Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Elisa Iacobellis
in Poesie (Poesie d'Autore)

Saprai che non t'amo e che t'amo

Saprai che non t'amo e che t'amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un'ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.

Io t'amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l'infinito,
per non cessare d'amarti mai:
per questo non t'amo ancora.

T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.

Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t'amo quando non t'amo
e per questo t'amo quando t'amo.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Gioventù vergine

    Di quando in quando
    Tutto m'ansima il corpo
    E la vita mi appare negli occhi,
    Tra essi vibrando e la bocca
    Giù selvatica discende per le membra
    Lasciando gli occhi miei svuotati tumultuanti
    E il petto mio quieto colma d'un fremito e un calore;
    E giù per le snelle ondulazioni sottostanti
    Che onde diventan pesanti, di passione gonfie
    E il ventre mio placido e sonnolento
    All'istante ribelle si desta bramoso,
    Eccitato sforzandosi e attento,
    Mentre le tenere braccia abbandonate
    Con forza selvaggia s'incrociano
    A stringere - quel che non hanno stretto mai.
    E tutto io vibro, tremo e ancora tremo
    Finché la strana potenza che il corpo mi scuoteva
    Non svanisce
    E nobile non risorge l'ininterrotto fluire della vita
    Nella durezza implacabile dei miei occhi,
    Non risorge dalla bellezza solitaria del corpo mio
    Esausto e insoddisfatto.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Spesso il male di vivere ho incontrato

      Spesso il male di vivere ho incontrato:
      era il rivo strozzato che gorgoglia,
      era l'incartocciarsi della foglia
      riarsa, era il cavallo stramazzato.
      Bene non seppi; fuori del prodigio
      che schiude la divina Indifferenza:
      era la statua nella sonnolenza
      del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Il mio sogno familiare

        Spesso mi viene in sogno bizzarra e penetrante
        Una donna mai vista, che amo e che mi ama,
        Che con lo stesso nome si chiama e non si chiama
        Diversa e uguale m'ama e sempre è confortante

        È per me confortante, e il mio cuore parlante
        Per lei soltanto, ahimé! Non è più cosa grama
        Per lei soltanto, in fronte del sudore la trama
        Lei soltanto rinfresca, con le lacrime piante.
        È' bruna, bionda o rossa? Non mi è dato sapere.
        Il suo nome? Ricordo che è dolce e dà piacere.
        Come nomi diletti che la vita ha esiliato.

        All'occhio delle statue è simile il suo sguardo,
        Ed ha la voce calma, lontana, grave, il fiato
        Delle voci più care spente senza riguardo.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          In quanti modi ti amo?

          In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
          Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all'altezza
          Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
          Agli scopi dell'Esistenza e della Grazia ideale.
          Ti amo al pari della più modesta necessità
          Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
          Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
          Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
          Ti amo con la passione che gettavo
          Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
          Ti amo di un amore che credevo perduto
          Insieme ai miei perduti santi, - ti amo col respiro,
          I sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! - e, se Dio vorrà,
          Ti amerò ancora di più dopo la morte.
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            Scritta da: Pierluigi Camilli
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Simile a un Dio

            Simile a un Dio mi sembra quell'uomo
            che siede davanti a te, e da vicino
            ti ascolta mentre tu parli
            con dolcezza
            e con incanto sorridi. E questo
            fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
            Se appena ti vedo, sùbito non posso
            più parlare:
            la lingua si spezza: un fuoco
            leggero sotto la pelle mi corre:
            nulla vedo con gli occhi e le orecchie
            mi rombano:
            un sudore freddo mi pervade: un tremore
            tutta mi scuote: sono più verde
            dell'erba; e poco lontana mi sento
            dall'essere morta.
            Ma tutto si può sopportare...
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              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Asfodeli

              Madonna, se il cuore v'offersi,
              il cuore giovine e scarlatto,
              e se voi, con un magnifico atto,
              lo accettaste insieme à miei versi
              di fanciullo poeta, e se voi
              con l'olio del vostro amore
              teneste vivo il suo splendore
              e lo appagaste dè suoi
              capricci assiduamente,
              perché ieri lo faceste
              sanguinare, lo faceste
              lagrimare dolorosamente?
              Tutte le sue gocce rosse
              caddero a terra, mute,
              e poi che furono cadute
              il cuore più non si mosse
              e come per incantamento
              in ognuna fiorì un asfodelo,
              il triste giglio del cielo
              da l'eterno ammonimento.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Le ricordanze

                Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
                Tornare ancor per uso a contemplarvi
                Sul paterno giardino scintillanti,
                E ragionar con voi dalle finestre
                Di questo albergo ove abitai fanciullo,
                E delle gioie mie vidi la fine.
                Quante immagini un tempo, e quante fole
                Creommi nel pensier l'aspetto vostro
                E delle luci a voi compagne! Allora
                Che, tacito, seduto in verde zolla,
                Delle sere io solea passar gran parte
                Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
                Della rana rimota alla campagna!
                E la lucciola errava appo le siepi
                E in su l'aiuole, susurrando al vento
                I viali odorati, ed i cipressi
                Là nella selva; e sotto al patrio tetto
                Sonavan voci alterne, e le tranquille
                Opre dè servi. E che pensieri immensi,
                Che dolci sogni mi spirò la vista
                Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
                Che di qua scopro, e che varcare un giorno
                Io mi pensava, arcani mondi, arcana
                Felicità fingendo al viver mio!
                Ignaro del mio fato, e quante volte
                Questa mia vita dolorosa e nuda
                Volentier con la morte avrei cangiato.
                Né mi diceva il cor che l'età verde
                Sarei dannato a consumare in questo
                Natio borgo selvaggio, intra una gente
                Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
                Argomento di riso e di trastullo,
                Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
                Per invidia non già, che non mi tiene
                Maggior di sé, ma perché tale estima
                Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
                A persona giammai non ne fo segno.
                Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
                Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
                Tra lo stuol dè malevoli divengo:
                Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
                E sprezzator degli uomini mi rendo,
                Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
                Il caro tempo giovanil; più caro
                Che la fama e l'allor, più che la pura
                Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
                Senza un diletto, inutilmente, in questo
                Soggiorno disumano, intra gli affanni,
                O dell'arida vita unico fiore.
                Viene il vento recando il suon dell'ora
                Dalla torre del borgo. Era conforto
                Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
                Quando fanciullo, nella buia stanza,
                Per assidui terrori io vigilava,
                Sospirando il mattin. Qui non è cosa
                Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
                Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
                Dolce per sé; ma con dolor sottentra
                Il pensier del presente, un van desio
                Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
                Quella loggia colà, volta agli estremi
                Raggi del dì; queste dipinte mura,
                Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
                Su romita campagna, agli ozi miei
                Porser mille diletti allor che al fianco
                M'era, parlando, il mio possente errore
                Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
                Al chiaror delle nevi, intorno a queste
                Ampie finestre sibilando il vento,
                Rimbombaro i sollazzi e le festose
                Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
                Mistero delle cose a noi si mostra
                Pien di dolcezza; indelibata, intera
                Il garzoncel, come inesperto amante,
                La sua vita ingannevole vagheggia,
                E celeste beltà fingendo ammira.
                O speranze, speranze; ameni inganni
                Della mia prima età! Sempre, parlando,
                Ritorno a voi; che per andar di tempo,
                Per variar d'affetti e di pensieri,
                Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
                Son la gloria e l'onor; diletti e beni
                Mero desio; non ha la vita un frutto,
                Inutile miseria. E sebben vòti
                Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
                Il mio stato mortal, poco mi toglie
                La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
                A voi ripenso, o mie speranze antiche,
                Ed a quel caro immaginar mio primo;
                Indi riguardo il viver mio sì vile
                E sì dolente, e che la morte è quello
                Che di cotanta speme oggi m'avanza;
                Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
                Consolarmi non so del mio destino.
                E quando pur questa invocata morte
                Sarammi allato, e sarà giunto il fine
                Della sventura mia; quando la terra
                Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
                Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
                Risovverrammi; e quell'imago ancora
                Sospirar mi farà, farammi acerbo
                L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
                Del dì fatal tempererà d'affanno.
                E già nel primo giovanil tumulto
                Di contenti, d'angosce e di desio,
                Morte chiamai più volte, e lungamente
                Mi sedetti colà su la fontana
                Pensoso di cessar dentro quell'acque
                La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
                Malor, condotto della vita in forse,
                Piansi la bella giovanezza, e il fiore
                Dè miei poveri dì, che sì per tempo
                Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
                Sul conscio letto, dolorosamente
                Alla fioca lucerna poetando,
                Lamentai cò silenzi e con la notte
                Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
                In sul languir cantai funereo canto.
                Chi rimembrar vi può senza sospiri,
                O primo entrar di giovinezza, o giorni
                Vezzosi, inenarrabili, allor quando
                Al rapito mortal primieramente
                Sorridon le donzelle; a gara intorno
                Ogni cosa sorride; invidia tace,
                Non desta ancora ovver benigna; e quasi
                (Inusitata maraviglia! ) il mondo
                La destra soccorrevole gli porge,
                Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
                Suo venir nella vita, ed inchinando
                Mostra che per signor l'accolga e chiami?
                Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
                Son dileguati. E qual mortale ignaro
                Di sventura esser può, se a lui già scorsa
                Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
                Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
                O Nerina! E di te forse non odo
                Questi luoghi parlar? Caduta forse
                Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
                Che qui sola di te la ricordanza
                Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
                Questa Terra natal: quella finestra,
                Ond'eri usata favellarmi, ed onde
                Mesto riluce delle stelle il raggio,
                È deserta. Ove sei, che più non odo
                La tua voce sonar, siccome un giorno,
                Quando soleva ogni lontano accento
                Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
                Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
                Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
                Il passar per la terra oggi è sortito,
                E l'abitar questi odorati colli.
                Ma rapida passasti; e come un sogno
                Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
                La gioia ti splendea, splendea negli occhi
                Quel confidente immaginar, quel lume
                Di gioventù, quando spegneali il fato,
                E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
                L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
                Se a radunanze io movo, infra me stesso
                Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
                Tu non ti acconci più, tu più non movi.
                Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
                Van gli amanti recando alle fanciulle,
                Dico: Nerina mia, per te non torna
                Primavera giammai, non torna amore.
                Ogni giorno sereno, ogni fiorita
                Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
                Dico: Nerina or più non gode; i campi,
                L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
                Sospiro mio: passasti: e fia compagna
                D'ogni mio vago immaginar, di tutti
                I miei teneri sensi, i tristi e cari
                Moti del cor, la rimembranza acerba.
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                  Scritta da: Jade S
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Se un giorno il tuo cuore si ferma...

                  Se un giorno il tuo cuore si ferma,
                  se qualcosa smette di bruciare per le tue vene,
                  se la voce dalla bocca ti esce senza divenire parola,
                  se le tue mani si scordano di volare e s'addormentano,

                  Matilde, amore, lascia le tue labbra socchiuse
                  perché quel tuo ultimo bacio deve durare con me,
                  deve restare immobile per sempre sulla tua bocca
                  perché così accompagni anche me nella mia morte.

                  Morirò baciando la tua folle bocca fredda,
                  abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo,
                  e cercando la luce dei tuoi occhi serrati.

                  E così, quando la terra riceverà il nostro abbraccio
                  andremo confusi in una sola morte
                  a vivere per sempre l'eternità di un bacio.
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                    Scritta da: Erika Moon
                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    L'incostante

                    Gli occhi mi corsero
                    dietro una bruna che passava.

                    Era di madreperla nera,
                    era d'uva scura,
                    e mi sferzò il sangue
                    con la sua coda di fuoco.

                    Dietro tutte
                    vado.

                    Passò una chiara bionda
                    come una pianta d'oro
                    dondolando i suoi doni.
                    E la mia bocca andò come in un'onda
                    scaricando sul suo seno
                    lampi di sangue.

                    Dietro tutte vado.

                    Ma a te, senza muovermi,
                    senza vederti, te distante,
                    vanno il mio sangue e i miei baci,
                    bruna e bionda mia,
                    alta e piccola mia,
                    ampia e sottile mia,
                    mia brutta, mia bellezza,
                    fatta di tutto l'oro
                    e di tutto l'argento,
                    fatta di tutto il frumento
                    e di tutta la terra,
                    fatta di tutta l'acqua
                    delle onde marine,
                    fatta per le mie braccia,
                    fatta per i miei baci,
                    fatta per l'anima mia.
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