Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Elisa Iacobellis
in Poesie (Poesie d'Autore)

Saprai che non t'amo e che t'amo

Saprai che non t'amo e che t'amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un'ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.

Io t'amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l'infinito,
per non cessare d'amarti mai:
per questo non t'amo ancora.

T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.

Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t'amo quando non t'amo
e per questo t'amo quando t'amo.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Il mio sogno familiare

    Spesso mi viene in sogno bizzarra e penetrante
    Una donna mai vista, che amo e che mi ama,
    Che con lo stesso nome si chiama e non si chiama
    Diversa e uguale m'ama e sempre è confortante

    È per me confortante, e il mio cuore parlante
    Per lei soltanto, ahimé! Non è più cosa grama
    Per lei soltanto, in fronte del sudore la trama
    Lei soltanto rinfresca, con le lacrime piante.
    È' bruna, bionda o rossa? Non mi è dato sapere.
    Il suo nome? Ricordo che è dolce e dà piacere.
    Come nomi diletti che la vita ha esiliato.

    All'occhio delle statue è simile il suo sguardo,
    Ed ha la voce calma, lontana, grave, il fiato
    Delle voci più care spente senza riguardo.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      In quanti modi ti amo?

      In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
      Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all'altezza
      Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
      Agli scopi dell'Esistenza e della Grazia ideale.
      Ti amo al pari della più modesta necessità
      Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
      Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
      Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
      Ti amo con la passione che gettavo
      Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
      Ti amo di un amore che credevo perduto
      Insieme ai miei perduti santi, - ti amo col respiro,
      I sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! - e, se Dio vorrà,
      Ti amerò ancora di più dopo la morte.
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        Scritta da: Jade S
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Se un giorno il tuo cuore si ferma...

        Se un giorno il tuo cuore si ferma,
        se qualcosa smette di bruciare per le tue vene,
        se la voce dalla bocca ti esce senza divenire parola,
        se le tue mani si scordano di volare e s'addormentano,

        Matilde, amore, lascia le tue labbra socchiuse
        perché quel tuo ultimo bacio deve durare con me,
        deve restare immobile per sempre sulla tua bocca
        perché così accompagni anche me nella mia morte.

        Morirò baciando la tua folle bocca fredda,
        abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo,
        e cercando la luce dei tuoi occhi serrati.

        E così, quando la terra riceverà il nostro abbraccio
        andremo confusi in una sola morte
        a vivere per sempre l'eternità di un bacio.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          I lamenti di un icaro

          Gli amanti delle prostitute
          sono allegri, gagliardi e ben pasciuti;
          quanto a me, ho le braccia a pezzi
          a forza di abbracciare nuvole!

          È grazie agli incomparabili astri
          che ardono nel profondo del cielo
          che i miei occhi consunti
          non vedono che ricordi di soli.

          Vanamente ho preteso di trovare
          la fine e il centro dello spazio!
          Sento che la mia ala si spezza
          sotto non so che occhio di fuoco!

          e arso dall'amore del bello,
          non avrò l'onore supremo
          di dare il mio nome all'abisso
          che mi servirà da tomba.
          Composta martedì 26 febbraio 2013
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Le ricordanze

            Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
            Tornare ancor per uso a contemplarvi
            Sul paterno giardino scintillanti,
            E ragionar con voi dalle finestre
            Di questo albergo ove abitai fanciullo,
            E delle gioie mie vidi la fine.
            Quante immagini un tempo, e quante fole
            Creommi nel pensier l'aspetto vostro
            E delle luci a voi compagne! Allora
            Che, tacito, seduto in verde zolla,
            Delle sere io solea passar gran parte
            Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
            Della rana rimota alla campagna!
            E la lucciola errava appo le siepi
            E in su l'aiuole, susurrando al vento
            I viali odorati, ed i cipressi
            Là nella selva; e sotto al patrio tetto
            Sonavan voci alterne, e le tranquille
            Opre dè servi. E che pensieri immensi,
            Che dolci sogni mi spirò la vista
            Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
            Che di qua scopro, e che varcare un giorno
            Io mi pensava, arcani mondi, arcana
            Felicità fingendo al viver mio!
            Ignaro del mio fato, e quante volte
            Questa mia vita dolorosa e nuda
            Volentier con la morte avrei cangiato.
            Né mi diceva il cor che l'età verde
            Sarei dannato a consumare in questo
            Natio borgo selvaggio, intra una gente
            Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
            Argomento di riso e di trastullo,
            Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
            Per invidia non già, che non mi tiene
            Maggior di sé, ma perché tale estima
            Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
            A persona giammai non ne fo segno.
            Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
            Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
            Tra lo stuol dè malevoli divengo:
            Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
            E sprezzator degli uomini mi rendo,
            Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
            Il caro tempo giovanil; più caro
            Che la fama e l'allor, più che la pura
            Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
            Senza un diletto, inutilmente, in questo
            Soggiorno disumano, intra gli affanni,
            O dell'arida vita unico fiore.
            Viene il vento recando il suon dell'ora
            Dalla torre del borgo. Era conforto
            Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
            Quando fanciullo, nella buia stanza,
            Per assidui terrori io vigilava,
            Sospirando il mattin. Qui non è cosa
            Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
            Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
            Dolce per sé; ma con dolor sottentra
            Il pensier del presente, un van desio
            Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
            Quella loggia colà, volta agli estremi
            Raggi del dì; queste dipinte mura,
            Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
            Su romita campagna, agli ozi miei
            Porser mille diletti allor che al fianco
            M'era, parlando, il mio possente errore
            Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
            Al chiaror delle nevi, intorno a queste
            Ampie finestre sibilando il vento,
            Rimbombaro i sollazzi e le festose
            Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
            Mistero delle cose a noi si mostra
            Pien di dolcezza; indelibata, intera
            Il garzoncel, come inesperto amante,
            La sua vita ingannevole vagheggia,
            E celeste beltà fingendo ammira.
            O speranze, speranze; ameni inganni
            Della mia prima età! Sempre, parlando,
            Ritorno a voi; che per andar di tempo,
            Per variar d'affetti e di pensieri,
            Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
            Son la gloria e l'onor; diletti e beni
            Mero desio; non ha la vita un frutto,
            Inutile miseria. E sebben vòti
            Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
            Il mio stato mortal, poco mi toglie
            La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
            A voi ripenso, o mie speranze antiche,
            Ed a quel caro immaginar mio primo;
            Indi riguardo il viver mio sì vile
            E sì dolente, e che la morte è quello
            Che di cotanta speme oggi m'avanza;
            Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
            Consolarmi non so del mio destino.
            E quando pur questa invocata morte
            Sarammi allato, e sarà giunto il fine
            Della sventura mia; quando la terra
            Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
            Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
            Risovverrammi; e quell'imago ancora
            Sospirar mi farà, farammi acerbo
            L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
            Del dì fatal tempererà d'affanno.
            E già nel primo giovanil tumulto
            Di contenti, d'angosce e di desio,
            Morte chiamai più volte, e lungamente
            Mi sedetti colà su la fontana
            Pensoso di cessar dentro quell'acque
            La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
            Malor, condotto della vita in forse,
            Piansi la bella giovanezza, e il fiore
            Dè miei poveri dì, che sì per tempo
            Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
            Sul conscio letto, dolorosamente
            Alla fioca lucerna poetando,
            Lamentai cò silenzi e con la notte
            Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
            In sul languir cantai funereo canto.
            Chi rimembrar vi può senza sospiri,
            O primo entrar di giovinezza, o giorni
            Vezzosi, inenarrabili, allor quando
            Al rapito mortal primieramente
            Sorridon le donzelle; a gara intorno
            Ogni cosa sorride; invidia tace,
            Non desta ancora ovver benigna; e quasi
            (Inusitata maraviglia! ) il mondo
            La destra soccorrevole gli porge,
            Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
            Suo venir nella vita, ed inchinando
            Mostra che per signor l'accolga e chiami?
            Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
            Son dileguati. E qual mortale ignaro
            Di sventura esser può, se a lui già scorsa
            Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
            Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
            O Nerina! E di te forse non odo
            Questi luoghi parlar? Caduta forse
            Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
            Che qui sola di te la ricordanza
            Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
            Questa Terra natal: quella finestra,
            Ond'eri usata favellarmi, ed onde
            Mesto riluce delle stelle il raggio,
            È deserta. Ove sei, che più non odo
            La tua voce sonar, siccome un giorno,
            Quando soleva ogni lontano accento
            Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
            Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
            Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
            Il passar per la terra oggi è sortito,
            E l'abitar questi odorati colli.
            Ma rapida passasti; e come un sogno
            Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
            La gioia ti splendea, splendea negli occhi
            Quel confidente immaginar, quel lume
            Di gioventù, quando spegneali il fato,
            E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
            L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
            Se a radunanze io movo, infra me stesso
            Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
            Tu non ti acconci più, tu più non movi.
            Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
            Van gli amanti recando alle fanciulle,
            Dico: Nerina mia, per te non torna
            Primavera giammai, non torna amore.
            Ogni giorno sereno, ogni fiorita
            Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
            Dico: Nerina or più non gode; i campi,
            L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
            Sospiro mio: passasti: e fia compagna
            D'ogni mio vago immaginar, di tutti
            I miei teneri sensi, i tristi e cari
            Moti del cor, la rimembranza acerba.
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              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Le ossa di mio zio

              Le ossa di mio Zio
              montavano una moto ad Arcadia
              e violentarono una casalinga
              dentro un garage
              pieno di tubi e rastrelli,
              le ossa di mio Zio
              si lasciarono dietro
              1. un vaso di burro d'arachidi
              e
              2. due bambine chiamate
              Katherine &
              Betsy e
              3. una moglie stracciata che piangeva
              continuamente.
              Le ossa di mio Zio
              scommettevano anche
              sui cavalli
              e
              fabbricavano moneta falsa -
              per lo più nichelini, e l'F. B. I. lo ricercava
              per qualcosa di più grave
              anche se da allora
              ho dimenticato cosa fosse.
              Le ossa di mio Zio tirate per il lungo
              sembravano troppo corte
              e guardate
              mentre venivano verso di te
              si curvavano come archi
              sotto le ginocchia.

              Le ossa di mio Zio
              fumavano e bestemmiavano
              e sono state sepolte
              dove si seppelliscono le ossa
              che non hanno
              quattrini.
              Quasi quasi scordavo di dirvi:
              le sue ossa si chiamavano - John -
              e
              avevano occhi verdi
              che non
              durarono.
              Composta mercoledì 25 settembre 2013
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                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Restate vicini
                anche quando la vita
                è contraria
                quando i muri si alzano
                e le strade spariscono.
                Mostrate la bellezza
                a chi oramai ha smesso di cercarla.
                Respirate profondamente
                anche senza un motivo
                abbracciate profondamente
                anche senza un perché.
                Certi dolori
                hanno bisogno
                di carezze forti
                prima per andare via.
                Poi, per non tornare più.
                Scusarsi per un errore
                equivale a non averlo fatto;
                fatelo. Fatelo spesso.
                Giudicatevi voi, meglio degli altri
                e non vergognatevi mai di piangere
                per qualcuno: le lacrime non si nascondono.
                Guarite la rabbia leggendo poesia.
                Siate sempre chiari con voi stessi.
                Fatevi mettere all'angolo solo
                per farvi riempire di baci.
                Abbiate cura della vostra solitudine
                e non avrete bisogno
                di altri consigli.
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