Tanta acqua è passata sotto i ponti ed anche un grande fiume di sangue ma ai piedi dell'amore scorre un bianco ruscello e nei giardini della luna dove ogni giorno si fa festa a te questo ruscello canta addormentato quella luna è il mio capo dentro cui gira un grande sole blu e gli occhi tuoi sono questo sole.
Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all'Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d'acqua natia rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d'avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri. O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina!
Ora lungh'esso il litoral cammina La greggia. Senza mutamento è l'aria. Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Verrò quando sarai più triste, steso nell'ombra che sale alla tua stanza; quando il giorno demente ha perso il suo tripudio, e il sorriso di gioia è ormai bandito dalla malinconia pungente della notte.
Verrò quando la verità del cuore dominerà intera, non obliqua, ed il mio influsso si di te stendendosi, farà acuta la pena, freddo il piacere, e la tua anima porterà lontano.
Ascolta, è proprio l'ora, l'ora tremenda per te: non senti rullarti nell'anima uno scroscio di strane emozioni, messaggere di un comando più austero, araldi di me?
In quel selvaggio abisso, grembo della Natura e, forse, tomba, che non è mare o sponda, aria né fuoco, ma lor cause pregnanti in sé commiste confusamente, in una lotta eterna, se il Fattore Possente non costringe queste oscure materie a farsi mondi, nell'abisso selvaggio, cauto, Satana sostava all'orlo dell'Inferno, e vide, e ponderò il viaggio...
Una delle cose più terribili è davvero stare a letto una notte dopo l'altra con una donna che non hai più voglia di scopare.
Invecchiano, non sono più tanto belle – tendono persino a russare, buttarsi giù.
Così, a letto, a volte ti giri, il tuo piede tocca il suo – Dio, che orrore! – e la notte è là fuori dietro le tendine e insieme vi suggella nella tomba.
E la mattina vai in bagno, parli, attraversi il corridoio, dici strane cose; le uova friggono, partono i motori.
Ma seduti l'uno di fronte all'altro hai 2 estranei che si ficcano in bocca il pane tostato che si bruciano col caffè bollente la gola risentita e l'intestino.
In dieci milioni di case americane è lo stesso – vite stantie appoggiate l'una all'altra e nessun posto dove andare.
Sali in macchina e vai a lavorare e là ci sono degli altri sconosciuti, quasi tutti mogli e mariti di qualcun altro, e oltre alla ghigliottina del lavoro, flirtano, scherzano r si danno pizzicotti, tendendo qualche volta a farsi in qualche posto una rapida scopata – a casa non possono farlo – e poi tornano a casa ad aspettare il Natale o il Labor Day o la domenica o qualcosa.
Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue sò le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. Ad te solo, Altissimo, se confano, et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie, mì Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione. Laudato sì, mì Signore, per sora luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato sì, mì Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato sì, mì Signore, per sor'aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato sì, mì Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato sì, mì Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato sì, mì Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione. Beati quelli che'l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato sì, mì Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po' scappare: guai acquelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte secunda no'l farrà male. Laudate e benedicete mì Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate.
Quando leggemmo il disiaso riso esser baciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi baciò tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante.
Non è ancora chiaro se siano finiti del tutto gli anni in cui eravamo distratti.
Non ci accorgevamo che le nostre cellule sfinivano e quelle nuove arrivavano e quelle di nostro padre andavano a male.
Negli ospedali camminavamo dritti verso un letto non giravamo mai lo sguardo in corsia sentivamo le canzoni ci abituavamo alle peggiori le ricantavamo forte per non sentire notizie davvero vere.
Come certi prestigiatori ci infilavamo lastre sottili di ferro a dividere la parte sopra l'ombelico da quella sotto e non diteci che non sapete quale porgevamo alle ragazze? E non diteci che non sapete che la loro richiesta non l'ascoltavamo con precisa distrazione e scelta?
Ai funerali pensavamo ad altro se ci andavamo impegnati a rendere coerente l'epitaffio uno che se l'è cavata.
Fatti di pezzi di uomo messi insieme con pazienza orefice, braccia e orecchie conserte eclissi parziale di occhi. Camminavamo sul filo, con in bocca il cucchiaio, sul cucchiaio l'uovo, sull'uovo il peso del cielo.
Prima di tutto ce li hai i requisiti? Ce l'hai un occhio di vetro, denti finti o una gruccia, un tirante o un uncino, seni di gomma, inguine di gomma,
rattoppi a qualcosa che manca? Ah no? E allora che mai possiamo darti? Smetti di piangere. Apri la mano. Vuota? Vuota. Ma ecco una mano
che la riempie, disposta a porgere tazze di tè e sgominare emicranie, e a fare ogni cosa che gli dirai. La vorresti sposare? È garantita,
ti tapperà gli occhi alla fine della vita e del dolore. Con quel sale ci rinnoviamo le scorte. Vedo che sei nuda come un verme. Che te ne pare di questo vestito-
Un po' rigido e nero, ma niente male. Lo vorresti sposare? È impermeabile, infrantumabile, abile contro il fuoco e imbombardabile. Credi a me, ti ci farai sotterrare.
E adesso, scusa, hai vuota la testa. Ho la cosa che fa per te. Su, su, carina, esci fuori dal guscio. Ecco ti piace questa? Nuda per cominciare come una pagina bianca
ma in venticinqu'anni d'argento, d'oro in cinquanta, potrà diventare. Una bambola viva, sotto ogni aspetto. Sa cucire, sa cucinare, sa parlare, parlare, parlare.
E funziona, non ha una magagna. Qua c'è un buco, che è una manna. Qua un occhio, una vera visione. Ragazzo mio, è l'ultima occasione. La vorresti sposare, sposare, sposare?