Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Sonia Ghinelli
in Poesie (Poesie d'Autore)

LXIV Sonetto

Per tanto amore la mia vita si tinse di viola
e andai di rotta in rotta come gli uccelli ciechi
fino a raggiungere la tua finestra, amica mia:
tu sentisti un rumore di cuore infranto

e lì dalle tenebre mi sollevai al tuo petto,
senz'essere e senza sapere andai alla torre del frumento,
sorsi per vivere tra le tue mani,
mi sollevai dal mare alla tua gioia.

Nessuno può dire ciò che ti devo, è lucido
ciò che ti devo, amore, ed è come una radice,
nativa d'Araucania, ciò che ti devo, amata.

È senza dubbio stellato tutto ciò che ti devo,
ciò che ti devo è come il pozzo d'una zona silvestre
dove il tempo conservò lampi erranti.
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    Scritta da: Gabriella Stigliano
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La sera

    Come una indefinibile fata d'ombre
    vien da lungi la sera, camminando
    per l'abetaia tacita e nevosa.
    Poi, contro tutte le finestre preme
    le sue gelide guance e, zitta, origlia!
    Si fa silenzio, allora, in ogni casa.
    Siedono i vecchi, meditando. I bimbi
    non si attentano ancora ai loro giochi!
    Le madri stanno siccome regine.
    Cade di mano alle fantesche il fuso.
    La sera ascolta, trepida pei vetri:
    tutti, all'interno, ascoltano la sera.
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      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Don Chisciotte

      Il cavaliere dell'eterna gioventù
      seguì, verso la cinquantina,
      la legge che batteva nel suo cuore.
      Partì un bel mattino di luglio
      per conquistare il bello, il vero, il giusto.
      Davanti a lui c'era il mondo
      coi suoi giganti assurdi e abietti
      sotto di lui Ronzinante
      triste ed eroico.

      Lo so
      quando si è presi da questa passione
      e il cuore ha un peso rispettabile
      non c'è niente da fare, Don Chisciotte,
      niente da fare
      è necessario battersi
      contro i mulini a vento.

      Hai ragione tu, Dulcinea
      è la donna più bella del mondo
      certo
      bisognava gridarlo in faccia
      ai bottegai
      certo
      dovevano buttartisi addosso
      e coprirti di botte
      ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
      tu continuerai a vivere come una fiamma
      nel tuo pesante guscio di ferro
      e Dulcinea
      sarà ogni giorno più bella.
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        Scritta da: Francesca Fontana
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Divina Commedia, V canto inferno

        O animal grazïoso e benigno
        che visitando vai per l'aere perso
        noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

        se fosse amico il re de l'universo,
        noi pregheremmo lui de la tua pace,
        poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

        Di quel che udire e che parlar vi piace,
        noi udiremo e parleremo a voi,
        mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

        Siede la terra dove nata fui
        su la marina dove 'l Po discende
        per aver pace cò seguaci sui.

        Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
        prese costui de la bella persona
        che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

        Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
        mi prese del costui piacer sì forte,
        che, come vedi, ancor non m'abbandona.

        Amor condusse noi ad una morte.
        Caina attende chi a vita ci spense.
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          Scritta da: Erika Moon
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Canzone del maschio e della femmina

          Canzone del maschio e della femmina!
          Il frutto dei secoli
          che spreme il suo succo
          nelle nostre vene.

          La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa
          per uscire migliorata da te,
          il cuore che si disperde
          stirandosi come una pantera,
          e la mia vita, sbriciolata, che si annoda
          a te come la luce alle stelle!

          Mi ricevi
          come il vento la vela.

          Ti ricevo
          come il solco il seme.

          Addormentati sui miei dolori
          se i miei dolori non ti bruciano,
          legati alle mie ali,
          forse le mie ali ti porteranno,
          dirigi i miei desideri,
          forse ti duole la loro lotta.

          Tu sei l'unica che possiedo
          da quando persi la mia tristezza!

          Lacerami come una spada
          o senti come un'antenna!

          Baciami,
          mordimi,
          incendiami,
          che io vengo alla terra
          solo per il naufragio dei miei occhi di maschio
          nell'acqua infinita dei occhi di femmina!
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            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Una minaccia alla mia immortalità

            Si spogliò davanti a me
            con la figa dall'altra parte
            mentre io stavo a letto con la bottiglia
            di birra.

            Cos'è quella verruca che hai
            sul culo? Chiesi.

            Non è una verruca, disse lei,
            è un neo, una specie
            di voglia.

            Quel coso mi spaventa, dissi,
            lasciamo
            stare.

            Scesi dal letto
            e andai nell'altra stanza
            e mi sedetti sulla sedia a dondolo
            e mi dondolai.

            Mi raggiunse dì un po',
            vecchia scoreggia. Sei pieno di verruche e cicatrici
            e bitorzoli d'ogni genere
            dappertutto. Credo proprio che tu sia il vecchio
            più brutto
            che abbia mai visto.

            Lascia perdere, dissi, dimmi qualcosa di più
            di quel neo
            che hai sul culo.

            Lei andò nell'altra stanza
            si vestì e poi mi passò davanti
            sbattè l'uscio
            e
            sparì.

            E pensare
            che aveva anche letto
            tutti i miei libri di poesie.

            Spero solo che non dica a nessuno
            che non sono stato
            carino.
            Composta mercoledì 25 settembre 2013
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              La sera

              Sei appena uscito di prigione
              e appena uscito
              ecco tua moglie incinta.
              La sera la prendi sottobraccio.
              Ve ne andate a passeggio per le strade del quartiere.
              Ha il ventre quasi fino al naso tua moglie.
              E il suo peso sacro lo porta con civetteria.
              Tu sei fiero e pieno di rispetto.
              Fa fresco,
              una freschezza come le mani di un bimbo infreddolito.
              I gatti del quartiere aspettano attorno alla macelleria.
              Al primo piano, la macellaia ricciuta,
              i grossi seni appoggiati sul davanzale,
              contempla il tramonto.
              In mezzo al cielo compare una stella,
              limpida e bella come un bicchier d'acqua.
              L'estate è durata a lungo quest'anno
              e se i gelsi sono ingialliti, i fichi sono ancora verdi.
              Refik, il tipografo,
              e la figlia più giovane di Jorghi, il lattaio,
              passeggiano su e giù, con le dita intrecciate.
              Karabè, il pizzicagnolo, ha già acceso le luci.
              Quest'armeno non ha dimenticato il massacro di suo padre
              tra le montagne curde.
              Ma a te, ti vuol bene.
              Anche tu non li puoi perdonare
              quelli che hanno messo questo marchio sulla fronte del popolo turco.
              I malati, i tisici del quartiere guardano da dietro i vetri.
              Il figlio di Nuriye, la lavandaia,
              disoccupato, ingobbito dalla tristezza,
              s'avvia verso la bettola.
              In casa di Rahmi si sente il radio-giornale.
              Hanno mandato 4500 ragazzi in un paese dell'Estremo Oriente
              per massacrare i loro fratelli, dal viso giallo lunare.
              Il tuo viso arrossisce di collera e di vergogna.
              Non sei obiettivo, no, al diavolo,
              ma triste
              di una tristezza tua propria,
              una tristezza con le mani e i piedi legati,
              come se fossi ancora in prigione,
              e giù in guardina sentissi i gendarmi battere i contadini .
              La notte è caduta.
              Il passeggio serale è terminato.
              Una jeep della polizia entra nella strada.
              Tua moglie sussurra: "andrà a casa? ".
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                L'assiuolo

                Dov'era la luna? Ché il cielo
                notava in un'alba di perla,
                ed ergersi il mandorlo e il melo
                parevano a meglio vederla.
                Venivano soffi di lampi
                da un nero di nubi laggiù:
                veniva una voce dai campi:
                chiù...
                Le stelle lucevano rare
                tra mezzo alla nebbia di latte:
                sentivo il cullare del mare,
                sentivo un fru fru tra le fratte;
                sentivo nel cuore un sussulto,
                com'eco d'un grido che fu.
                Sonava lontano il singulto:
                chiù...
                Su tutte le lucide vette
                tremava un sospiro di vento;
                squassavano le cavallette
                finissimi sistri d'argento
                (tintinni a invisibili porte
                che forse non s'aprono più?... );
                e c'era quel pianto di morte...
                chiù...
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  La sera del dì di festa

                  Dolce e chiara è la notte e senza vento,
                  E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
                  Posa la luna, e di lontan rivela
                  Serena ogni montagna. O donna mia,
                  Già tace ogni sentiero, e pei balconi
                  Rara traluce la notturna lampa:
                  Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
                  Nelle tue chete stanze; e non ti morde
                  Cura nessuna; e già non sai né pensi
                  Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
                  Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
                  Appare in vista, a salutar m'affaccio,
                  E l'antica natura onnipossente,
                  Che mi fece all'affanno. A te la speme
                  Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
                  Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
                  Questo dì fu solenne: or dà trastulli
                  Prendi riposo; e forse ti rimembra
                  In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
                  Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
                  Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
                  Quanto a viver mi resti, e qui per terra
                  Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
                  In così verde etate! Ahi, per la via
                  Odo non lunge il solitario canto
                  Dell'artigian, che riede a tarda notte,
                  Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
                  E fieramente mi si stringe il core,
                  A pensar come tutto al mondo passa,
                  E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
                  Il dì festivo, ed al festivo il giorno
                  Volgar succede, e se ne porta il tempo
                  Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
                  Di què popoli antichi? Or dov'è il grido
                  Dè nostri avi famosi, e il grande impero
                  Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
                  Che n'andò per la terra e l'oceano?
                  Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
                  Il mondo, e più di lor non si ragiona.
                  Nella mia prima età, quando s'aspetta
                  Bramosamente il dì festivo, or poscia
                  Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
                  Premea le piume; ed alla tarda notte
                  Un canto che s'udia per li sentieri
                  Lontanando morire a poco a poco,
                  Già similmente mi stringeva il core.
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