Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Le ricordanze

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! Allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre dè servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.
Né mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di sé, ma perché tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol dè malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.
Viene il vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M'era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.
O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! Sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l'onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vòti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m'avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell'imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d'affanno.
E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell'acque
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
Dè miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando,
Lamentai cò silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto.
Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia! ) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
O Nerina! E di te forse non odo
Questi luoghi parlar? Caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
È deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Frammento: Anime gemelle

    Sono come uno spirito
    che nell'intimo del suo cuore ha dimorato,
    e le sue sensazioni ha percepito, e i suoi pensieri
    ha avuto, e conosciuto il più profondo impulso
    del suo animo: quel flusso silenzioso che al sangue solo
    è noto, quando tutte le emozioni
    in moltitudine descrivono la quiete di mari estivi.
    Io ho liberato le melodie preziose
    del suo profondo cuore: i battenti
    ho spalancato, e in esse mi sono rimescolato.
    Proprio come un'aquila nella pioggia del tuono,
    quando veste di lampi le ali.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Il mio sogno familiare

      Spesso mi viene in sogno bizzarra e penetrante
      Una donna mai vista, che amo e che mi ama,
      Che con lo stesso nome si chiama e non si chiama
      Diversa e uguale m'ama e sempre è confortante

      È per me confortante, e il mio cuore parlante
      Per lei soltanto, ahimé! Non è più cosa grama
      Per lei soltanto, in fronte del sudore la trama
      Lei soltanto rinfresca, con le lacrime piante.
      È' bruna, bionda o rossa? Non mi è dato sapere.
      Il suo nome? Ricordo che è dolce e dà piacere.
      Come nomi diletti che la vita ha esiliato.

      All'occhio delle statue è simile il suo sguardo,
      Ed ha la voce calma, lontana, grave, il fiato
      Delle voci più care spente senza riguardo.
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        Scritta da: Eclissi
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        A una passante

        Urlava attorno a me la via assordante.
        Lunga, sottile, in lutto, maestoso
        dolore, alto agitando della gonna
        il pizzo e l'orlo con fastosa mano,
        una donna passò agilmente, nobile,
        con la sua gamba statuaria. Ed io,
        come un folle, bevevo nel suo occhio
        - livido cielo nel cui fondo romba
        l'imminente uragano - la dolcezza
        affascinante e il piacere che uccide.
        Un lampo... poi la notte! - O fuggitiva
        beltà, per il cui sguardo all'improvviso
        sono rinato, non potrò vederti
        che nell'eternità? In un altro luogo,
        ben lontano di qui, e troppo tardi,
        mai, forse! Perché ignoro dove fuggi,
        e tu non sai dove io vado, o te
        che avrei amata, o te che lo sapevi!
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          Scritta da: mor-joy
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Che mi ami tu lo dici, ma con una voce...

          Che mi ami tu lo dici, ma con una voce
          più casta di quella d'una suora
          che per sé sola i dolci vespri canta,
          quando la campana risuona -
          Su, amami davvero!

          Che mi ami tu lo dici, ma con un sorriso
          freddo come un'alba di penitenza,
          Suora crudele di San Cupido
          Devota ai giorni d'astinenza -
          Su, amami davvero!

          Che mi ami tu lo dici, ma le tue labbra
          tinte di corallo insegnano meno gioia
          dei coralli del mare -
          Mai che s'imbroncino di baci -
          Su, amami davvero!

          Che mi ami tu lo dici, ma la tua mano
          non stringe chi teneramente la stringe.
          È morta come quella d'una statua.
          Mentre la mia brucia di passione -
          Su, amami davvero!

          Su, incendiamoci di parole
          e bruciandomi sorridimi - stringimi
          come devono gli amanti - su, baciami.
          E l'urna, poi, delle mie ceneri seppelliscila nel tuo cuore -
          Su, amami davvero!
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            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Devo molto
            a quelli che non amo.

            Il sollievo con cui accetto
            che siano più vicini a un altro.

            La gioia di non essere io
            il lupo dei loro agnelli.

            Mi sento in pace con loro
            e in libertà con loro,
            e questo l'amore non può darlo,
            né riesce a toglierlo.

            Non li aspetto
            dalla porta alla finestra.
            Paziente
            quasi come una meridiana,
            capisco
            ciò che l'amore non capisce,
            perdono
            ciò che l'amore mai perdonerebbe.

            Da un incontro a una lettera
            passa non un'eternità,
            ma solo qualche giorno o settimana.

            I viaggi con loro vanno sempre bene,
            i concerti sono ascoltati fino in fondo,
            le cattedrali visitate,
            i paesaggi nitidi.

            E quando ci separano
            sette monti e fiumi,
            sono monti e fiumi
            che trovi sui ogni atlante.

            È merito loro
            se vivo in tre dimensioni,
            in uno spazio non lirico e non retorico,
            con un orizzonte vero, perché mobile.

            Loro stessi non sanno
            quanto portano nelle mani vuote.

            "Non devo loro nulla" –
            direbbe l'amore
            sulla questione aperta.
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              Scritta da: Giulio Pintus
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              A Edith

              Per molti lunghi anni
              ho cercato la pace.
              Ho trovato l'estasi, ho trovato angosce,
              ho trovato follia,
              ho trovato solitudine.
              Ho trovato la pena solitaria
              che dilania il cuore.
              Ma la pace, quella non l'ho trovata.
              Ora, vecchio e prossimo alla fine,
              ho conosciuto te,
              e incontrandoti
              ho trovato estasi e pace insieme,
              conosco il riposo.
              dopo tanti anni di solitudine
              ora so quel che possono essere vita e amore
              Ora, se dormo,
              dormirò appagato.
              Composta sabato 5 novembre 2011
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