Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

A chi tanto e a chi gnente!

Da quanno che dà segni de pazzia,
povero Meo! Fa pena! È diventato
pallido, secco secco, allampanato,
robba che se lo vedi scappi via!
Er dottore m'ha detto: - È 'na mania
che nun se pô guarì: lui s'è affissato
d'esse un poeta, d'esse un letterato,
ch'è la cosa più peggio che ce sia! -
Dice ch'er gran talento è stato quello
che j'ha scombussolato un po' la mente
pè via de lo sviluppo der cervello...
Povero Meo! Se invece d'esse matto
fosse rimasto scemo solamente,
chi sa che nome se sarebbe fatto!
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    In pretura

    - Alzatevi, accusata: vi chiamate?
    - Pia Tonzi. - Maritata? - Sissignora.
    - Con prole? - No... con uno che lavora...
    - D'anni? - Ventotto. - Che mestiere fate?

    - Esco la sera verso una cert'ora...
    - Già, comprendo benissimo, abbordate...
    - Oh, dico, sor pretore, rispettate
    l'onorabbilità d'una signora!

    - Ma le guardie vi presero al momento
    che facevate i segni ad un signore,
    scandalizzando tutto il casamento...

    - Loro potranno divve quer che vonno:
    ma io, su le questioni de l'onore,
    fo come li Ministri: nun risponno!
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Ultima cena

      Come saliva
      che scompare
      in bocche assetate
      così il tuo silenzio
      inghiotte il mio cuore
      amore di un tempo
      nell'odio di oggi

      Vedo i tuoi passi
      riflessi
      dileguarsi
      sulla lastra di pioggia
      in quest'autunno
      che sembra
      la sala d'attesa
      di un mattatoio
      e le foglie rosse
      macchie di sangue
      nei disegni del vento

      Distante
      dalle cose
      che ho amato
      coi coltelli degli anni
      alle spalle
      mi sento solo
      mentre disertano
      i più duri pensieri

      Strappo la tua foto
      dagli occhi
      e irriducibile il disprezzo
      lancia uno sputo
      che si perde nell'acqua

      Mi dico
      si è suicidato anche l'odio
      povero me
      sono solo
      sul banchetto degli anni
      addobbato
      coi fiori del male
      nell'ultima cena.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        Sia nel respiro di tutti il sogno che attraversa confine non visto.
        Passi che ancora non cancellano
        deserti e ancora qui non lasciano
        visibili tracce ma che ci fanno
        espandere memorie e donano
        capacità di percorrere il tempo.
        Per ogni pensiero nel silenzio
        sia del cuore l'avvertito soffio
        a regalare ali a quel tempo ora fuggito
        al presente e al futuro non conosciuto.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Saluterò di nuovo il sole

          Saluterò di nuovo il sole
          E quella corrente che in me fluiva
          e le nubi come i miei lunghi pensieri
          e la crescita dolorosa dei pioppi
          nel giardino
          che vivevano con me aride stagioni
          e gli stormi dei corvi
          che la notte mi portavano in dono
          il profumo dei campi notturni
          e mia madre, vissuta in uno specchio,
          immagine della mia vecchiaia
          e la terra
          che il desiderio di ripetermi
          riempiva il suo ventre caldo
          di verdi semi,
          saluterò di nuovo

          Vengo, vengo
          con la continuità degli odori sotterranei
          nei capelli
          con le dense esperienze dell'oscurità
          negli occhi
          con i cespugli di bosco
          colti oltre il muro

          Vengo, vengo
          e la soglia si riempie d'amore
          e io, sulla soglia
          saluterò di nuovo coloro che amano
          e la ragazza
          che ancora sta là,
          sulla soglia ricolma d'amore.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            È un tocco gentile, una carezza calda e leggera,
            che conosce i miei segreti e le mie debolezze,
            percorrendo le sue strade apre le mie con un soffio leggero,
            mi turba e mi schiude conoscendo i percorsi,
            si ferma, mi aspetta, mi segue silenziosa,
            sento il suo sguardo che mi colora la pelle,
            mi disegna e mi modella il respiro,
            mi sfiora e scompare perché io corra a cercarla,
            guardo in alto e mi è fra le gambe,
            allungo la mano e lei vola via,
            la chiamo e lei canta, mi arrabbio e sorride,
            sorrido anch'io per la sua impertinenza,
            della mia debolezza.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Contrasto

              "Rosa fresca aulentis[s]ima, - c'apari inver la state
              le donne ti disïano - pulzell'e maritate;
              tra[ji]mi de ste focora - se t'este a bolontate;
              per te non aio abento notte e dia,
              penzando pur di voi, madonna mia".
              "Se di mevi trabagliti, - follia lo ti fa fare,
              lo mar potresti arompere, - avanti, a semenare,
              l'abere de sto secolo - tut[t]o quanto asembrare,
              avereme non poteri a esto monno,
              avanti li cavelli m'aritonno".
              "Se li cavelli arton[n]iti, - avanti foss'io morto,
              [donna], c'aisì mi perdera - lo sol[l]acc[i]o e 'l diporto.
              Quando ci passo e veioti, - rosa fresca de l'orto,
              bono conforto donimi tut[t]ore:
              poniamo che s'aiunga il nostro amore".
              "Che 'l nostro amore aiungasi - non boglio m'atalenti.
              Se ci ti trova paremo - co gli altri miei parenti!
              Guarda non s'ar[i]colgano - questi forti cor[r]enti!
              Como ti seppe bona la venuta,
              consiglio che ti guardi a la partuta".
              "Se i tuoi parenti trova[n]mi, - e che mi pozon fari?
              Una difensa met[t]oci - di dumilì agostari:
              non mi toc[c]àra pàdreto - per quanto avere ambari.
              Viva lo 'mperadore graz[i]' a Deo !
              Intendi, bella, che ti dico eo? "
              "Tu me no lasci vivere - nè sera, nè maitino.
              Donna mi son di perperi - d'auro massamotino.
              Se tanto aver donassemi - quanto à lo Saladino
              e per aiunta quant'à lo Soldano
              toc[c]areme non poteri a la mano".
              "Molte sono le fem[m]ine - c'ànno dura la testa,
              e l'omo con parabole - l'adimina e amonesta,
              tanto intorno procaz[z]ale - fin che l'à in sua podesta.
              Fem[m]ina d'omo non si può tenere:
              guardati, bella, pur de ripentere".
              "Ch'eo ne [ri]pentesseme? - Davanti foss'io aucisa!
              Ca nulla bona fem[m]ina - per me fosse riprisa.
              [A]ersera passastici - cor[r]enno a la distisa.
              Aquetiti, riposa, canzoneri,
              tue parabole a me non pìa[c]ion gueri".
              "Quante sono le schiantora - che m'à[i] mis'a lo core!
              E solo purpenzannome - la dia quanno vo fore,
              fem[m]ina de sto secolo - tanto no amai ancore
              quant'amo teve, rosa invidïata.
              Ben credo che mi fosti distinata".
              "Se distinata fosseti, - caderia de l'alteze,
              ché male messe forano - in teve mie belleze.
              Se tut[t]o adivenissemi, tagliarami le treze
              e consore m'arenno a una magione
              avanti che m'artoc[c]hi 'n la persone".
              "Se tu consore arenneti, - donna col viso cleri,
              a lo mostero venoci - e rennomi confleri:
              per tanta prova vencerti - faralo volonteri.
              Con teco stao la sera e lo maitino;
              besogn'è ch'io ti tegna al meo dimino".
              "Boimé, tapina misera, - com'ao reo distinato!
              Gieso Cristo l'altissimo - del tut[t]o m'è airato:
              concepistimi a abattere - in omo blestiemato.
              Cerca la terra ch'este gran[n]e assai,
              chiù bella donna di me troverai".
              Cercat'aio Calabr[ï]a, - Toscana e Lombardia,
              Puglia, Costantinopoli, - Genova, Pisa e Soria,
              Lamagna e Babilonïa - [e] tut[t]a Barberia:
              donna non [ci] trovai tanto cortese,
              per che sovrana di meve te p[r]ese".
              "Poi tanto trabagliasti[ti], - fac[c]ioti meo pregheri
              che tu vadi adoman[n]imi - a mia mare e a mon peri.
              Se dare mi ti degnano, - menami a lo mosteri
              e sposami davanti da la jenti;
              e poi farò li tuò comannamenti".
              "Di cio che dici, vitama, - neiente non ti bale,
              ca de le tuo parabole - fatto n'ò ponti e scale.
              Penne penzasti met[t]ere, - sonti cadute l'ale,
              e dato t'aio la botta sot[t]ana;
              dunque, se po[t]i, teniti, villana".
              "En paura non met[t]ermi - di nullo manganiello:
              istomi 'n esta grorïa - de sto forte castiello;
              prezo le tuo parabole - meno che d'un zitello.
              Se tu no levi e vàtine di quaci,
              se tu ci fosse morto, ben mi chiaci".
              Dunque vor[r]esti, vitama, - ca per te fosse strutto?
              Se morto essere deboci - od intagliato tut[t]o,
              di quaci non mi mosera - se no ai[o] de lo frutto,
              lo quale staci ne lo tuo jardino:
              disïolo la sera e lo matino".
              "Di quello frutto no ab[b]ero - conti, nè cabalieri;
              molto lo disïa[ro]no - marchesi e justizieri,
              avere no nde pottero - gironde molto feri.
              Intendi bene ciò che bol[e] dire?
              Men'este di mill'onze lo tuo abire".
              Molti son li garofani, - ma non che salma nd'ài;
              bella, non dispregiaremi - s'avanti non m'assai.
              Se vento in proda girasi - e giungeti a le prai,
              a rimembrare t'ao ste parole,
              ca de[n]tra sta animella assai mi dole! "
              "Macari se doles[s]eti - che cadesse angosciato!
              La gente ci cor[r]es[s]oro - da traverso e da lato,
              tut[t]'a meve dicessono - "ac[c]or[r]i a sto malnato! "
              non ti degnara porgere la mano
              per quanto avere à 'l Papa e lo Soldano".
              "Deo lo volesse, vitama, - te fosse morto in casa!
              L'arma n'anderia consola, - ca dì e notte pantasa.
              La jente ti chiamarano: - "Oi periura malvasa,
              c'à[i] morto l'omo in casata, traita! "
              Sanz'onni colpa levimi la vita".
              "Se tu no levi e vatine - co la maladizione,
              li frati miei ti trovano - dentro chissa magione
              [ .. ] ben lo mi sofero - perdici la persone;
              c'a meve sè venuto a sormonare,
              parente o amico non t'ave aitare".
              "A meve non aitano - amici, nè parenti;
              istrani[u] mi son, carama, - enfra esta bona jenti.
              Or fa un anno, vitama, - che 'ntrata mi sè '[n] menti;
              di canno ti vestisti lo maiuto,
              bella, da quello jorno son feruto".
              "Ai, tando 'namorastiti, - [oi] Iuda lo traito?
              Como se fosse porpore, - iscarlat[t]o o sciamito!
              S'a le Va[n]gele iurimi - che mi sia a marito,
              avereme non poter'a sto monno,
              avanti in mare [j]it[t]omi al perfonno".
              "Se tu nel mare git[t]iti, - donna cortese e fina,
              dereto mi ti misera - per tut[t]a la marina,
              [ e, da ] poi ca 'n[n]egas[t]eti, - trobareti a la rina,
              solo per questa cosa ad impretare:
              con teco m'aio agiungere a pec[c]are".
              "Segnomi in Patre e 'n Filio - ed i[n] Santo Mat[t]eo!
              So ca non sè tu retico - [o] figlio di giudeo,
              e cotale parabole - non udì' dire anch'eo!
              Morta si [è] la fem[m]ina a lo 'ntutto,
              perdeci lo saboro e lo disdutto".
              "Bene lo saccio, carama: - altro non poz[z]o fare.
              Se quisso non arcomplimi, - lassone lo cantare.
              Fallo, mia donna, plaz[z]ati, - che bene lo puoi fare.
              Ancora tu no m'ami, molto t'amo
              sì m'ài preso come lo pesce a l'amo".
              "Saz[z]o che m'ami, [e] amoti - di core paladino.
              Levati suso e vat[t]ene, - tornaci a lo matino.
              Se ciò che dico facemi, - di bon cor t'amo e fino:
              [eo] quisso ti 'mprometto sanza faglia,
              tè la mia fede che m'ài in tua baglia".
              "Per zo che dici, carama, - neiente non mi movo;
              inanti prenni e scannami, - tolli esto cortel novo.
              Sto fatto fare potesi - inanti scalfi un uovo.
              Arcompli mì talento, [a]mica be]la,
              che l'arma co lo core mi si 'nfella".
              "Ben saz[z]o l'arma doleti - com'omo c'ave arsura.
              Sto fatto [far] non potesi - per null'altra misura
              se non a le Vangel[ï]e - che mo ti dico iura,
              avereme non puoi in tua podesta;
              inanti, prenni e tagliami la testa".
              "Le Vangel[ï]e, carama? - ch'io le porto in sino!
              A lo mostero presile, - non ci era lo patrino.
              Sovr'esto libro iuroti - mai non ti vegno mino.
              Arcompli mì talento in caritate,
              che l'arma me ne sta in sut[t]ilitate".
              "Meo sire, poi iurastimi, - eo tut[t]a quanta incenno;
              sono a la tua presenz[ï]a, - da voi non mi difenno.
              S'eo minespriso ajoti, - merzè, a voi m'arenno.
              A lo letto ne gimo a la bon'ura,
              ché chissà cosa n'è data in ventura".
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Avanti! Avanti!

                I
                Avanti, avanti, o sauro destrier de la canzone!
                L'aspra tua chioma porgimi, ch'io salti anche in arcione
                Indomito destrier.
                A noi la polve e l'ansia del corso, e i rotti venti,
                E il lampo de le selici percosse, e de i torrenti
                L'urlo solingo e fier.
                I bei ginnetti italici han pettinati crini,
                Le constellate e morbide aiuole dè giardini
                Sono il lor dolce agon:
                Ivi essi caracollano in faccia a i loro amori,
                La giuba a tempo fluttua vaga tra i nastri e i fiori
                De le fanfare al suon;
                E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso,
                Il picciol collo inarcano e masticando il morso
                Par che rignino - Ohibò! -
                Ma l'alfana che strascica su l'orlo de la via
                Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia
                D'un corpo che invecchiò,
                Ripensando gli scalpiti dè corteggi e le stalle
                Dè tepid'ozi e l'adipe de la pasciuta valle,
                Guarda con muto orror.
                E noi corriamo à torridi soli, à cieli stellati,
                Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati,
                Dietro un velato amor.
                Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico!
                Non vedi tu le parie forme del tempo antico
                Accennarne colà ?
                Non vedi tu d'Angelica ridente, o amico, il velo
                Solcar come una candida nube l'estremo cielo?
                Oh gloria, oh libertà!

                II
                Ahi, dà prim'anni, o gloria, nascosi del mio cuore
                Nè superbi silenzii il tuo superbo amore.
                Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor
                Mi sfolgorar dà gelidi marmi nel petto un raggio,
                Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio
                E i lampi dè bianchi omeri sotto le chiome d'òr.
                E tutto ciò che facile allor prometton gli anni
                Io 'l diedi per un impeto lacrimoso d'affanni,
                Per un amplesso aereo in faccia a l'avvenir.
                O immane statua bronzea su dirupato monte,
                Solo i grandi t'aggiungono, per declinar la fronte
                Fredda su 'l tuo fredd'omero e lassi ivi morir.
                A più frequente palpito di umani odii e d'amori
                Meglio il petto m'accesero nè lor severi ardori
                Ultime dee superstiti giustizia e libertà;
                E uscir credeami italico vate a la nuova etade,
                Le cui strofe al ciel vibrano come rugghianti spade,
                E il canto, ala d'incendio, divora i boschi e va.
                Ahi, lieve i duri muscoli sfiora la rima alata!
                Co 'l tuon de l'arma ferrea nel destro pugno arcata,
                Gentil leopardo lanciasi Camillo Demulèn,
                E cade la Bastiglia. Solo Danton dislaccia,
                Per rivelarti à popoli, con le taurine braccia,
                repubblica vergine, l'amazonio tuo sen.
                A noi le pugne inutili. Tu cadevi, o Mameli,
                Con la pupilla cerula fisa a gli aperti cieli
                Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior
                Ti rideva da l'anima la fede allor che il bello
                E biondo capo languido chinavi, e te, fratello,
                Copria l'ombra siderea di Roma e i tre color;
                Ed al fuggir de l'anima su la pallida faccia
                Protendea la repubblica santa le aperte braccia
                Diritta in fra i romulei colli e l'occiduo sol.
                Ma io d'intorno premere veggo schiavi e tiranni,
                Ma io su 'l capo stridere m'odo fuggenti gli anni
                —Che mai canta, susurrano, costui torbido e sol?
                Ei canta e culla i queruli mostri de la sua mente,
                E quel che vive e s'agita nel mondo egli non sente.—
                O popolo d'Italia, vita del mio pensier,
                O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,
                Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo;
                E dè miei versi funebri t'incoroni il bicchier.

                III
                Avanti, avanti, o indomito destrier de gl'inni alato !
                Obliar vò nel rapido corso l'inerte fato,
                I gravi e oscuri dí.
                Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
                I falchi salutarono augurando ne l'alto
                E il bufolo muggí?
                Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
                Ove china su 'l nubilo inseminato piano
                La torre feudal
                Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
                Veglia de le rasenie cittadi in mezzo à boschi
                Il sonno sepolcral,
                Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
                Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
                Verdi tra il cielo e il mar,
                Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
                Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
                Azzurro ad aspettar?
                Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
                Torre di Donoratico a la cui porta nera
                Conte Ugolin bussò
                Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante,
                Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante
                Ne l'inferno ammirò?
                Or (dolce a la memoria) una quercia su 'l ponte
                Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
                Novella il cacciator
                Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
                I falchetti famelici empiono il ciel di strida
                E il can guarda al clamor.
                Là tu crescesti, o sauro destrier de gl'inni, meco;
                E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
                Furo il mio solo altar
                E con me nel silenzio meridian fulgente
                I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
                Veniano a conversar.
                E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
                Che nè solchi de i secoli aperti con la spada
                Del console roman
                Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
                Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
                Comune italian,
                Tra le germane faide e i salmi nazareni
                Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
                Canti dè mietitor.
                Chi di quell'orzo il pascesi, o nobile corsiero,
                Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
                Nel sano petto il cor.
                Dammi or dunque, apollinea fiera, l'alato dorso:
                Ecco, tutte le redini io ti libero al corso:
                Corriam, fiera gentil.
                Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,
                Dè mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti;
                E a noi rida l'april,
                L'april dè colli italici vaghi di mèssi e fiori,
                L'april santo de l'anima piena di nuovi amori,
                L'aprile del pensier.
                Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
                Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
                Cavallo e cavalier,
                O ch'io discenda placido dal tuo stellante arcione,
                Con l'occhio ancora gravido di luce e visione,
                Su 'l toscano mio suol,
                Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
                Gustando tu il trifoglio da una bell'urna antica
                Verso il morente sol.
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