in Poesie (Poesie d'Autore)
Se non puoi amarmi, amore mio, perdona il mio dolore.
Non guardarmi sdegnato, da lontano.
Tornerò nel mio cantuccio e siederò al buio.
Con entrambe le mani coprirò
la mia nuda vergogna.
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Se non puoi amarmi, amore mio, perdona il mio dolore.
Non guardarmi sdegnato, da lontano.
Tornerò nel mio cantuccio e siederò al buio.
Con entrambe le mani coprirò
la mia nuda vergogna.
Tanta acqua è passata sotto i ponti
ed anche un grande fiume di sangue
ma ai piedi dell'amore
scorre un bianco ruscello
e nei giardini della luna
dove ogni giorno si fa festa a te
questo ruscello canta addormentato
quella luna è il mio capo
dentro cui gira un grande sole blu
e gli occhi tuoi sono questo sole.
Se l'amore deve essermi negato,
perché il mattino spezza il suo cuore
in canzoni, e perché questi sospiri
che il vento del sud disperde
tra le foglie appena spuntate ?
Se l'amore deve essermi negato,
perché porta la notte, in dolente
silenzio, la pena delle stelle ?
E perché questo folle cuore getta
getta sconsideratamente la speranza
su un mare la cui fine non conosce ?
La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell'oro
che s'è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d'istante - marmo manna
e distruzione - ch'entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l'amore a me, strana sorella, -
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti - per entrar nel buio.
Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
L’anima dimora
nell’ombra, tra le ombre…
tra quelli che mi sfiorano ignorandomi…
e quelli che io sfioro ricordandomi…
l’anima dimora,
tra soffici cuscini d’allegria,
tra i sorrisi che mi doni amandomi…
e quelli che ti dono amandoti;
L’anima dimora
nei giorni di sole…e in quelli di pioggia…
tra una lenta foschia
che abbraccia il corpo e l’anima mia.
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
La mia terra è sui fiumi stretta al mare,
non altro luogo ha voce così lenta
dove i miei piedi vagano
tra giunchi pesanti di lumache.
Certo è autunno: nel vento a brani
le morte chitarre sollevano le corde
su la bocca nera e una mano agita le dita
di fuoco.
Nello specchio della luna
si pettinano fanciulle col petto d'arance.
Chi piange? Chi frusta i cavalli nell'aria
rossa? Ci fermeremo a questa riva
lungo le catene d'erba e tu amore
non portarmi davanti a quello specchio
infinito: vi si guardano dentro ragazzi
che cantano e alberi altissimi e acque.
Chi piange? Io no, credimi: sui fiumi
corrono esasperati schiocchi d'una frusta,
i cavalli cupi i lampi di zolfo.
Io no, la mia razza ha coltelli
che ardono e lune e ferite che bruciano.
Non inizia più armonico momento
per noi, dacché la forza immotivata
d'amore usò più cruda disciplina.
Ora nei nostri aspetti già traspare
la ferina imminenza del piacere.
Né so, quando mi penetri di baci
quanto di te il mio spirito trascini.
Se la tua bianca veste mi raggiunge
ardo di colpa e muovo l'innocente
orma del desiderio alle tue case
e per te che mi piaci
io cresco in tenerezza senza fine.
E ti seguo, io, ombra del tuo anello
di spirito profondo
ignorata da te, ma ti raggiungo
nella mia aperta fantasia gioiosa.
E mi carico sempre di peccati
presso le porte delle meretrici.
In un cupo deserto io vagavo
dalla sete dello spirito oppresso,
ed ecco un serafino con sei ali
mi apparve ad un tratto da presso.
Lieve come un sogno si avvicinò
e gli occhi stanchi mi sfiorò.
Si aprirono le profetiche pupille
come alle aquile impaurite.
Poi toccò le mie orecchie,
e di suoni esse furono empite:
e vidi in alto degli angeli il volo
e udii il cielo che fremeva,
e scorsi il moto delle serpi marine
e il vinco delle valli che cresceva.
Poi si accostò alla mia bocca,
strappò la mia lingua veemente,
ma frivola, vuota e maligna,
e l'aculeo del saggio serpente
nella mia bocca agghiacciata
ficcò con la destra sanguigna.
Poi il petto mi aprì con la spada,
ne tolse il mio cuore tremante,
e nel petto aperto egli depose
un carbone ardente e fiammante.
Come salma nel deserto giacevo,
ma la voce divina intendevo:
"alzati, guarda e ascolta, o profeta,
fa ciò che ho scritto nella mente,
percorri terre e mari senza tregua,
con la parola accendi il cuore della gente".