Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

L'angelo buono

Venne quello che amavo,
quello che invocavo.
Non quello che spazza cieli senza difese,
astri senza capanne,
lune senza patria,
nevi.
Nevi di quelle cadute da una mano,
un nome,
un sogno,
una fronte.
Non quello che alla sua chioma
legò la morte.
Quello che io amavo.
Senza graffiare i venti,
senza foglia ferire né smuovere cristalli.
Quello che alla sua chioma
legò il silenzio.
Senza farmi del male,
per scavarmi un argine di dolce luce nel petto
e rendermi l'anima navigabile.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    Una carezza un bacio
    Per dirti ti voglio bene
    nella speranza di sentire.
    Le stesse parole e ricevere
    le stesse carezze.
    Quelle carezze d'amore
    la passione di un tempo
    Di ieri di poco fa di adesso
    di sempre fino all'eternità.
    Una carezza come desiderio
    di me di te di noi.
    Non quella di un amico
    Ma di una passione.
    Non quella di mia madre
    Ma quella tua che accende
    La mia voglia e passione di te.
    Quella carezza d'amore.
    Che mi fa sentire unica
    Che mi da emozione.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Giorni fatti di "un noi"

      L'amore è sintonia.
      Sognare diverso
      ma condividere.
      Camminare in una
      unica direzione.
      Tenersi per mano
      percorrendo la strada dei sogni.
      L'amore è
      la fusione di due corpi,
      di due anime, due respiri.
      Due cuori e tanti traguardi.
      L'amore è fatto di un "te e di un me",
      di giorni infiniti fatti di "un noi."
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        A chi tanto e a chi gnente!

        Da quanno che dà segni de pazzia,
        povero Meo! Fa pena! È diventato
        pallido, secco secco, allampanato,
        robba che se lo vedi scappi via!
        Er dottore m'ha detto: - È 'na mania
        che nun se pô guarì: lui s'è affissato
        d'esse un poeta, d'esse un letterato,
        ch'è la cosa più peggio che ce sia! -
        Dice ch'er gran talento è stato quello
        che j'ha scombussolato un po' la mente
        pè via de lo sviluppo der cervello...
        Povero Meo! Se invece d'esse matto
        fosse rimasto scemo solamente,
        chi sa che nome se sarebbe fatto!
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          In pretura

          - Alzatevi, accusata: vi chiamate?
          - Pia Tonzi. - Maritata? - Sissignora.
          - Con prole? - No... con uno che lavora...
          - D'anni? - Ventotto. - Che mestiere fate?

          - Esco la sera verso una cert'ora...
          - Già, comprendo benissimo, abbordate...
          - Oh, dico, sor pretore, rispettate
          l'onorabbilità d'una signora!

          - Ma le guardie vi presero al momento
          che facevate i segni ad un signore,
          scandalizzando tutto il casamento...

          - Loro potranno divve quer che vonno:
          ma io, su le questioni de l'onore,
          fo come li Ministri: nun risponno!
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Dice il nipote

            I nonni non mi piacciono perché finiscono subito.
            Sono a malapena un ginocchio ossuto, una mano
            tra i capelli,
            e diventano già una foto nella sala,
            un volto che s'allontana.

            I nonni mi spaventano perché sono molto docili,
            sanno tutto e cantano.

            I genitori dovrebbero avere i figli più da giovani,
            perché questi a loro volta avessero presto figli
            e i nonni non arrivassero tanto tardi.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Con la grande coppa vieni spesso tra i banchi

              Con la grande coppa vieni spesso tra i banchi
              della nave veloce, e togli i tappi agli orci panciuti;
              fino alla feccia spilla il vino rosso: noi,
              in questa guardia, non potremo essere sobri.

              Sul banco della nave sta la mia focaccia impastata; sul banco
              della nave sta il vino d'Ismaro; disteso sul banco io bevo.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Ultima cena

                Come saliva
                che scompare
                in bocche assetate
                così il tuo silenzio
                inghiotte il mio cuore
                amore di un tempo
                nell'odio di oggi

                Vedo i tuoi passi
                riflessi
                dileguarsi
                sulla lastra di pioggia
                in quest'autunno
                che sembra
                la sala d'attesa
                di un mattatoio
                e le foglie rosse
                macchie di sangue
                nei disegni del vento

                Distante
                dalle cose
                che ho amato
                coi coltelli degli anni
                alle spalle
                mi sento solo
                mentre disertano
                i più duri pensieri

                Strappo la tua foto
                dagli occhi
                e irriducibile il disprezzo
                lancia uno sputo
                che si perde nell'acqua

                Mi dico
                si è suicidato anche l'odio
                povero me
                sono solo
                sul banchetto degli anni
                addobbato
                coi fiori del male
                nell'ultima cena.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Contrasto

                  "Rosa fresca aulentis[s]ima, - c'apari inver la state
                  le donne ti disïano - pulzell'e maritate;
                  tra[ji]mi de ste focora - se t'este a bolontate;
                  per te non aio abento notte e dia,
                  penzando pur di voi, madonna mia".
                  "Se di mevi trabagliti, - follia lo ti fa fare,
                  lo mar potresti arompere, - avanti, a semenare,
                  l'abere de sto secolo - tut[t]o quanto asembrare,
                  avereme non poteri a esto monno,
                  avanti li cavelli m'aritonno".
                  "Se li cavelli arton[n]iti, - avanti foss'io morto,
                  [donna], c'aisì mi perdera - lo sol[l]acc[i]o e 'l diporto.
                  Quando ci passo e veioti, - rosa fresca de l'orto,
                  bono conforto donimi tut[t]ore:
                  poniamo che s'aiunga il nostro amore".
                  "Che 'l nostro amore aiungasi - non boglio m'atalenti.
                  Se ci ti trova paremo - co gli altri miei parenti!
                  Guarda non s'ar[i]colgano - questi forti cor[r]enti!
                  Como ti seppe bona la venuta,
                  consiglio che ti guardi a la partuta".
                  "Se i tuoi parenti trova[n]mi, - e che mi pozon fari?
                  Una difensa met[t]oci - di dumilì agostari:
                  non mi toc[c]àra pàdreto - per quanto avere ambari.
                  Viva lo 'mperadore graz[i]' a Deo !
                  Intendi, bella, che ti dico eo? "
                  "Tu me no lasci vivere - nè sera, nè maitino.
                  Donna mi son di perperi - d'auro massamotino.
                  Se tanto aver donassemi - quanto à lo Saladino
                  e per aiunta quant'à lo Soldano
                  toc[c]areme non poteri a la mano".
                  "Molte sono le fem[m]ine - c'ànno dura la testa,
                  e l'omo con parabole - l'adimina e amonesta,
                  tanto intorno procaz[z]ale - fin che l'à in sua podesta.
                  Fem[m]ina d'omo non si può tenere:
                  guardati, bella, pur de ripentere".
                  "Ch'eo ne [ri]pentesseme? - Davanti foss'io aucisa!
                  Ca nulla bona fem[m]ina - per me fosse riprisa.
                  [A]ersera passastici - cor[r]enno a la distisa.
                  Aquetiti, riposa, canzoneri,
                  tue parabole a me non pìa[c]ion gueri".
                  "Quante sono le schiantora - che m'à[i] mis'a lo core!
                  E solo purpenzannome - la dia quanno vo fore,
                  fem[m]ina de sto secolo - tanto no amai ancore
                  quant'amo teve, rosa invidïata.
                  Ben credo che mi fosti distinata".
                  "Se distinata fosseti, - caderia de l'alteze,
                  ché male messe forano - in teve mie belleze.
                  Se tut[t]o adivenissemi, tagliarami le treze
                  e consore m'arenno a una magione
                  avanti che m'artoc[c]hi 'n la persone".
                  "Se tu consore arenneti, - donna col viso cleri,
                  a lo mostero venoci - e rennomi confleri:
                  per tanta prova vencerti - faralo volonteri.
                  Con teco stao la sera e lo maitino;
                  besogn'è ch'io ti tegna al meo dimino".
                  "Boimé, tapina misera, - com'ao reo distinato!
                  Gieso Cristo l'altissimo - del tut[t]o m'è airato:
                  concepistimi a abattere - in omo blestiemato.
                  Cerca la terra ch'este gran[n]e assai,
                  chiù bella donna di me troverai".
                  Cercat'aio Calabr[ï]a, - Toscana e Lombardia,
                  Puglia, Costantinopoli, - Genova, Pisa e Soria,
                  Lamagna e Babilonïa - [e] tut[t]a Barberia:
                  donna non [ci] trovai tanto cortese,
                  per che sovrana di meve te p[r]ese".
                  "Poi tanto trabagliasti[ti], - fac[c]ioti meo pregheri
                  che tu vadi adoman[n]imi - a mia mare e a mon peri.
                  Se dare mi ti degnano, - menami a lo mosteri
                  e sposami davanti da la jenti;
                  e poi farò li tuò comannamenti".
                  "Di cio che dici, vitama, - neiente non ti bale,
                  ca de le tuo parabole - fatto n'ò ponti e scale.
                  Penne penzasti met[t]ere, - sonti cadute l'ale,
                  e dato t'aio la botta sot[t]ana;
                  dunque, se po[t]i, teniti, villana".
                  "En paura non met[t]ermi - di nullo manganiello:
                  istomi 'n esta grorïa - de sto forte castiello;
                  prezo le tuo parabole - meno che d'un zitello.
                  Se tu no levi e vàtine di quaci,
                  se tu ci fosse morto, ben mi chiaci".
                  Dunque vor[r]esti, vitama, - ca per te fosse strutto?
                  Se morto essere deboci - od intagliato tut[t]o,
                  di quaci non mi mosera - se no ai[o] de lo frutto,
                  lo quale staci ne lo tuo jardino:
                  disïolo la sera e lo matino".
                  "Di quello frutto no ab[b]ero - conti, nè cabalieri;
                  molto lo disïa[ro]no - marchesi e justizieri,
                  avere no nde pottero - gironde molto feri.
                  Intendi bene ciò che bol[e] dire?
                  Men'este di mill'onze lo tuo abire".
                  Molti son li garofani, - ma non che salma nd'ài;
                  bella, non dispregiaremi - s'avanti non m'assai.
                  Se vento in proda girasi - e giungeti a le prai,
                  a rimembrare t'ao ste parole,
                  ca de[n]tra sta animella assai mi dole! "
                  "Macari se doles[s]eti - che cadesse angosciato!
                  La gente ci cor[r]es[s]oro - da traverso e da lato,
                  tut[t]'a meve dicessono - "ac[c]or[r]i a sto malnato! "
                  non ti degnara porgere la mano
                  per quanto avere à 'l Papa e lo Soldano".
                  "Deo lo volesse, vitama, - te fosse morto in casa!
                  L'arma n'anderia consola, - ca dì e notte pantasa.
                  La jente ti chiamarano: - "Oi periura malvasa,
                  c'à[i] morto l'omo in casata, traita! "
                  Sanz'onni colpa levimi la vita".
                  "Se tu no levi e vatine - co la maladizione,
                  li frati miei ti trovano - dentro chissa magione
                  [ .. ] ben lo mi sofero - perdici la persone;
                  c'a meve sè venuto a sormonare,
                  parente o amico non t'ave aitare".
                  "A meve non aitano - amici, nè parenti;
                  istrani[u] mi son, carama, - enfra esta bona jenti.
                  Or fa un anno, vitama, - che 'ntrata mi sè '[n] menti;
                  di canno ti vestisti lo maiuto,
                  bella, da quello jorno son feruto".
                  "Ai, tando 'namorastiti, - [oi] Iuda lo traito?
                  Como se fosse porpore, - iscarlat[t]o o sciamito!
                  S'a le Va[n]gele iurimi - che mi sia a marito,
                  avereme non poter'a sto monno,
                  avanti in mare [j]it[t]omi al perfonno".
                  "Se tu nel mare git[t]iti, - donna cortese e fina,
                  dereto mi ti misera - per tut[t]a la marina,
                  [ e, da ] poi ca 'n[n]egas[t]eti, - trobareti a la rina,
                  solo per questa cosa ad impretare:
                  con teco m'aio agiungere a pec[c]are".
                  "Segnomi in Patre e 'n Filio - ed i[n] Santo Mat[t]eo!
                  So ca non sè tu retico - [o] figlio di giudeo,
                  e cotale parabole - non udì' dire anch'eo!
                  Morta si [è] la fem[m]ina a lo 'ntutto,
                  perdeci lo saboro e lo disdutto".
                  "Bene lo saccio, carama: - altro non poz[z]o fare.
                  Se quisso non arcomplimi, - lassone lo cantare.
                  Fallo, mia donna, plaz[z]ati, - che bene lo puoi fare.
                  Ancora tu no m'ami, molto t'amo
                  sì m'ài preso come lo pesce a l'amo".
                  "Saz[z]o che m'ami, [e] amoti - di core paladino.
                  Levati suso e vat[t]ene, - tornaci a lo matino.
                  Se ciò che dico facemi, - di bon cor t'amo e fino:
                  [eo] quisso ti 'mprometto sanza faglia,
                  tè la mia fede che m'ài in tua baglia".
                  "Per zo che dici, carama, - neiente non mi movo;
                  inanti prenni e scannami, - tolli esto cortel novo.
                  Sto fatto fare potesi - inanti scalfi un uovo.
                  Arcompli mì talento, [a]mica be]la,
                  che l'arma co lo core mi si 'nfella".
                  "Ben saz[z]o l'arma doleti - com'omo c'ave arsura.
                  Sto fatto [far] non potesi - per null'altra misura
                  se non a le Vangel[ï]e - che mo ti dico iura,
                  avereme non puoi in tua podesta;
                  inanti, prenni e tagliami la testa".
                  "Le Vangel[ï]e, carama? - ch'io le porto in sino!
                  A lo mostero presile, - non ci era lo patrino.
                  Sovr'esto libro iuroti - mai non ti vegno mino.
                  Arcompli mì talento in caritate,
                  che l'arma me ne sta in sut[t]ilitate".
                  "Meo sire, poi iurastimi, - eo tut[t]a quanta incenno;
                  sono a la tua presenz[ï]a, - da voi non mi difenno.
                  S'eo minespriso ajoti, - merzè, a voi m'arenno.
                  A lo letto ne gimo a la bon'ura,
                  ché chissà cosa n'è data in ventura".
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                    Scritta da: Silvana Stremiz

                    Saluterò di nuovo il sole

                    Saluterò di nuovo il sole
                    E quella corrente che in me fluiva
                    e le nubi come i miei lunghi pensieri
                    e la crescita dolorosa dei pioppi
                    nel giardino
                    che vivevano con me aride stagioni
                    e gli stormi dei corvi
                    che la notte mi portavano in dono
                    il profumo dei campi notturni
                    e mia madre, vissuta in uno specchio,
                    immagine della mia vecchiaia
                    e la terra
                    che il desiderio di ripetermi
                    riempiva il suo ventre caldo
                    di verdi semi,
                    saluterò di nuovo

                    Vengo, vengo
                    con la continuità degli odori sotterranei
                    nei capelli
                    con le dense esperienze dell'oscurità
                    negli occhi
                    con i cespugli di bosco
                    colti oltre il muro

                    Vengo, vengo
                    e la soglia si riempie d'amore
                    e io, sulla soglia
                    saluterò di nuovo coloro che amano
                    e la ragazza
                    che ancora sta là,
                    sulla soglia ricolma d'amore.
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