Dicevano, a Padova, "anch'io" gli amici "l'ho conosciuto". E c'era il romorio d'un'acqua sporca prossima, e d'una sporca fabbrica: stupende nel silenzio. Perché era notte. "Anch'io l'ho conosciuto". Vitalmente ho pensato a te che ora non sei né soggetto né oggetto né lingua usuale né gergo né quiete né movimento neppure il né che negava e che per quanto s'affondino gli occhi miei dentro la sua cruna mai ti nega abbastanza
E così sia: ma io credo con altrettanta forza in tutto il mio nulla, perciò non ti ho perduto o, più ti perdo e più ti perdi, più mi sei simile, più m'avvicini.
Perché tu possa ascoltarmi le mie parole si fanno sottili, a volte, come impronte di gabbiani sulla spiaggia.
Collana, sonaglio ebbro per le tue mani dolci come l'uva.
E le vedo ormai lontane le mie parole. Più che mie sono tue. Come edera crescono aggrappate al mio dolore antico.
Così si aggrappano alle pareti umide. È tua la colpa di questo gioco cruento.
Stanno fuggendo dalla mia buia tana. Tutto lo riempi tu, tutto lo riempi.
Prima di te hanno popolato la solitudine che occupi, e più di te sono abituate alla mia tristezza.
Ora voglio che dicano ciò che io voglio dirti perché tu le ascolti come voglio essere ascoltato.
Il vento dell'angoscia può ancora travolgerle. Tempeste di sogni possono talora abbatterle. Puoi sentire altre voci nella mia voce dolente. Pianto di antiche bocche, sangue di antiche suppliche. Amami, compagna. Non mi lasciare. Seguimi. Seguimi, compagna, su quest'onda di angoscia.
Ma del tuo amore si vanno tingendo le mie parole. Tutto ti prendi tu, tutto.
E io le intreccio tutte in una collana infinita per le tue mani bianche, dolci come l'uva.
Farfalla azzurra Piccola, azzurra aleggia una farfalla, il vento la agita, un brivido di madreperla scintilla, tremola, trapassa. Così nello sfavillio d'un momento, così nel fugace alitare, vidi la felicità farmi un cenno scintillare, tremolare, trapassare.
Sì. Detta così l'ispirazione: la mia libera fantasia s'appiglia sempre a quei luoghi dov'è umiliazione, dov'è sporcizia e tenebra e indigenza. Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, - di là si scorge meglio un altro mondo... Hai mai visto i bambini a Parigi o sul ponte i poveri d'inverno? Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto sul fittissimo orrore della vita, prima che un grande nubifragio spazzi tutto quello che c'è nella tua patria, - lascia maturare il giusto sdegno, prepara al lavoro le braccia... E se non puoi, fa sì che in te si accumuli e divampi il fastidio e la mestizia... Ma di questo vivere mendace cancella l'untuoso rossetto e, come talpa timida, nasconditi sotto terra alla luce ed impietrisci, tutta la vita odiando con ferocia e tenendo in dispregio questo mondo, e, anche se tu non veda l'avvenire, dicendo no alle cose del presente!
Datemi una notte e per amante La Venere della piccola fattoria di Milo! O se per un'ora una statua antica Si ridestasse alla passione e io potessi Scuotere l'Aurora fiorentina Dalla sua muta disperazione, Mischiarmi a quelle membra, ritrovare In quel petto il mio rifugio.
Non m'importa che la mia sorte terrena Abbia assai poco di terreno in sé, che anni d'amore si siano perduti in un solo minuto di rancore. Né mi addolora che altri disperati Di me, mia cara, siano più felici, ma che tu soffra per questo mio destino, che mi porta a fuggire sempre via.