Saluterò di nuovo il sole E quella corrente che in me fluiva e le nubi come i miei lunghi pensieri e la crescita dolorosa dei pioppi nel giardino che vivevano con me aride stagioni e gli stormi dei corvi che la notte mi portavano in dono il profumo dei campi notturni e mia madre, vissuta in uno specchio, immagine della mia vecchiaia e la terra che il desiderio di ripetermi riempiva il suo ventre caldo di verdi semi, saluterò di nuovo
Vengo, vengo con la continuità degli odori sotterranei nei capelli con le dense esperienze dell'oscurità negli occhi con i cespugli di bosco colti oltre il muro
Vengo, vengo e la soglia si riempie d'amore e io, sulla soglia saluterò di nuovo coloro che amano e la ragazza che ancora sta là, sulla soglia ricolma d'amore.
È un tocco gentile, una carezza calda e leggera, che conosce i miei segreti e le mie debolezze, percorrendo le sue strade apre le mie con un soffio leggero, mi turba e mi schiude conoscendo i percorsi, si ferma, mi aspetta, mi segue silenziosa, sento il suo sguardo che mi colora la pelle, mi disegna e mi modella il respiro, mi sfiora e scompare perché io corra a cercarla, guardo in alto e mi è fra le gambe, allungo la mano e lei vola via, la chiamo e lei canta, mi arrabbio e sorride, sorrido anch'io per la sua impertinenza, della mia debolezza.
I Avanti, avanti, o sauro destrier de la canzone! L'aspra tua chioma porgimi, ch'io salti anche in arcione Indomito destrier. A noi la polve e l'ansia del corso, e i rotti venti, E il lampo de le selici percosse, e de i torrenti L'urlo solingo e fier. I bei ginnetti italici han pettinati crini, Le constellate e morbide aiuole dè giardini Sono il lor dolce agon: Ivi essi caracollano in faccia a i loro amori, La giuba a tempo fluttua vaga tra i nastri e i fiori De le fanfare al suon; E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso, Il picciol collo inarcano e masticando il morso Par che rignino - Ohibò! - Ma l'alfana che strascica su l'orlo de la via Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia D'un corpo che invecchiò, Ripensando gli scalpiti dè corteggi e le stalle Dè tepid'ozi e l'adipe de la pasciuta valle, Guarda con muto orror. E noi corriamo à torridi soli, à cieli stellati, Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati, Dietro un velato amor. Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico! Non vedi tu le parie forme del tempo antico Accennarne colà ? Non vedi tu d'Angelica ridente, o amico, il velo Solcar come una candida nube l'estremo cielo? Oh gloria, oh libertà!
II Ahi, dà prim'anni, o gloria, nascosi del mio cuore Nè superbi silenzii il tuo superbo amore. Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor Mi sfolgorar dà gelidi marmi nel petto un raggio, Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio E i lampi dè bianchi omeri sotto le chiome d'òr. E tutto ciò che facile allor prometton gli anni Io 'l diedi per un impeto lacrimoso d'affanni, Per un amplesso aereo in faccia a l'avvenir. O immane statua bronzea su dirupato monte, Solo i grandi t'aggiungono, per declinar la fronte Fredda su 'l tuo fredd'omero e lassi ivi morir. A più frequente palpito di umani odii e d'amori Meglio il petto m'accesero nè lor severi ardori Ultime dee superstiti giustizia e libertà; E uscir credeami italico vate a la nuova etade, Le cui strofe al ciel vibrano come rugghianti spade, E il canto, ala d'incendio, divora i boschi e va. Ahi, lieve i duri muscoli sfiora la rima alata! Co 'l tuon de l'arma ferrea nel destro pugno arcata, Gentil leopardo lanciasi Camillo Demulèn, E cade la Bastiglia. Solo Danton dislaccia, Per rivelarti à popoli, con le taurine braccia, repubblica vergine, l'amazonio tuo sen. A noi le pugne inutili. Tu cadevi, o Mameli, Con la pupilla cerula fisa a gli aperti cieli Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior Ti rideva da l'anima la fede allor che il bello E biondo capo languido chinavi, e te, fratello, Copria l'ombra siderea di Roma e i tre color; Ed al fuggir de l'anima su la pallida faccia Protendea la repubblica santa le aperte braccia Diritta in fra i romulei colli e l'occiduo sol. Ma io d'intorno premere veggo schiavi e tiranni, Ma io su 'l capo stridere m'odo fuggenti gli anni —Che mai canta, susurrano, costui torbido e sol? Ei canta e culla i queruli mostri de la sua mente, E quel che vive e s'agita nel mondo egli non sente.— O popolo d'Italia, vita del mio pensier, O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo, Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo; E dè miei versi funebri t'incoroni il bicchier.
III Avanti, avanti, o indomito destrier de gl'inni alato ! Obliar vò nel rapido corso l'inerte fato, I gravi e oscuri dí. Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto I falchi salutarono augurando ne l'alto E il bufolo muggí? Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano, Ove china su 'l nubilo inseminato piano La torre feudal Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi Veglia de le rasenie cittadi in mezzo à boschi Il sonno sepolcral, Mentre tormenta languido sirocco gli assetati Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati Verdi tra il cielo e il mar, Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno Saliva, le fenicie rosse vele nel seno Azzurro ad aspettar? Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera Torre di Donoratico a la cui porta nera Conte Ugolin bussò Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante, Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante Ne l'inferno ammirò? Or (dolce a la memoria) una quercia su 'l ponte Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte Novella il cacciator Quando al purpureo vespero su la bertesca infida I falchetti famelici empiono il ciel di strida E il can guarda al clamor. Là tu crescesti, o sauro destrier de gl'inni, meco; E la pietra pelasgica ed il tirreno speco Furo il mio solo altar E con me nel silenzio meridian fulgente I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente Veniano a conversar. E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada Che nè solchi de i secoli aperti con la spada Del console roman Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava; Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava, Comune italian, Tra le germane faide e i salmi nazareni Esultava nel libero lavoro e ne i sereni Canti dè mietitor. Chi di quell'orzo il pascesi, o nobile corsiero, Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero Nel sano petto il cor. Dammi or dunque, apollinea fiera, l'alato dorso: Ecco, tutte le redini io ti libero al corso: Corriam, fiera gentil. Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti, Dè mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti; E a noi rida l'april, L'april dè colli italici vaghi di mèssi e fiori, L'april santo de l'anima piena di nuovi amori, L'aprile del pensier. Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta Cavallo e cavalier, O ch'io discenda placido dal tuo stellante arcione, Con l'occhio ancora gravido di luce e visione, Su 'l toscano mio suol, Ed al fraterno tumolo posi da la fatica, Gustando tu il trifoglio da una bell'urna antica Verso il morente sol.
Momenti che passano, che se ne vanno vissuti in un attimo, senza alcun affanno così veloci nel loro dipanarsi che a tratti par vero che è il tempo ad affrettarsi invece io sono qui, fermo, giocondo ad aspettar che il tempo scorra fecondo di parole, azioni e pensieri ma è l'emozione, sai, che ci fa veri. Quel sentir vibrar le proprie membra come il tender l'arco è ciò che mi sembra una gioia presente, rapida ed indolore da viver appieno, finché Dio ci dona l'ardore.
Nessuno dei cittadini, Pericle, biasimando i lutti dolorosi, gioirà con banchetti, e neppure la città. Tali sono gli uomini che l'onda del mare sonante sommerse; e gonfio di pianto è il cuore per la pena. Ma ai mali irrimediabili gli dèi, o amico, diedero la virile sopportazione come rimedio: ora uno, ora un altro ha questa sorte; su di noi adesso si è volta, e piangiamo la ferita che sanguina. Poi, di nuovo, toccherà ad altri. Ma presto, via, allontanate il lutto femmineo, e sopportate.
Natale di plastica e vento, Di luci bugiarde. Natale di fame Di imbrogli, di sottomissione. Natale senza veli (la pace è solo utopia. ) Natale e fa freddo nelle baracche Piove in casa e l'acqua manca Il pianto di un bimbo nel buio Un cane che scende Sotto una pallida luna. Il tempo dei poveri non cambia.
Cume se fa a parlà de la belessa? La furma che sa dís al fiâ del cör? La vardi e, nel murí, la mia parola la dís dumâ del poch restâ nel mör.
Come si fa a parlare della bellezza? La forma che sa dire al fiato del cuore? La guardo e, nel morire, la mia parola dice soltanto del poco rimasto nel morire.
Io mi auguro di avere in casa mia: una donna provvista di prudenza, un gatto a passeggio fra i libri, e in tutte le stagioni amici di cui non posso far senza.