Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Alla sua donna

Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O nè campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l'innocente
Secol beasti che dall'oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? O te la sorte avara
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla spene m'avanza;
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all'umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg'io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual nè prim'anni
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m'abbandona;
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme dè giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess'io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L'alta specie serbar; che dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra nè superni giri
Frà mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Passero solitario

    D'in su la vetta della torre antica,
    Passero solitario, alla campagna
    Cantando vai finché non more il giorno;
    Ed erra l'armonia per questa valle.
    Primavera dintorno
    Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
    Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
    Odi greggi belar, muggire armenti;
    Gli altri augelli contenti, a gara insieme
    Per lo libero ciel fan mille giri,
    Pur festeggiando il lor tempo migliore:
    Tu pensoso in disparte il tutto miri;
    Non compagni, non voli,
    Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
    Canti, e così trapassi
    Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
    Oimè, quanto somiglia
    Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
    Della novella età dolce famiglia,
    E te german di giovinezza, amore,
    Sospiro acerbo dè provetti giorni,
    Non curo, io non so come; anzi da loro
    Quasi fuggo lontano;
    Quasi romito, e strano
    Al mio loco natio,
    Passo del viver mio la primavera.
    Questo giorno ch'omai cede alla sera,
    Festeggiar si costuma al nostro borgo.
    Odi per lo sereno un suon di squilla,
    Odi spesso un tonar di ferree canne,
    Che rimbomba lontan di villa in villa.
    Tutta vestita a festa
    La gioventù del loco
    Lascia le case, e per le vie si spande;
    E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
    Io solitario in questa
    Rimota parte alla campagna uscendo,
    Ogni diletto e gioco
    Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
    Steso nell'aria aprica
    Mi fere il Sol che tra lontani monti,
    Dopo il giorno sereno,
    Cadendo si dilegua, e par che dica
    Che la beata gioventù vien meno.
    Tu, solingo augellin, venuto a sera
    Del viver che daranno a te le stelle,
    Certo del tuo costume
    Non ti dorrai; che di natura è frutto
    Ogni vostra vaghezza.
    A me, se di vecchiezza
    La detestata soglia
    Evitar non impetro,
    Quando muti questi occhi all'altrui core,
    E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
    Del dì presente più noioso e tetro,
    Che parrà di tal voglia?
    Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
    Ahi pentirommi, e spesso,
    Ma sconsolato, volgerommi indietro.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      L'Infinito

      Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
      e questa siepe, che da tanta parte
      dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
      Ma sedendo e mirando, interminati
      spazi di là da quella, e sovrumani
      silenzi, e profondissima quiete
      io nel pensier mi fingo; ove per poco
      il cor non si spaura. E come il vento
      odo stormir tra queste piante, io quello
      infinito silenzio a questa voce
      vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
      e le morte stagioni, e la presente
      e viva, e il suon di lei. Così tra questa
      immensità s'annega il pensier mio:
      e il naufragar m'è dolce in questo mare.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        A Silvia

        Silvia, rimembri ancora
        quel tempo della tua vita mortale,
        quando beltà splendea
        negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
        e tu, lieta e pensosa, il limitare
        di gioventù salivi?

        Sonavan le quiete
        stanze, e le vie dintorno,
        al tuo perpetuo canto,
        allor che all'opre femminili intenta
        sedevi, assai contenta
        di quel vago avvenir che in mente avevi.
        Era il maggio odoroso: e tu solevi
        così menare il giorno.

        Io gli studi leggiadri
        talor lasciando e le sudate carte,
        ove il tempo mio primo
        e di me si spendea la miglior parte,
        d'in su i veroni del paterno ostello
        porgea gli orecchi al suon della tua voce,
        ed alla man veloce
        che percorrea la faticosa tela.
        Mirava il ciel sereno,
        le vie dorate e gli orti,
        e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
        Lingua mortal non dice
        quel ch'io sentiva in seno.

        Che pensieri soavi,
        che speranze, che cori, o Silvia mia!
        Quale allor ci apparia
        la vita umana e il fato!
        Quando sovviemmi di cotanta speme,
        un affetto mi preme
        acerbo e sconsolato,
        e tornami a doler di mia sventura.
        O natura, o natura,
        perché non rendi poi
        quel che prometti allor? Perché di tanto
        inganni i figli tuoi?

        Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
        da chiuso morbo combattuta e vinta,
        perivi, o tenerella. E non vedevi
        il fior degli anni tuoi;
        non ti molceva il core
        la dolce lode or delle negre chiome,
        or degli sguardi innamorati e schivi;
        né teco le compagne ai dì festivi
        ragionavan d'amore.

        Anche peria tra poco
        la speranza mia dolce: agli anni miei
        anche negaro i fati
        la giovanezza. Ahi come,
        come passata sei,
        cara compagna dell'età mia nova,
        mia lacrimata speme!
        Questo è quel mondo? Questi
        i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
        onde cotanto ragionammo insieme?
        Questa la sorte dell'umane genti?
        All'apparir del vero
        tu, misera, cadesti: e con la mano
        la fredda morte ed una tomba ignuda
        mostravi di lontano.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Fanciulletta bella

          Di giovinezza, Fanciulletta bella,
          Dal tuo bel petto spira fresco odore,
          E da quei labbri con gentil favella
          Sol parla Amore.
               Vaga è tua mano; ma più vaga allora
          Che a puro bacio facile s'arrende,
          E allor ch'ai crini della gaja Flora
          Cinge le bende.
               Questi mi detta dolci carmi Apollo,
          Se mai t'ascolta, Fanciulletta bella,
          Sparger di canti con la cetra al collo
          Iblea favella.
               Canta, deh! canta; scenderan da Paffo
          Ad ascoltarti con l'orecchie amanti
          Quei stessi Amor che della mesta Saffo
          Pianser ai canti.
               Io son, diceva, bella Dea di Gnido,
          La giovinetta cui Faon non cura,
          Per lui sol piango, mentre in ogni lido
          Ride natura.
               Madre del riso, dal beante seno,
          Me ch'al tuo nume sempre altari alzai,
          Me ch'arsi incenso d'inni e laudi pieno,
          Or traggo guai.
               Siegui di Lesbo la soave Musa,
          Ma scherza, e fuggi lagrimose note,
          Giacché domarti l'almo Dio ricusa,
          Perché nol puote.
               Che val sui fogli con cipiglio tristo
          Perdere i giorni che tornar non ponno,
          E violare per un vano acquisto
          I dritti al sonno?
               Nata agli Amori, le scïeuti carte
          Abbandonando, sol la cetra tocca:
          Chè di bei carmi la difficil arte
          Ti siede in bocca.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Vassi rapido il tempo

            Vassi rapido il tempo, e al tempo il duolo
            Della cadente età tosto succede;
            Godiamo, amici: de' piacer lo stuolo
            Passa e non riede.
                 Assisi a umili ma contenti deschi
            Colmiam le tazze di soave vino;
            Altri fra l'armi follemente treschi
            Col suo destino.
                 Audace troppo dell'iniqua corte
            Nell'onde si scatena il nembo fosco;
            Da noi si cerchi più beata sorte
            In mezzo a un bosco.
                 Se piange un infelice, il mesto pianto
            Tosto da noi si asciughi e si consoli;
            Chi non esulta delle Muso al canto
            A noi s'involi.
                 Bell'è l'Amor, egli al piacer c'invita;
            Dunque Ninfa che agli occhi e all'alma piace
            Sia della nostra fuggitiva vita
            Conforto e pace.
                 Vassi rapido il tempo, e al tempo il duolo
            Della cadente età tosto succede;
            Godiamo, amici: de' piacer lo stuolo
            Passa e non riede.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
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              Irene candida

              Irene candida, lascia le piume,
              T'affretta a cogliere leggiadri fiori
              Or ch'Alba fulgida spande il suo lume
              Co' nuovi albori.
                   In mezzo agli alberi d'accanto il fonte
              Vedrai tu sorgere bei gelsomini;
              Li cogli, e adornati del vago fronte
              i vaghi crini.
                   Mentre innoltravasi col gajo aprile
              Soave Zefiro là fur piantati,
              Da me alla morbida tua man gentile
              Poscia serbati.
                   Il graziosissimo tuo cestellino
              Empi di mammole e di viole;
              Ma, bene badami, sfiora il giardino
              Prima del Sol
                   Indi, sovvengati, Fanciulla mia,
              Che voglio un bacio al tuo ritorno,
              Nè vo' che al solito tu me lo dia
              Un altro giorno.
                   Chè questo amabile giorno mai viene,
              E se anche in seguito così faremo,
              Gli anni andran rapidi, nè un giorno, o Irene,
              Goduto avremo.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
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                Fra soavissimi fioretti

                Fra soavissimi fioretti un giorno
                Giaceano Amore e Venere,
                E mille Genii stavan d'intorno
                E mille Grazie tenere.
                     Io con l'eburnea mia cetra al collo,
                Scarco di cure torbide,
                Passai con l'alma piena di Apollo
                Per quelle sedi morbide.
                     A sè chiamatomi la gaja Diva,
                Con fiamma al labbro e al ciglio,
                Disse: Tua cetera canti giuliva
                La possa del mio figlio.
                     Io pria con giubilo cantai d'Amore
                Su gli altri Dii le glorie;
                Soggiunsi poscia quai sul mio core
                Ei riportò vittorie.
                     Si attente stavano le Grazie al canto,
                E que' Amorini amabili,
                Che s'obliarono d'essere accanto
                A' loro giochi instabili.
                     Giuro per l'aurea chioma febea,
                Che più dell'onda livida
                Di Stigo io venero, vidi la Dea
                Farsi al cantar più vivida.
                     E tu, o Licoride, non mai ti pieghi
                De' carmi al suon sensibile,
                Invan fra lagrime io canto e prieghi,
                Chè sempre so, inflessibile.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
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                  La sera

                  Gentile Nelae, tu al collo candido
                  Lascia che scendano le chiome d'auro,
                  E alle mie tempio adatta
                  Sacro ad Apollo un lauro.
                       Al suon armonico di nostre cetere
                  Vengon su i Zefiri le Grazie tenere,
                  Che per udir tua voce
                  Abbandonano Venere.
                       Esci dal semplice tetto pacifico,
                  Dell'igneo Cintio s'ascose il raggio;
                  E all'umid'ombra siedi
                  Meco dell'ampio faggio.
                       O bianca Nelae, non esser timida,
                  In ore tacite fra bosco atrissimo
                  Tu sai ch'io ti favello
                  Sol d'un amor purissimo.
                       Di noi la candida fia testimonio
                  Luna che tacita irraggia l'aria;
                  Nè la temer, ché anch'essa
                  Amò il pastor di Caria.
                       Ve' riscintillano nel viso garrulo
                  Gli astri che fulgidi sembra che ridano,
                  E perfin gli usignuoli
                  Par che a noi soli arridano.
                       Fanciulla amabile, canta i bei numeri.
                  Ma qual per l'aere di velo a foggia
                  Nube si stende? - ah certo
                  Vicina è a noi la pioggia.
                       Presto fuggiamoci dal negro turbine;
                  Il tempo placido oh corno è instabile!
                  Ah non vorrei che il fossi
                  Tu pur, fanciulla amabile.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
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                    La guerra

                    Vinsero gli anni: tu sperasti indarno
                    Gloria fiammante pel guerriero brando:
                    Vedila, langue di tuo nome in bando.
                    E il volto ha scarno.
                         Odio chi ammira di Filippo il germe
                    Ch’ha morte al fianco devastando l'orbe,
                    Fossa di polve col possente assorbe.
                    Seco l'inerme.
                         Tu cogli, amico, dal giardino umìle
                    Frutta, ristoro d'indigente brama;
                    Di gloria nostra degli eroi la fama
                    Sarà più vile.
                         E al mormorante serpeggiar di linfa,
                    Al molle zirlo d'augellin su i rami
                    Versi cantiamo che ripeter ami
                    Tenera Ninfa.
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