in Poesie (Poesie d'Autore)
Se non puoi amarmi, amore mio, perdona il mio dolore.
Non guardarmi sdegnato, da lontano.
Tornerò nel mio cantuccio e siederò al buio.
Con entrambe le mani coprirò
la mia nuda vergogna.
Commenta
Se non puoi amarmi, amore mio, perdona il mio dolore.
Non guardarmi sdegnato, da lontano.
Tornerò nel mio cantuccio e siederò al buio.
Con entrambe le mani coprirò
la mia nuda vergogna.
La porta è socchiusa
La porta è socchiusa,
dolce respiro dei tigli...
Sul tavolo, dimenticati,
un frustino ed un guanto.
Giallo cerchio del lume...
tendo l'orecchio ai fruscii.
Perché sei andato via?
Non comprendo...
Luminoso e lieto
domani sarà il mattino.
Questa vita è stupenda,
sii dunque saggio cuore.
Tu sei prostrato, batti
più sordo, più a rilento...
Sai, ho letto
che le anime sono immortali.
Melampo era un bambino
di gomma e cancellava
i passi che segnava
mettendosi in cammino.
Era di gomma rossa,
tondo come una palla,
e stava sempre a galla
nel bagno, e senza ossa
dolce, tenero, buono,
scendeva dalle scale
senza mai farsi male
saltando dal balcone.
A scuola era bocciato,
sempre il quaderno bianco!
Eppure era il più franco
a scrivere il dettato.
Scriveva e poi cassava
con la mano di gomma,
i numeri, la somma,
le lettere, e tornava
a scrivere, a cassare.
E sempre zitto rosso
con tutti gli occhi addosso
senza poter parlare.
O povero Melampo!
Un giorno, detto fatto,
saltò su di scatto
e si bucò la pancia.
Fischiò come un pallone
sgonfiato d'ogni affanno
e visse senza danno
tappando col bottone
il buco della pancia.
Visse nel tempo antico
Melampo - ve l'ho detto? -
Fischiò col suo fischietto
premendosi a soffietto
il disco all'ombelico.
Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo
come in sonno tra gli uomini mi muovo.
Di chi m'utra col braccio non m'accorgo,
e se ogni cosa guardo acutamente
quasi sempre non vedo ciò che guardo.
Stizza mi prende contro chi mi toglie
a me stesso. Ogni voce m'importuna.
Amo solo la voce delle cose.
M'irrita tutto ciò che è necessario
e consueto, tutto ciò che è vita,
m'irrita come il fuscello la lumaca
e com'essa in me stesso mi ritiro.
Chè la vita che basta agli altri uomini
non basterebbe a me.
E veramente
se un altro mondo non avessi, mio,
nel quale dalla vita rifugiarmi,
se oltre le miserie e le tristezze
e le necessità e le consuetudini
a me stesso non rimanessi io stesso,
oh come non esistere vorrei!
Ma un'impressione strana m'accompagna
sempre in ogni mio passo e mi conforta:
mi pare di passare come per caso
da questo mondo...
Se la mia vita passa tuttavia
e di tanto in tanto da folti viticci
una poesia matura ancora scende,
devo essere grata a te.
Tu non lo sai che hai seppellito
l'immagine tua nel silenzio delle mie notti,
e ciò che la mia poesia ha portato alla luce
era già prima in te.
Tutto -
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Non inizia più armonico momento
per noi, dacché la forza immotivata
d'amore usò più cruda disciplina.
Ora nei nostri aspetti già traspare
la ferina imminenza del piacere.
Né so, quando mi penetri di baci
quanto di te il mio spirito trascini.
Se la tua bianca veste mi raggiunge
ardo di colpa e muovo l'innocente
orma del desiderio alle tue case
e per te che mi piaci
io cresco in tenerezza senza fine.
E ti seguo, io, ombra del tuo anello
di spirito profondo
ignorata da te, ma ti raggiungo
nella mia aperta fantasia gioiosa.
E mi carico sempre di peccati
presso le porte delle meretrici.
In un cupo deserto io vagavo
dalla sete dello spirito oppresso,
ed ecco un serafino con sei ali
mi apparve ad un tratto da presso.
Lieve come un sogno si avvicinò
e gli occhi stanchi mi sfiorò.
Si aprirono le profetiche pupille
come alle aquile impaurite.
Poi toccò le mie orecchie,
e di suoni esse furono empite:
e vidi in alto degli angeli il volo
e udii il cielo che fremeva,
e scorsi il moto delle serpi marine
e il vinco delle valli che cresceva.
Poi si accostò alla mia bocca,
strappò la mia lingua veemente,
ma frivola, vuota e maligna,
e l'aculeo del saggio serpente
nella mia bocca agghiacciata
ficcò con la destra sanguigna.
Poi il petto mi aprì con la spada,
ne tolse il mio cuore tremante,
e nel petto aperto egli depose
un carbone ardente e fiammante.
Come salma nel deserto giacevo,
ma la voce divina intendevo:
"alzati, guarda e ascolta, o profeta,
fa ciò che ho scritto nella mente,
percorri terre e mari senza tregua,
con la parola accendi il cuore della gente".