Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Cogli Questo Piccolo Fiore

Io scrissi, un giorno, il suo nome sulla spiaggia,
ma vennero le onde a cancellarlo;
lo scrissi di nuovo, con l'altra mano;
ma venne la marea a depredare le mie fatiche.

"Uomo sciocco - mi disse Lei - che tenti invano
d'immortalare una cosa mortale:
poiché io stessa perirò allo stesso modo,
e persino il mio nome sarà cancellato".

"No - risposi - lascia che siano le cose meschine
a morire e farsi polvere; tu invece vivrai nella gloria:
i miei versi eterneranno le tue rare virtù
e scriveranno nei cieli il tuo nome glorioso.
E nei cieli, mentre la morte abbatterà il mondo intero,
vivrà il nostro amore, rinnovando un'altra vita".
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Davanti a San Guido

    I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
    Van da San Guido in duplice filar,
    Quasi in corsa giganti giovinetti
    Mi balzarono incontro e mi guardar.
    Mi riconobbero, e - Ben torni omai -
    Bisbigliaron vèr'me co 'l capo chino -
    Perché non scendi? Perché non ristai ?
    Fresca è la sera e a te noto il cammino.
    Oh sièditi a le nostre ombre odorate
    Ove soffia dal mare il maestrale:
    Ira non ti serbiam de le sassate
    Tue d'una volta: oh non facean già male!
    Nidi portiamo ancor di rusignoli:
    Deh perché fuggi rapido cosí ?
    Le passere la sera intreccian voli
    A noi d'intorno ancora. Oh resta qui! -
    - Bei cipressetti, cipressetti miei,
    Fedeli amici d'un tempo migliore,
    Oh di che cuor con voi mi resterei -
    Guardando lor rispondeva - oh di che cuore !
    Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
    Or non è piú quel tempo e quell'età.
    Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
    Ma oggi sono una celebrità.
    E so legger di greco e di latino,
    E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
    Non son piú, cipressetti, un birichino,
    E sassi in specie non ne tiro piú.
    E massime a le piante. - Un mormorio
    Pè dubitanti vertici ondeggiò
    E il dí cadente con un ghigno pio
    Tra i verdi cupi roseo brillò.
    Intesi allora che i cipressi e il sole
    Una gentil pietade avean di me,
    E presto il mormorio si fè parole:
    - Ben lo sappiamo: un pover uom tu sè.
    Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
    Che rapisce de gli uomini i sospir,
    Come dentro al tuo petto eterne risse
    Ardon che tu né sai né puoi lenir.
    A le querce ed a noi qui puoi contare
    L'umana tua tristezza e il vostro duol.
    Vedi come pacato e azzurro è il mare,
    Come ridente a lui discende il sol!
    E come questo occaso è pien di voli,
    Com'è allegro dè passeri il garrire!
    A notte canteranno i rusignoli:
    Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
    I rei fantasmi che dà fondi neri
    De i cuor vostri battuti dal pensier
    Guizzan come da i vostri cimiteri
    Putride fiamme innanzi al passegger.
    Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
    Che de le grandi querce a l'ombra stan
    Ammusando i cavalli e intorno intorno
    Tutto è silenzio ne l'ardente pian,
    Ti canteremo noi cipressi i cori
    Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
    Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
    Te ventilando co 'l lor bianco velo;
    E Pan l'eterno che su l'erme alture
    A quell'ora e ne i pian solingo va
    Il dissidio, o mortal, de le tue cure
    Ne la diva armonia sommergerà. -
    Ed io - Lontano, oltre Apennin, m'aspetta
    La Tittí - rispondea; - lasciatem'ire.
    È la Tittí come una passeretta,
    Ma non ha penne per il suo vestire.
    E mangia altro che bacche di cipresso;
    Né io sono per anche un manzoniano
    Che tiri quattro paghe per il lesso.
    Addio, cipressi! Addio, dolce mio piano! -
    - Che vuoi che diciam dunque al cimitero
    Dove la nonna tua sepolta sta? -
    E fuggíano, e pareano un corteo nero
    Che brontolando in fretta in fretta va.
    Di cima al poggio allor, dal cimitero,
    Giú dè cipressi per la verde via,
    Alta, solenne, vestita di nero
    Parvemi riveder nonna Lucia:
    La signora Lucia, da la cui bocca,
    Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
    La favella toscana, ch'è sí sciocca
    Nel manzonismo de gli stenterelli,
    Canora discendea, co 'l mesto accento
    De la Versilia che nel cuor mi sta,
    Come da un sirventese del trecento,
    Piena di forza e di soavità.
    O nonna, o nonna! Deh com'era bella
    Quand'ero bimbo! Ditemela ancor,
    Ditela a quest'uom savio la novella
    Di lei che cerca il suo perduto amor!
    – Sette paia di scarpe ho consumate
    Di tutto ferro per te ritrovare:
    Sette verghe di ferro ho logorate
    Per appoggiarmi nel fatale andare:
    Sette fiasche di lacrime ho colmate,
    Sette lunghi anni, di lacrime amare:
    Tu dormi a le mie grida disperate,
    E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
    - Deh come bella, o nonna, e come vera
    È la novella ancor! Proprio cosí.
    E quello che cercai mattina e sera
    Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
    Sotto questi cipressi, ove non spero,
    Ove non penso di posarmi piú:
    Forse, nonna, è nel vostro cimitero
    Tra quegli altri cipressi ermo là su.
    Ansimando fuggía la vaporiera
    Mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;
    E di polledri una leggiadra schiera
    Annitrendo correa lieta al rumore.
    Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
    Rosso e turchino, non si scomodò:
    Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
    E a brucar serio e lento seguitò.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Uno sguardo

      Uno sguardo verso il futuro,
      di speranza e ottimismo,
      uno verso il passato,
      con rimpianto e nostalgia.
      Uno sguardo verso il futuro,
      incerto, invitante e intrigante.
      Uno sguardo verso il passato,
      ricordando ciò che è stato.
      Uno sguardo verso ciò,
      che deve ancora avvenire...
      lasciando alle spalle ciò,
      che se ne andato.
      Uno sguardo per chi crede,
      verso l'eternità.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        18 Anni sono passati,
        par ieri che sei nata.

        Ti guardo oggi
        già donna,
        eppure bambina
        ai miei occhi.

        Ancora fragile appari
        insicura ma pronta a
        questa nuova avventura.

        I 18 anni importanti
        un grande traguardo
        che segna l'inizio
        di una nuova dimensione,
        a infiniti sogni.

        Oggi ti appartieni più che mai,
        libera di volare con le tue fragili ali
        verso chissà quale sogno.

        Come è difficile vederti volare
        pensando che qualcuno potrebbe
        spezzarti le ali.

        Vorrei stringerti ancora a me
        cullarti ancora un po';
        impedirti di farti del male.
        Vorrei che nessuno ti spezzasse la ali
        ma ti lascerò libera volare.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Un quadro d'amore

          Se potessi dipingere io il mio domani
          lo dipingerei insieme a te,
          prenderei il pennello della mia vita
          lo intingerei con i colori di te,
          imbratterei le pareti della tua anima
          con il nostro respiro.

          Ed ogni silenzio avrebbe la nostra forma
          ed ogni parola avrebbe il nostro silenzio
          scrivendo la più dolce delle melodie.

          Sfumerei la notte con te fra le lenzuola colorate
          fino al fondersi del le nostre anime.
          sentirti dolcemente muovere dentro di me
          e sentirti parte di me ed essere parte di te.

          Se tu non avessi rubato
          i colori al "noi"
          avrei dipinto con passione
          un quadro d'amore,
          avrei fuso le nostre anime
          confuso i nostri respiri
          dato vita a te.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Sono Gagarin, il figlio della terra

            Io sono Gagarin.
            Per primo ho volato,
            e voi volaste dopo di me.
            Sono stato donato
            per sempre al cielo, dalla terra,
            come il figlio dell'umanità.
            In quell 'aprile
            i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
            coperte di muschio e di ruggine,
            si riscaldarono
            per le lentiggini rossigne di Smolensk
            salite al cielo.
            Ma le lentiggini sono tramontate.
            Quanto mi è terribile
            non restare che un bronzo, che un'ombra,
            non poter carezzare né l'erba, né un bambino,
            né far scricchiolare il cancelletto d'un giardino.
            Da sotto la nera cicatrice del timbro postale
            vi sorrido io
            con il sorriso ch'è volato via.
            Ma osservate bene cartoline e francobolli
            e capirete subito:
            per l'eternità
            io sono in volo.
            Mi applaudivano le mani dell'intera umanità.
            La gloria tentava di sedurmi,
            ma no, non c'è riuscita.

            Sulla tetra mi sono schiantato,
            quella che per primo ho visto tanto piccola,
            e la terra non me l'ha perdonata.
            Ma io perdono la terra,
            sono figlio suo, in spirito e carne,
            e per i secoli prometto
            di continuare il mio volo
            al di sopra al di sopra dei bombardamenti,
            delle tele-radiomenzogne,
            che la stringono con le loro volute,
            al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente
            ballano lo streep-tease
            per i soldati nel Viet Nam,
            al di sopra della tonsura
            del frate
            che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,
            al di sopra della censura
            che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti...

            C'è chi
            è in volo
            nel simun vorticoso di stelle.
            C'è chi
            si dibatte
            nella palude da se stesso voluta.
            Uomini, o uomini
            ingenui spacconi,
            pensate: non vi fa paura
            alzarvi dal Capo che porta il nome dell'uomo che avete ucciso?
            Vergognatevi di questo baccano da mercato!
            Voi siete gelosi,
            rapaci,
            vendicativi.
            Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!

            Io sono Gagarin, figlio della Terra,
            figlio dell'umanità:
            sono russo, greco e bulgaro,
            australiano e finlandese.

            Vi incarno tutti
            col mio slancio verso i cieli.
            Il mio nome è casuale,
            ma io non sono stato per caso.

            Mentre la terra s'insozzava
            di vanità e di peccato,
            il mio nome cambiava,
            ma l'anima no.

            Mi chiamavano Icaro.
            Giacqui nella polvere, nella cenere.
            Mi aveva spinto verso il sole
            il buio della terra.

            La cera si sciolse, spargendosi qua e là.
            Caddi senza salvezza,
            ma un pizzico di sole
            rimase stretto nella mia mano.

            Mi chiamarono servo.
            La rabbia mi pesava sulla schiena
            mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,
            danzavano sul mio corpo.

            Io caddi sotto le bastonate,
            ma, maledicendo la servitù,
            mi costruii delle ali coi bastoni
            dei miei torturatori!
            Ad Odessa fui Utockin.
            Fece uno scarto il duca,
            quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero
            si levò un cavallo volante.

            Sotto il nome di Nesterov
            girando sopra la terra,
            feci innamorare la luna
            col mio giro della morte.

            La morte fischiava sulle ali.
            È una virtù disprezzarla
            e con Gastello imberbe
            mi gettai in volo sul nemico.

            E le ali temerarie
            ardendo come un rogo, hanno protetto,
            voi che foste allora ragazzi,
            Aldrin, Collins, Armstrong.

            E, sicuro della speranza
            che gli uomini sono un'unica famiglia,
            dell'equipaggio di Apollo
            invisibile io ero.

            Mangiammo dai tubetti,
            avremmo brindato in viaggio
            come sull'Elba,
            ci abbracciammo sulla Galassia.

            Il lavoro procedeva senza scherzi.
            Era in gioco la vita
            e con lo stivale di Armstrong
            io scesi sulla Luna.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Ti porterò con me

              Ti porterò con me stanotte
              e per molte altre ancora
              sulla riva del mare
              a raccogliere stelle,
              a sgualcire il cielo
              con i nostri respiri.

              Fino lo sfinimento
              delle parole
              godrò della tua mente,
              amerò la tua bocca
              e ogni centimetro
              del tuo volto,
              del tuo cuore.

              Ti terrò stretto
              fino ad addormentare le stelle
              per restituirti alla realtà
              al sorgere di ogni alba.
              Composta sabato 1 novembre 2014
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