nel vento a brani
                le morte chitarre sollevano le corde
                su la bocca nera e una mano agita le dita
                di fuoco.
                Nello specchio della luna
                si pettinano fanciulle col petto d'arance.

                Chi piange? Chi frusta i cavalli nell'aria
                rossa? Ci fermeremo a questa riva
                lungo le catene d'erba e tu amore
                non portarmi davanti a quello specchio
                infinito: vi si guardano dentro ragazzi
                che cantano e alberi altissimi e acque.
                Chi piange? Io no, credimi: sui fiumi
                corrono esasperati schiocchi d'una frusta,
                i cavalli cupi i lampi di zolfo.
                Io no, la mia razza ha coltelli
                che ardono e lune e ferite che bruciano.
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