Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

La verità, vi prego, sull'amore

Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un'assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l'aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c'è da bere?
Per l'odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben lischio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull'amore.

I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi
e l'ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle este è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po' di pace?
La verità grave, vi prego, sull'amore.

Sono andato a guardare nel bersò
lì non c'era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l'aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull'altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull'amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accedrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull'amore.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

    Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
    Silenziosa luna?
    Sorgi la sera, e vai,
    Contemplando i deserti; indi ti posi.
    Ancor non sei tu paga
    Di riandare i sempiterni calli?
    Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
    Di mirar queste valli?
    Somiglia alla tua vita
    La vita del pastore.
    Sorge in sul primo albore;
    Move la greggia oltre pel campo, e vede
    Greggi, fontane ed erbe;
    Poi stanco si riposa in su la sera:
    Altro mai non ispera.
    Dimmi, o luna: a che vale
    Al pastor la sua vita,
    La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
    Questo vagar mio breve,
    Il tuo corso immortale?
    Vecchierel bianco, infermo,
    Mezzo vestito e scalzo,
    Con gravissimo fascio in su le spalle,
    Per montagna e per valle,
    Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    L'ora, e quando poi gela,
    Corre via, corre, anela,
    Varca torrenti e stagni,
    Cade, risorge, e più e più s'affretta,
    Senza posa o ristoro,
    Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
    Colà dove la via
    E dove il tanto affaticar fu volto:
    Abisso orrido, immenso,
    Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
    Vergine luna, tale
    È la vita mortale.
    Nasce l'uomo a fatica,
    Ed è rischio di morte il nascimento.
    Prova pena e tormento
    Per prima cosa; e in sul principio stesso
    La madre e il genitore
    Il prende a consolar dell'esser nato.
    Poi che crescendo viene,
    L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
    Con atti e con parole
    Studiasi fargli core,
    E consolarlo dell'umano stato:
    Altro ufficio più grato
    Non si fa da parenti alla lor prole.
    Ma perché dare al sole,
    Perché reggere in vita
    Chi poi di quella consolar convenga?
    Se la vita è sventura
    Perché da noi si dura?
    Intatta luna, tale
    È lo stato mortale.
    Ma tu mortal non sei,
    E forse del mio dir poco ti cale.
    Pur tu, solinga, eterna peregrina,
    Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
    Questo viver terreno,
    Il patir nostro, il sospirar, che sia;
    Che sia questo morir, questo supremo
    Scolorar del sembiante,
    E perir dalla terra, e venir meno
    Ad ogni usata, amante compagnia.
    E tu certo comprendi
    Il perché delle cose, e vedi il frutto
    Del mattin, della sera,
    Del tacito, infinito andar del tempo.
    Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
    Rida la primavera,
    A chi giovi l'ardore, e che procacci
    Il verno cò suoi ghiacci.
    Mille cose sai tu, mille discopri,
    Che son celate al semplice pastore.
    Spesso quand'io ti miro
    Star così muta in sul deserto piano,
    Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
    Ovver con la mia greggia
    Seguirmi viaggiando a mano a mano;
    E quando miro in cielo arder le stelle;
    Dico fra me pensando:
    A che tante facelle?
    Che fa l'aria infinita, e quel profondo
    Infinito seren? Che vuol dir questa
    Solitudine immensa? Ed io che sono?
    Così meco ragiono: e della stanza
    Smisurata e superba,
    E dell'innumerabile famiglia;
    Poi di tanto adoprar, di tanti moti
    D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
    Girando senza posa,
    Per tornar sempre là donde son mosse;
    Uso alcuno, alcun frutto
    Indovinar non so. Ma tu per certo,
    Giovinetta immortal, conosci il tutto.
    Questo io conosco e sento,
    Che degli eterni giri,
    Che dell'esser mio frale,
    Qualche bene o contento
    Avrà fors'altri; a me la vita è male.
    O greggia mia che posi, oh te beata,
    Che la miseria tua, credo, non sai!
    Quanta invidia ti porto!
    Non sol perché d'affanno
    Quasi libera vai;
    Ch'ogni stento, ogni danno,
    Ogni estremo timor subito scordi;
    Ma più perché giammai tedio non provi.
    Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
    Tu sè queta e contenta;
    E gran parte dell'anno
    Senza noia consumi in quello stato.
    Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
    E un fastidio m'ingombra
    La mente, ed uno spron quasi mi punge
    Sì che, sedendo, più che mai son lunge
    Da trovar pace o loco.
    E pur nulla non bramo,
    E non ho fino a qui cagion di pianto.
    Quel che tu goda o quanto,
    Non so già dir; ma fortunata sei.
    Ed io godo ancor poco,
    O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
    Se tu parlar sapessi, io chiederei:
    Dimmi: perché giacendo
    A bell'agio, ozioso,
    S'appaga ogni animale;
    Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
    Forse s'avess'io l'ale
    Da volar su le nubi,
    E noverar le stelle ad una ad una,
    O come il tuono errar di giogo in giogo,
    Più felice sarei, dolce mia greggia,
    Più felice sarei, candida luna.
    O forse erra dal vero,
    Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
    Forse in qual forma, in quale
    Stato che sia, dentro covile o cuna,
    È funesto a chi nasce il dì natale.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      A Lou Andreas-Salomé

      Non posso ricordare. Ma quei momenti
      puri dureranno in me come
      in fondo a un vaso troppo pieno.
      Non penso a te, ma sono per amore tuo
      e questo mi dà forza.
      Non ti invento nei luoghi
      che adesso senza te non hanno senso.
      Il tuo non esserci
      è già caldo di te, ed è più vero,
      più del tuo mancarmi. La nostalgia
      spesso non distingue. Perché
      cercare allora se il tuo influsso
      già sento su di me lieve
      come un raggio di luna alla finestra.
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        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Altro sogno

        Una rondine vola
        lontano!...

        Ci sono fioriture di rugiada
        sul mio sogno,
        e il mio cuore gira
        pieno di noia,
        come una giostra su cui la Morte
        porta i suoi bambini.
        Vorrei a questi alberi
        legare il tempo
        con una corda di notte nera
        e tingere poi
        del mio sangue le rive
        pallide dei ricordi!
        Quanti figli ha la Morte?
        Li ho tutti nel cuore!

        Una rondine viene da molto lontano?
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          Scritta da: Andrew Ricooked
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Dove ero finito?

          Non sapevo da dove venissi
          o dove stessi
          andando.
          Ero perso.
          Mi ritrovavo seduto
          in strani ingressi
          per ore,
          senza pensare
          semza muovermi
          finché mi chiedevano
          di andarmene.

          Non voglio dire che ero
          idiota o
          stupido.
          Quello che voglio dire è che
          ero senza
          interessi.

          Non me ne fregava niente se cercavate
          di uccidermi.
          Non vi avrei fermato.

          Stavo vivendo un esistenza che
          non significava niente per
          me.

          Trovavo posti dove stare.
          Stanzette in affitto. Bar. Prigioni.
          Sonno e indifferenza sembravano
          le uniche
          possibilità.
          Tutto il resto sembrava
          privo di senso.

          Una volta rimasi tutta la notte a guardare
          il Mississipi.
          Non so perché.
          Il fiume scorreva lì accanto e
          l'unica cosa che ricordo è che
          puzzava.

          Mi sembrava sempre di essere
          su una corriera
          che attraversava il paese
          diretta
          da qualche parte.
          A guardare fuori da un finestrino
          sporco
          il nulla
          assoluto.

          Sapevo sempre esattamente quanti
          soldi avevo
          con me.
          Per esempio:
          un biglietto da cinque e due da uno
          nel portafoglio
          una moneta da venticinque, una da dieci e una
          da due centesimi nella tasca
          destra davanti.

          Non avevo voglia di parlare
          con nessuno e non volevo che nessuno
          mi parlasse.

          Ero considerato un
          disadattato e un tipo
          strambo.
          Mangiavo pochissimo ma
          ero incredibilmente
          forte.
          Una volta, quando lavoravo in una fabbrica
          dei ragazzotti giovani, strafottenti,
          stavano cercando di sollevare un pezzo
          di macchinario pesante
          dal pavimento.
          Non ci riusciva nessuno.

          "Ehi, Hank, provaci tu!" Dissero
          ridendo.

          Mi avvicinai, lo sollevai,
          lo rimisi a terra,
          tornai al
          lavoro.

          Mi valse il loro rispetto
          non so perché
          ma io non lo
          volevo.

          A volte abbassavo
          le tapparelle nella mia stanza
          e me ne stavo a letto per una
          settimana o più.

          Ero in uno strano viaggio
          ma era
          privo di senso.
          Non avevo idee.
          Non avevo progetti.
          Dormivo.
          Non facevo altro che dormire
          e aspettare.

          Non mi sentivo solo.
          Non soffrivo di vittimismo.
          Ero solo invecchiato in una
          vita nella quale
          non riuscivo a trovare alcun
          senso.

          Allora ero
          un giovanotto di
          mille anni.

          Adesso sono un vecchio
          che aspetta di rinascere.
          Composta domenica 3 gennaio 2010
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            in Poesie (Poesie d'Autore)
            La vita – è il solo modo
            per coprirsi di foglie,
            prendere fiato sulla sabbia,
            sollevarsi sulle ali;
            essere un cane,
            o carezzarlo sul suo pelo caldo;
            distinguere il dolore
            da tutto ciò che dolore non è;
            stare dentro gli eventi,
            dileguarsi nelle vedute,
            cercare il più piccolo errore.
            Un'occasione eccezionale
            per ricordare per un attimo
            di che si è parlato
            a luce spenta;
            e almeno per una volta
            inciampare in una pietra,
            bagnarsi in qualche pioggia,
            perdere le chiavi tra l'erba;
            e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
            e persistere nel non sapere
            qualcosa d'importante.
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              Scritta da: Eclissi
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Prima di venire

              Prima di venire
              Portami tre rose rosse
              Prima di venire
              Portami un grosso ditale
              Perché devo ricucirmi il cuore
              E portami una lunga pazienza
              Grande come un telo d'amore
              Prima di venire
              Dai un calcio al muro di fronte
              Perché li dentro c'è la spia
              Che ha guardato in faccia il mio amore
              Prima di venire
              Socchiudi piano la porta
              E se io sto piangendo
              Chiama i violini migliori
              Prima di venire
              Dimmi che sei già andato via
              Perché io mi spaventerei
              E prima di andare via
              Smetti di salutarmi
              Perché a lungo io non vivrei.
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                Scritta da: mor-joy
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Amore a prima vista

                Sono entrambi convinti
                che un sentimento improvviso li unì.
                È bella una tale certezza
                ma l'incertezza è più bella.

                Non conoscendosi prima, credono
                che non sia mai successo nulla fra loro.
                Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
                dove da tempo potevano incrociarsi?

                Vorrei chiedere loro
                se non ricordano -
                una volta un faccia a faccia
                forse in una porta girevole?
                Uno "scusi" nella ressa?
                Un 'ha sbagliato numerò nella cornetta?
                - ma conosco la risposta.
                No, non ricordano.

                Li stupirebbe molto sapere
                che già da parecchio
                il caso stava giocando con loro.

                Non ancora del tutto pronto
                a mutarsi per loro in destino,
                li avvicinava, li allontanava,
                gli tagliava la strada
                e soffocando un risolino
                si scansava con un salto.

                Vi furono segni, segnali,
                che importa se indecifrabili.
                Forse tre anni fa
                o il martedì scorso
                una fogliolina volò via
                da una spalla all'altra?
                Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
                Chissà, era forse la palla
                tra i cespugli dell'infanzia?

                Vi furono maniglie e campanelli
                in cui anzitempo
                un tocco si posava sopra un tocco.
                Valigie accostate nel deposito bagagli.
                Una notte, forse, lo stesso sogno,
                subito confuso al risveglio.

                Ogni inizio infatti
                è solo un seguito
                e il libro degli eventi
                è sempre aperto a metà.
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                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Mangiato dalle farfalle

                  Forse vincerò alla lotteria irlandese
                  forse diventerò pazzo
                  forse
                  forse l'assicurazione contro la disoccupazione o
                  una ricca lesbica in cima a una collina

                  forse re-incarnazione in una rana...
                  O 70.000 dollari trovati a galla in un sacchetto di plastica
                  nella vasca da bagno

                  ho bisogno di aiuto
                  sono un uomo grasso mangiato da
                  alberi verdi farfalle e da te

                  gira gira
                  accendi la luce
                  i denti fanno male, i denti della mia anima fanno male
                  non posso dormire
                  prego per i tram morti
                  i topi bianchi
                  motori in fiamme
                  sangue su un camice verde in una sala operatoria a
                  San Francisco
                  e sono imprigionato
                  ahi ahi
                  folle: il mio corpo là pieno di nient'altro che
                  di me
                  me intrappolato a metà strada fra il suicidio e
                  la vecchiaia
                  che mi affanno nelle fabbriche accanto ai
                  ragazzi
                  tenendo il passo
                  bruciando il mio sangue come benzina e
                  facendo sogghignare
                  il caposquadra

                  le mie poesie sono soltanto scarabocchi
                  sul pavimento di una
                  gabbia.
                  Composta mercoledì 25 settembre 2013
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