Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

All'Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme
Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
Oimè quante ferite,
Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio,
Formesissima donna!
Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia,
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? Dov'è la forza antica?
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? Qual arte o qual fatica
0 qual tanta possanza,
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? Non ti difende
Nessun dè tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
Combatterà, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'itata gioventude? 0 numi, o numi
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre
E voi sempre onorate e gloriose,
0 tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Lo credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprir le invitte schiere
Dè corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglicasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
Nell'armi e nè perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come si lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e, duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun dè vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'ond'a morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza dè Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira dè greci petti e la virtute.
Vè cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr frà primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
vè come infusi e tintí
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
0 benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la, vostra duri.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Le ricordanze

    Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
    Tornare ancor per uso a contemplarvi
    Sul paterno giardino scintillanti,
    E ragionar con voi dalle finestre
    Di questo albergo ove abitai fanciullo,
    E delle gioie mie vidi la fine.
    Quante immagini un tempo, e quante fole
    Creommi nel pensier l'aspetto vostro
    E delle luci a voi compagne! Allora
    Che, tacito, seduto in verde zolla,
    Delle sere io solea passar gran parte
    Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
    Della rana rimota alla campagna!
    E la lucciola errava appo le siepi
    E in su l'aiuole, susurrando al vento
    I viali odorati, ed i cipressi
    Là nella selva; e sotto al patrio tetto
    Sonavan voci alterne, e le tranquille
    Opre dè servi. E che pensieri immensi,
    Che dolci sogni mi spirò la vista
    Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
    Che di qua scopro, e che varcare un giorno
    Io mi pensava, arcani mondi, arcana
    Felicità fingendo al viver mio!
    Ignaro del mio fato, e quante volte
    Questa mia vita dolorosa e nuda
    Volentier con la morte avrei cangiato.
    Né mi diceva il cor che l'età verde
    Sarei dannato a consumare in questo
    Natio borgo selvaggio, intra una gente
    Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
    Argomento di riso e di trastullo,
    Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
    Per invidia non già, che non mi tiene
    Maggior di sé, ma perché tale estima
    Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
    A persona giammai non ne fo segno.
    Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
    Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
    Tra lo stuol dè malevoli divengo:
    Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
    E sprezzator degli uomini mi rendo,
    Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
    Il caro tempo giovanil; più caro
    Che la fama e l'allor, più che la pura
    Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
    Senza un diletto, inutilmente, in questo
    Soggiorno disumano, intra gli affanni,
    O dell'arida vita unico fiore.
    Viene il vento recando il suon dell'ora
    Dalla torre del borgo. Era conforto
    Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
    Quando fanciullo, nella buia stanza,
    Per assidui terrori io vigilava,
    Sospirando il mattin. Qui non è cosa
    Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
    Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
    Dolce per sé; ma con dolor sottentra
    Il pensier del presente, un van desio
    Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
    Quella loggia colà, volta agli estremi
    Raggi del dì; queste dipinte mura,
    Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
    Su romita campagna, agli ozi miei
    Porser mille diletti allor che al fianco
    M'era, parlando, il mio possente errore
    Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
    Al chiaror delle nevi, intorno a queste
    Ampie finestre sibilando il vento,
    Rimbombaro i sollazzi e le festose
    Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
    Mistero delle cose a noi si mostra
    Pien di dolcezza; indelibata, intera
    Il garzoncel, come inesperto amante,
    La sua vita ingannevole vagheggia,
    E celeste beltà fingendo ammira.
    O speranze, speranze; ameni inganni
    Della mia prima età! Sempre, parlando,
    Ritorno a voi; che per andar di tempo,
    Per variar d'affetti e di pensieri,
    Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
    Son la gloria e l'onor; diletti e beni
    Mero desio; non ha la vita un frutto,
    Inutile miseria. E sebben vòti
    Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
    Il mio stato mortal, poco mi toglie
    La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
    A voi ripenso, o mie speranze antiche,
    Ed a quel caro immaginar mio primo;
    Indi riguardo il viver mio sì vile
    E sì dolente, e che la morte è quello
    Che di cotanta speme oggi m'avanza;
    Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
    Consolarmi non so del mio destino.
    E quando pur questa invocata morte
    Sarammi allato, e sarà giunto il fine
    Della sventura mia; quando la terra
    Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
    Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
    Risovverrammi; e quell'imago ancora
    Sospirar mi farà, farammi acerbo
    L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
    Del dì fatal tempererà d'affanno.
    E già nel primo giovanil tumulto
    Di contenti, d'angosce e di desio,
    Morte chiamai più volte, e lungamente
    Mi sedetti colà su la fontana
    Pensoso di cessar dentro quell'acque
    La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
    Malor, condotto della vita in forse,
    Piansi la bella giovanezza, e il fiore
    Dè miei poveri dì, che sì per tempo
    Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
    Sul conscio letto, dolorosamente
    Alla fioca lucerna poetando,
    Lamentai cò silenzi e con la notte
    Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
    In sul languir cantai funereo canto.
    Chi rimembrar vi può senza sospiri,
    O primo entrar di giovinezza, o giorni
    Vezzosi, inenarrabili, allor quando
    Al rapito mortal primieramente
    Sorridon le donzelle; a gara intorno
    Ogni cosa sorride; invidia tace,
    Non desta ancora ovver benigna; e quasi
    (Inusitata maraviglia! ) il mondo
    La destra soccorrevole gli porge,
    Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
    Suo venir nella vita, ed inchinando
    Mostra che per signor l'accolga e chiami?
    Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
    Son dileguati. E qual mortale ignaro
    Di sventura esser può, se a lui già scorsa
    Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
    Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
    O Nerina! E di te forse non odo
    Questi luoghi parlar? Caduta forse
    Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
    Che qui sola di te la ricordanza
    Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
    Questa Terra natal: quella finestra,
    Ond'eri usata favellarmi, ed onde
    Mesto riluce delle stelle il raggio,
    È deserta. Ove sei, che più non odo
    La tua voce sonar, siccome un giorno,
    Quando soleva ogni lontano accento
    Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
    Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
    Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
    Il passar per la terra oggi è sortito,
    E l'abitar questi odorati colli.
    Ma rapida passasti; e come un sogno
    Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
    La gioia ti splendea, splendea negli occhi
    Quel confidente immaginar, quel lume
    Di gioventù, quando spegneali il fato,
    E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
    L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
    Se a radunanze io movo, infra me stesso
    Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
    Tu non ti acconci più, tu più non movi.
    Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
    Van gli amanti recando alle fanciulle,
    Dico: Nerina mia, per te non torna
    Primavera giammai, non torna amore.
    Ogni giorno sereno, ogni fiorita
    Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
    Dico: Nerina or più non gode; i campi,
    L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
    Sospiro mio: passasti: e fia compagna
    D'ogni mio vago immaginar, di tutti
    I miei teneri sensi, i tristi e cari
    Moti del cor, la rimembranza acerba.
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      La sera del dì di festa

      Dolce e chiara è la notte e senza vento,
      E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
      Posa la luna, e di lontan rivela
      Serena ogni montagna. O donna mia,
      Già tace ogni sentiero, e pei balconi
      Rara traluce la notturna lampa:
      Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
      Nelle tue chete stanze; e non ti morde
      Cura nessuna; e già non sai né pensi
      Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
      Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
      Appare in vista, a salutar m'affaccio,
      E l'antica natura onnipossente,
      Che mi fece all'affanno. A te la speme
      Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
      Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
      Questo dì fu solenne: or dà trastulli
      Prendi riposo; e forse ti rimembra
      In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
      Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
      Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
      Quanto a viver mi resti, e qui per terra
      Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
      In così verde etate! Ahi, per la via
      Odo non lunge il solitario canto
      Dell'artigian, che riede a tarda notte,
      Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
      E fieramente mi si stringe il core,
      A pensar come tutto al mondo passa,
      E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
      Il dì festivo, ed al festivo il giorno
      Volgar succede, e se ne porta il tempo
      Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
      Di què popoli antichi? Or dov'è il grido
      Dè nostri avi famosi, e il grande impero
      Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
      Che n'andò per la terra e l'oceano?
      Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
      Il mondo, e più di lor non si ragiona.
      Nella mia prima età, quando s'aspetta
      Bramosamente il dì festivo, or poscia
      Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
      Premea le piume; ed alla tarda notte
      Un canto che s'udia per li sentieri
      Lontanando morire a poco a poco,
      Già similmente mi stringeva il core.
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        L'ultimo canto di Saffo

        Placida notte, e verecondo raggio
        Della cadente luna; e tu che spunti
        Fra la tacita selva in su la rupe,
        Nunzio del giorno; oh dilettose e care
        Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
        Sembianze agli occhi miei; già non arride
        Spettacol molle ai disperati affetti.
        Noi l'insueto allor gaudio ravviva
        Quando per l'etra liquido si volve
        E per li campi trepidanti il flutto
        Polveroso dè Noti, e quando il carro,
        Grave carro di Giove a noi sul capo,
        Tonando, il tenebroso aere divide.
        Noi per le balze e le profonde valli
        Natar giova trà nembi, e noi la vasta
        Fuga dè greggi sbigottiti, o d'alto
        Fiume alla dubbia sponda
        Il suono e la vittrice ira dell'onda.
        Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
        Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
        Infinita beltà parte nessuna
        Alla misera Saffo i numi e l'empia
        Sorte non fenno. À tuoi superbi regni
        Vile, o natura, e grave ospite addetta,
        E dispregiata amante, alle vezzose
        Tue forme il core e le pupille invano
        Supplichevole intendo. A me non ride
        L'aprico margo, e dall'eterea porta
        Il mattutino albor; me non il canto
        Dè colorati augelli, e non dè faggi
        Il murmure saluta: e dove all'ombra
        Degl'inchinati salici dispiega
        Candido rivo il puro seno, al mio
        Lubrico piè le flessuose linfe
        Disdegnando sottragge,
        E preme in fuga l'odorate spiagge.
        Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
        Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
        Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
        In che peccai bambina, allor che ignara
        Di misfatto è la vita, onde poi scemo
        Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
        Dell'indomita Parca si volvesse
        Il ferrigno mio stame? Incaute voci
        Spande il tuo labbro: i destinati eventi
        Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
        Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
        Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
        Dè celesti si posa. Oh cure, oh speme
        Dè più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
        Alle amene sembianze eterno regno
        Diè nelle genti; e per virili imprese,
        Per dotta lira o canto,
        Virtù non luce in disadorno ammanto.
        Morremo. Il velo indegno a terra sparto
        Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
        E il crudo fallo emenderà del cieco
        Dispensator dè casi. E tu cui lungo
        Amore indarno, e lunga fede, e vano
        D'implacato desio furor mi strinse,
        Vivi felice, se felice in terra
        Visse nato mortal. Me non asperse
        Del soave licor del doglio avaro
        Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
        Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
        Giorno di nostra età primo s'invola.
        Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
        Della gelida morte. Ecco di tante
        Sperate palme e dilettosi errori,
        Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
        Han la tenaria Diva,
        E l'atra notte, e la silente riva.
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

          Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
          Silenziosa luna?
          Sorgi la sera, e vai,
          Contemplando i deserti; indi ti posi.
          Ancor non sei tu paga
          Di riandare i sempiterni calli?
          Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
          Di mirar queste valli?
          Somiglia alla tua vita
          La vita del pastore.
          Sorge in sul primo albore;
          Move la greggia oltre pel campo, e vede
          Greggi, fontane ed erbe;
          Poi stanco si riposa in su la sera:
          Altro mai non ispera.
          Dimmi, o luna: a che vale
          Al pastor la sua vita,
          La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
          Questo vagar mio breve,
          Il tuo corso immortale?
          Vecchierel bianco, infermo,
          Mezzo vestito e scalzo,
          Con gravissimo fascio in su le spalle,
          Per montagna e per valle,
          Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
          Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
          L'ora, e quando poi gela,
          Corre via, corre, anela,
          Varca torrenti e stagni,
          Cade, risorge, e più e più s'affretta,
          Senza posa o ristoro,
          Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
          Colà dove la via
          E dove il tanto affaticar fu volto:
          Abisso orrido, immenso,
          Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
          Vergine luna, tale
          È la vita mortale.
          Nasce l'uomo a fatica,
          Ed è rischio di morte il nascimento.
          Prova pena e tormento
          Per prima cosa; e in sul principio stesso
          La madre e il genitore
          Il prende a consolar dell'esser nato.
          Poi che crescendo viene,
          L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
          Con atti e con parole
          Studiasi fargli core,
          E consolarlo dell'umano stato:
          Altro ufficio più grato
          Non si fa da parenti alla lor prole.
          Ma perché dare al sole,
          Perché reggere in vita
          Chi poi di quella consolar convenga?
          Se la vita è sventura
          Perché da noi si dura?
          Intatta luna, tale
          È lo stato mortale.
          Ma tu mortal non sei,
          E forse del mio dir poco ti cale.
          Pur tu, solinga, eterna peregrina,
          Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
          Questo viver terreno,
          Il patir nostro, il sospirar, che sia;
          Che sia questo morir, questo supremo
          Scolorar del sembiante,
          E perir dalla terra, e venir meno
          Ad ogni usata, amante compagnia.
          E tu certo comprendi
          Il perché delle cose, e vedi il frutto
          Del mattin, della sera,
          Del tacito, infinito andar del tempo.
          Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
          Rida la primavera,
          A chi giovi l'ardore, e che procacci
          Il verno cò suoi ghiacci.
          Mille cose sai tu, mille discopri,
          Che son celate al semplice pastore.
          Spesso quand'io ti miro
          Star così muta in sul deserto piano,
          Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
          Ovver con la mia greggia
          Seguirmi viaggiando a mano a mano;
          E quando miro in cielo arder le stelle;
          Dico fra me pensando:
          A che tante facelle?
          Che fa l'aria infinita, e quel profondo
          Infinito seren? Che vuol dir questa
          Solitudine immensa? Ed io che sono?
          Così meco ragiono: e della stanza
          Smisurata e superba,
          E dell'innumerabile famiglia;
          Poi di tanto adoprar, di tanti moti
          D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
          Girando senza posa,
          Per tornar sempre là donde son mosse;
          Uso alcuno, alcun frutto
          Indovinar non so. Ma tu per certo,
          Giovinetta immortal, conosci il tutto.
          Questo io conosco e sento,
          Che degli eterni giri,
          Che dell'esser mio frale,
          Qualche bene o contento
          Avrà fors'altri; a me la vita è male.
          O greggia mia che posi, oh te beata,
          Che la miseria tua, credo, non sai!
          Quanta invidia ti porto!
          Non sol perché d'affanno
          Quasi libera vai;
          Ch'ogni stento, ogni danno,
          Ogni estremo timor subito scordi;
          Ma più perché giammai tedio non provi.
          Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
          Tu sè queta e contenta;
          E gran parte dell'anno
          Senza noia consumi in quello stato.
          Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
          E un fastidio m'ingombra
          La mente, ed uno spron quasi mi punge
          Sì che, sedendo, più che mai son lunge
          Da trovar pace o loco.
          E pur nulla non bramo,
          E non ho fino a qui cagion di pianto.
          Quel che tu goda o quanto,
          Non so già dir; ma fortunata sei.
          Ed io godo ancor poco,
          O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
          Se tu parlar sapessi, io chiederei:
          Dimmi: perché giacendo
          A bell'agio, ozioso,
          S'appaga ogni animale;
          Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
          Forse s'avess'io l'ale
          Da volar su le nubi,
          E noverar le stelle ad una ad una,
          O come il tuono errar di giogo in giogo,
          Più felice sarei, dolce mia greggia,
          Più felice sarei, candida luna.
          O forse erra dal vero,
          Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
          Forse in qual forma, in quale
          Stato che sia, dentro covile o cuna,
          È funesto a chi nasce il dì natale.
          Vota la poesia: Commenta
            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            La vita solitaria

            La mattutina pioggia, allor che l'ale
            Battendo esulta nella chiusa stanza
            La gallinella, ed al balcon s'affaccia
            L'abitator dè campi, e il Sol che nasce
            I suoi tremuli rai fra le cadenti
            Stille saetta, alla capanna mia
            Dolcemente picchiando, mi risveglia;
            E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
            Degli augelli susurro, e l'aura fresca,
            E le ridenti piagge benedico:
            Poiché voi, cittadine infauste mura,
            Vidi e conobbi assai, là dove segue
            Odio al dolor compagno; e doloroso
            Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
            Benché scarsa pietà pur mi dimostra
            Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
            Verso me più cortese! E tu pur volgi
            Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
            Le sciagure e gli affanni, alla reina
            Felicità servi, o natura. In cielo,
            In terra amico agl'infelici alcuno
            E rifugio non resta altro che il ferro.
            Talor m'assido in solitaria parte,
            Sovra un rialto, al margine d'un lago
            Di taciturne piante incoronato.
            Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
            La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
            Ed erba o foglia non si crolla al vento,
            E non onda incresparsi, e non cicala
            Strider, né batter penna augello in ramo,
            Né farfalla ronzar, né voce o moto
            Da presso né da lunge odi né vedi.
            Tien quelle rive altissima quiete;
            Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
            Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
            Giaccian le membra mie, né spirto o senso
            Più le commova, e lor quiete antica
            Cò silenzi del loco si confonda.
            Amore, amore, assai lungi volasti
            Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
            Anzi rovente. Con sua fredda mano
            Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
            Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
            Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
            E irrevocabil tempo, allor che s'apre
            Al guardo giovanil questa infelice
            Scena del mondo, e gli sorride in vista
            Di paradiso. Al garzoncello il core
            Di vergine speranza e di desio
            Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
            Di questa vita come a danza o gioco
            Il misero mortal. Ma non sì tosto,
            Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
            Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
            Non altro convenia che il pianger sempre.
            Pur se talvolta per le piagge apriche,
            Su la tacita aurora o quando al sole
            Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
            Scontro di vaga donzelletta il viso;
            O qualor nella placida quiete
            D'estiva notte, il vagabondo passo
            Di rincontro alle ville soffermando,
            L'erma terra contemplo, e di fanciulla
            Che all'opre di sua man la notte aggiunge
            Odo sonar nelle romite stanze
            L'arguto canto; a palpitar si move
            Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
            Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
            Ogni moto soave al petto mio.
            O cara luna, al cui tranquillo raggio
            Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
            Alla mattina il cacciator, che trova
            L'orme intricate e false, e dai covili
            Error vario lo svia; salve, o benigna
            Delle notti reina. Infesto scende
            Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
            A deserti edifici, in su l'acciaro
            Del pallido ladron ch'a teso orecchio
            Il fragor delle rote e dè cavalli
            Da lungi osserva o il calpestio dè piedi
            Su la tacita via; poscia improvviso
            Col suon dell'armi e con la rauca voce
            E col funereo ceffo il core agghiaccia
            Al passegger, cui semivivo e nudo
            Lascia in breve trà sassi. Infesto occorre
            Per le contrade cittadine il bianco
            Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
            Va radendo le mura e la secreta
            Ombra seguendo, e resta, e si spaura
            Delle ardenti lucerne e degli aperti
            Balconi. Infesto alle malvage menti,
            A me sempre benigno il tuo cospetto
            Sarà per queste piagge, ove non altro
            Che lieti colli e spaziosi campi
            M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
            Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
            Raggio accusar negli abitati lochi,
            Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
            Scopriva umani aspetti al guardo mio.
            Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
            Veleggiar tra le nubi, o che serena
            Dominatrice dell'etereo campo,
            Questa flebil riguardi umana sede.
            Me spesso rivedrai solingo e muto
            Errar pè boschi e per le verdi rive,
            O seder sovra l'erbe, assai contento
            Se core e lena a sospirar m'avanza.
            Vota la poesia: Commenta
              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              La ginestra

              Qui su l'arida schiena
              Del formidabil monte
              Sterminator Vesevo,
              La qual null'altro allegra arbor né fiore,
              Tuoi cespi solitari intorno spargi,
              Odorata ginestra,
              Contenta dei deserti. Anco ti vidi
              Dè tuoi steli abbellir l'erme contrade
              Che cingon la cittade
              La qual fu donna dè mortali un tempo,
              E del perduto impero
              Par che col grave e taciturno aspetto
              Faccian fede e ricordo al passeggero.
              Or ti riveggo in questo suol, di tristi
              Lochi e dal mondo abbandonati amante,
              E d'afflitte fortune ognor compagna.
              Questi campi cosparsi
              Di ceneri infeconde, e ricoperti
              Dell'impietrata lava,
              Che sotto i passi al peregrin risona;
              Dove s'annida e si contorce al sole
              La serpe, e dove al noto
              Cavernoso covil torna il coniglio;
              Fur liete ville e colti,
              E biondeggiàr di spiche, e risonaro
              Di muggito d'armenti;
              Fur giardini e palagi,
              Agli ozi dè potenti
              Gradito ospizio; e fur città famose
              Che coi torrenti suoi l'altero monte
              Dall'ignea bocca fulminando oppresse
              Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
              Una ruina involve,
              Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
              I danni altrui commiserando, al cielo
              Di dolcissimo odor mandi un profumo,
              Che il deserto consola. A queste piagge
              Venga colui che d'esaltar con lode
              Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
              È il gener nostro in cura
              All'amante natura. E la possanza
              Qui con giusta misura
              Anco estimar potrà dell'uman seme,
              Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
              Con lieve moto in un momento annulla
              In parte, e può con moti
              Poco men lievi ancor subitamente
              Annichilare in tutto.
              Dipinte in queste rive
              Son dell'umana gente
              Le magnifiche sorti e progressive .
              Qui mira e qui ti specchia,
              Secol superbo e sciocco,
              Che il calle insino allora
              Dal risorto pensier segnato innanti
              Abbandonasti, e volti addietro i passi,
              Del ritornar ti vanti,
              E procedere il chiami.
              Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
              Di cui lor sorte rea padre ti fece,
              Vanno adulando, ancora
              Ch'a ludibrio talora
              T'abbian fra sé. Non io
              Con tal vergogna scenderò sotterra;
              Ma il disprezzo piuttosto che si serra
              Di te nel petto mio,
              Mostrato avrò quanto si possa aperto:
              Ben ch'io sappia che obblio
              Preme chi troppo all'età propria increbbe.
              Di questo mal, che teco
              Mi fia comune, assai finor mi rido.
              Libertà vai sognando, e servo a un tempo
              Vuoi di novo il pensiero,
              Sol per cui risorgemmo
              Della barbarie in parte, e per cui solo
              Si cresce in civiltà, che sola in meglio
              Guida i pubblici fati.
              Così ti spiacque il vero
              Dell'aspra sorte e del depresso loco
              Che natura ci diè. Per questo il tergo
              Vigliaccamente rivolgesti al lume
              Che il fè palese: e, fuggitivo, appelli
              Vil chi lui segue, e solo
              Magnanimo colui
              Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
              Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
              Uom di povero stato e membra inferme
              Che sia dell'alma generoso ed alto,
              Non chiama sé né stima
              Ricco d'or né gagliardo,
              E di splendida vita o di valente
              Persona infra la gente
              Non fa risibil mostra;
              Ma sé di forza e di tesor mendico
              Lascia parer senza vergogna, e noma
              Parlando, apertamente, e di sue cose
              Fa stima al vero uguale.
              Magnanimo animale
              Non credo io già, ma stolto,
              Quel che nato a perir, nutrito in pene,
              Dice, a goder son fatto,
              E di fetido orgoglio
              Empie le carte, eccelsi fati e nove
              Felicità, quali il ciel tutto ignora,
              Non pur quest'orbe, promettendo in terra
              A popoli che un'onda
              Di mar commosso, un fiato
              D'aura maligna, un sotterraneo crollo
              Distrugge sì, che avanza
              A gran pena di lor la rimembranza.
              Nobil natura è quella
              Che a sollevar s'ardisce
              Gli occhi mortali incontra
              Al comun fato, e che con franca lingua,
              Nulla al ver detraendo,
              Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
              E il basso stato e frale;
              Quella che grande e forte
              Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
              Fraterne, ancor più gravi
              D'ogni altro danno, accresce
              Alle miserie sue, l'uomo incolpando
              Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
              Che veramente è rea, che dè mortali
              Madre è di parto e di voler matrigna.
              Costei chiama inimica; e incontro a questa
              Congiunta esser pensando,
              Siccome è il vero, ed ordinata in pria
              L'umana compagnia,
              Tutti fra sé confederati estima
              Gli uomini, e tutti abbraccia
              Con vero amor, porgendo
              Valida e pronta ed aspettando aita
              Negli alterni perigli e nelle angosce
              Della guerra comune. Ed alle offese
              Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
              Al vicino ed inciampo,
              Stolto crede così qual fora in campo
              Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
              Incalzar degli assalti,
              Gl'inimici obbliando, acerbe gare
              Imprender con gli amici,
              E sparger fuga e fulminar col brando
              Infra i propri guerrieri.
              Così fatti pensieri
              Quando fien, come fur, palesi al volgo,
              E quell'orror che primo
              Contra l'empia natura
              Strinse i mortali in social catena,
              Fia ricondotto in parte
              Da verace saper, l'onesto e il retto
              Conversar cittadino,
              E giustizia e pietade, altra radice
              Avranno allor che non superbe fole,
              Ove fondata probità del volgo
              Così star suole in piede
              Quale star può quel ch'ha in error la sede.
              Sovente in queste rive,
              Che, desolate, a bruno
              Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
              Seggo la notte; e su la mesta landa
              In purissimo azzurro
              Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
              Cui di lontan fa specchio
              Il mare, e tutto di scintille in giro
              Per lo vòto seren brillare il mondo.
              E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
              Ch'a lor sembrano un punto,
              E sono immense, in guisa
              Che un punto a petto a lor son terra e mare
              Veracemente; a cui
              L'uomo non pur, ma questo
              Globo ove l'uomo è nulla,
              Sconosciuto è del tutto; e quando miro
              Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
              Nodi quasi di stelle,
              Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
              E non la terra sol, ma tutte in uno,
              Del numero infinite e della mole,
              Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
              O sono ignote, o così paion come
              Essi alla terra, un punto
              Di luce nebulosa; al pensier mio
              Che sembri allora, o prole
              Dell'uomo? E rimembrando
              Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
              Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
              Che te signora e fine
              Credi tu data al Tutto, e quante volte
              Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
              Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
              Per tua cagion, dell'universe cose
              Scender gli autori, e conversar sovente
              Cò tuoi piacevolmente, e che i derisi
              Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
              Fin la presente età, che in conoscenza
              Ed in civil costume
              Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
              Mortal prole infelice, o qual pensiero
              Verso te finalmente il cor m'assale?
              Non so se il riso o la pietà prevale.
              Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
              Cui là nel tardo autunno
              Maturità senz'altra forza atterra,
              D'un popol di formiche i dolci alberghi,
              Cavati in molle gleba
              Con gran lavoro, e l'opre
              E le ricchezze che adunate a prova
              Con lungo affaticar l'assidua gente
              Avea provvidamente al tempo estivo,
              Schiaccia, diserta e copre
              In un punto; così d'alto piombando,
              Dall'utero tonante
              Scagliata al ciel profondo,
              Di ceneri e di pomici e di sassi
              Notte e ruina, infusa
              Di bollenti ruscelli
              O pel montano fianco
              Furiosa tra l'erba
              Di liquefatti massi
              E di metalli e d'infocata arena
              Scendendo immensa piena,
              Le cittadi che il mar là su l'estremo
              Lido aspergea, confuse
              E infranse e ricoperse
              In pochi istanti: onde su quelle or pasce
              La capra, e città nove
              Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
              Son le sepolte, e le prostrate mura
              L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
              Non ha natura al seme
              Dell'uom più stima o cura
              Che alla formica: e se più rara in quello
              Che nell'altra è la strage,
              Non avvien ciò d'altronde
              Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
              Ben mille ed ottocento
              Anni varcàr poi che spariro, oppressi
              Dall'ignea forza, i popolati seggi,
              E il villanello intento
              Ai vigneti, che a stento in questi campi
              Nutre la morta zolla e incenerita,
              Ancor leva lo sguardo
              Sospettoso alla vetta
              Fatal, che nulla mai fatta più mite
              Ancor siede tremenda, ancor minaccia
              A lui strage ed ai figli ed agli averi
              Lor poverelli. E spesso
              Il meschino in sul tetto
              Dell'ostel villereccio, alla vagante
              Aura giacendo tutta notte insonne,
              E balzando più volte, esplora il corso
              Del temuto bollor, che si riversa
              Dall'inesausto grembo
              Su l'arenoso dorso, a cui riluce
              Di Capri la marina
              E di Napoli il porto e Mergellina.
              E se appressar lo vede, o se nel cupo
              Del domestico pozzo ode mai l'acqua
              Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
              Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
              Di lor cose rapir posson, fuggendo,
              Vede lontan l'usato
              Suo nido, e il picciol campo,
              Che gli fu dalla fame unico schermo,
              Preda al flutto rovente,
              Che crepitando giunge, e inesorato
              Durabilmente sovra quei si spiega.
              Torna al celeste raggio
              Dopo l'antica obblivion l'estinta
              Pompei, come sepolto
              Scheletro, cui di terra
              Avarizia o pietà rende all'aperto;
              E dal deserto foro
              Diritto infra le file
              Dei mozzi colonnati il peregrino
              Lunge contempla il bipartito giogo
              E la cresta fumante,
              Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
              E nell'orror della secreta notte
              Per li vacui teatri,
              Per li templi deformi e per le rotte
              Case, ove i parti il pipistrello asconde,
              Come sinistra face
              Che per vòti palagi atra s'aggiri,
              Corre il baglior della funerea lava,
              Che di lontan per l'ombre
              Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
              Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
              Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
              Dopo gli avi i nepoti,
              Sta natura ognor verde, anzi procede
              Per sì lungo cammino
              Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
              Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
              E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
              E tu, lenta ginestra,
              Che di selve odorate
              Queste campagne dispogliate adorni,
              Anche tu presto alla crudel possanza
              Soccomberai del sotterraneo foco,
              Che ritornando al loco
              Già noto, stenderà l'avaro lembo
              Su tue molli foreste. E piegherai
              Sotto il fascio mortal non renitente
              Il tuo capo innocente:
              Ma non piegato insino allora indarno
              Codardamente supplicando innanzi
              Al futuro oppressor; ma non eretto
              Con forsennato orgoglio inver le stelle,
              Né sul deserto, dove
              E la sede e i natali
              Non per voler ma per fortuna avesti;
              Ma più saggia, ma tanto
              Meno inferma dell'uom, quanto le frali
              Tue stirpi non credesti
              O dal fato o da te fatte immortali.
              Vota la poesia: Commenta
                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Alla primavera

                Perché i celesti danni
                Ristori il sole, e perché l'aure inferme
                Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
                Delle nubi la grave ombra s'avvalla;
                Credano il petto inerme
                Gli augelli al vento, e la diurna luce
                Novo d'amor desio, nova speranza
                Nè penetrati boschi e fra le sciolte
                Pruine induca alle commosse belve;
                Forse alle stanche e nel dolor sepolte
                Umane menti riede
                La bella età, cui la sciagura e l'atra
                Face del ver consunse
                Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
                Di febo i raggi al misero non sono
                In sempiterno? Ed anco,
                Primavera odorata, inspiri e tenti
                Questo gelido cor, questo ch'amara
                Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?
                Vivi tu, vivi, o santa
                Natura? Vivi e il dissueto orecchio
                Della materna voce il suono accoglie?
                Già di candide ninfe i rivi albergo,
                Placido albergo e specchio
                Furo i liquidi fonti. Arcane danze
                D'immortal piede i ruinosi gioghi
                Scossero e l'ardue selve (oggi romito
                Nido dè venti): e il pastorel ch'all'ombre
                Meridiane incerte ed al fiorito
                Margo adducea dè fiumi
                Le sitibonde agnelle, arguto carme
                Sonar d'agresti Pani
                Udì lungo le ripe; e tremar l'onda
                Vide, e stupì, che non palese al guardo
                La faretrata Diva
                Scendea nè caldi flutti, e dall'immonda
                Polve tergea della sanguigna caccia
                Il niveo lato e le verginee braccia.
                Vissero i fiori e l'erbe,
                Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
                Aure, le nubi e la titania lampa
                Fur dell'umana gente, allor che ignuda
                Te per le piagge e i colli,
                Ciprigna luce, alla deserta notte
                Con gli occhi intenti il viator seguendo,
                Te compagna alla via, te dè mortali
                Pensosa immaginò. Che se gl'impuri
                Cittadini consorzi e le fatali
                Ire fuggendo e l'onte,
                Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime
                Selve remoto accolse,
                Viva fiamma agitar l'esangui vene,
                Spirar le foglie, e palpitar segreta
                Nel doloroso amplesso.
                Vota la poesia: Commenta
                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  La quiete dopo la tempesta

                  Passata è la tempesta:
                  Odo augelli far festa, e la gallina,
                  Tornata in su la via,
                  Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
                  Rompe là da ponente, alla montagna;
                  Sgombrasi la campagna,
                  E chiaro nella valle il fiume appare.
                  Ogni cor si rallegra, in ogni lato
                  Risorge il romorio
                  Torna il lavoro usato.
                  L'artigiano a mirar l'umido cielo,
                  Con l'opra in man, cantando,
                  Fassi in su l'uscio; a prova
                  Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
                  Della novella piova;
                  E l'erbaiuol rinnova
                  Di sentiero in sentiero
                  Il grido giornaliero.
                  Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
                  Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
                  Apre terrazzi e logge la famiglia:
                  E, dalla via corrente, odi lontano
                  Tintinnio di sonagli; il carro stride
                  Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
                  Si rallegra ogni core.
                  Sì dolce, sì gradita
                  Quand'è, com'or, la vita?
                  Quando con tanto amore
                  L'uomo à suoi studi intende?
                  O torna all'opre? O cosa nova imprende?
                  Quando dè mali suoi men si ricorda?
                  Piacer figlio d'affanno;
                  Gioia vana, ch'è frutto
                  Del passato timore, onde si scosse
                  E paventò la morte
                  Chi la vita abborria;
                  Onde in lungo tormento,
                  Fredde, tacite, smorte,
                  Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
                  Mossi alle nostre offese
                  Folgori, nembi e vento.
                  O natura cortese,
                  Son questi i doni tuoi,
                  Questi i diletti sono
                  Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
                  È diletto fra noi.
                  Pene tu spargi a larga mano; il duolo
                  Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
                  Che per mostro e miracolo talvolta
                  Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
                  Prole cara agli eterni! Assai felice
                  Se respirar ti lice
                  D'alcun dolor: beata
                  Se te d'ogni dolor morte risana.
                  Vota la poesia: Commenta
                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    Il sabato del villaggio

                    La donzelletta vien dalla campagna,
                    In sul calar del sole,
                    Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
                    Un mazzolin di rose e di viole,
                    Onde, siccome suole,
                    Ornare ella si appresta
                    Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
                    Siede con le vicine
                    Su la scala a filar la vecchierella,
                    Incontro là dove si perde il giorno;
                    E novellando vien del suo buon tempo,
                    Quando ai dì della festa ella si ornava,
                    Ed ancor sana e snella
                    Solea danzar la sera intra di quei
                    Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
                    Già tutta l'aria imbruna,
                    Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
                    Giù dà colli e dà tetti,
                    Al biancheggiar della recente luna.
                    Or la squilla dà segno
                    Della festa che viene;
                    Ed a quel suon diresti
                    Che il cor si riconforta.
                    I fanciulli gridando
                    Su la piazzuola in frotta,
                    E qua e là saltando,
                    Fanno un lieto romore:
                    E intanto riede alla sua parca mensa,
                    Fischiando, il zappatore,
                    E seco pensa al dì del suo riposo.
                    Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
                    E tutto l'altro tace,
                    Odi il martel picchiare, odi la sega
                    Del legnaiuol, che veglia
                    Nella chiusa bottega alla lucerna,
                    E s'affretta, e s'adopra
                    Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
                    Questo di sette è il più gradito giorno,
                    Pien di speme e di gioia:
                    Diman tristezza e noia
                    Recheran l'ore, ed al travaglio usato
                    Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
                    Garzoncello scherzoso,
                    Cotesta età fiorita
                    È come un giorno d'allegrezza pieno,
                    Giorno chiaro, sereno,
                    Che precorre alla festa di tua vita.
                    Godi, fanciullo mio; stato soave,
                    Stagion lieta è cotesta.
                    Altro dirti non vò; ma la tua festa
                    Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
                    Vota la poesia: Commenta