Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Saluterò di nuovo il sole

Saluterò di nuovo il sole
E quella corrente che in me fluiva
e le nubi come i miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi
nel giardino
che vivevano con me aride stagioni
e gli stormi dei corvi
che la notte mi portavano in dono
il profumo dei campi notturni
e mia madre, vissuta in uno specchio,
immagine della mia vecchiaia
e la terra
che il desiderio di ripetermi
riempiva il suo ventre caldo
di verdi semi,
saluterò di nuovo

Vengo, vengo
con la continuità degli odori sotterranei
nei capelli
con le dense esperienze dell'oscurità
negli occhi
con i cespugli di bosco
colti oltre il muro

Vengo, vengo
e la soglia si riempie d'amore
e io, sulla soglia
saluterò di nuovo coloro che amano
e la ragazza
che ancora sta là,
sulla soglia ricolma d'amore.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    È un tocco gentile, una carezza calda e leggera,
    che conosce i miei segreti e le mie debolezze,
    percorrendo le sue strade apre le mie con un soffio leggero,
    mi turba e mi schiude conoscendo i percorsi,
    si ferma, mi aspetta, mi segue silenziosa,
    sento il suo sguardo che mi colora la pelle,
    mi disegna e mi modella il respiro,
    mi sfiora e scompare perché io corra a cercarla,
    guardo in alto e mi è fra le gambe,
    allungo la mano e lei vola via,
    la chiamo e lei canta, mi arrabbio e sorride,
    sorrido anch'io per la sua impertinenza,
    della mia debolezza.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Avanti! Avanti!

      I
      Avanti, avanti, o sauro destrier de la canzone!
      L'aspra tua chioma porgimi, ch'io salti anche in arcione
      Indomito destrier.
      A noi la polve e l'ansia del corso, e i rotti venti,
      E il lampo de le selici percosse, e de i torrenti
      L'urlo solingo e fier.
      I bei ginnetti italici han pettinati crini,
      Le constellate e morbide aiuole dè giardini
      Sono il lor dolce agon:
      Ivi essi caracollano in faccia a i loro amori,
      La giuba a tempo fluttua vaga tra i nastri e i fiori
      De le fanfare al suon;
      E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso,
      Il picciol collo inarcano e masticando il morso
      Par che rignino - Ohibò! -
      Ma l'alfana che strascica su l'orlo de la via
      Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia
      D'un corpo che invecchiò,
      Ripensando gli scalpiti dè corteggi e le stalle
      Dè tepid'ozi e l'adipe de la pasciuta valle,
      Guarda con muto orror.
      E noi corriamo à torridi soli, à cieli stellati,
      Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati,
      Dietro un velato amor.
      Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico!
      Non vedi tu le parie forme del tempo antico
      Accennarne colà ?
      Non vedi tu d'Angelica ridente, o amico, il velo
      Solcar come una candida nube l'estremo cielo?
      Oh gloria, oh libertà!

      II
      Ahi, dà prim'anni, o gloria, nascosi del mio cuore
      Nè superbi silenzii il tuo superbo amore.
      Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor
      Mi sfolgorar dà gelidi marmi nel petto un raggio,
      Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio
      E i lampi dè bianchi omeri sotto le chiome d'òr.
      E tutto ciò che facile allor prometton gli anni
      Io 'l diedi per un impeto lacrimoso d'affanni,
      Per un amplesso aereo in faccia a l'avvenir.
      O immane statua bronzea su dirupato monte,
      Solo i grandi t'aggiungono, per declinar la fronte
      Fredda su 'l tuo fredd'omero e lassi ivi morir.
      A più frequente palpito di umani odii e d'amori
      Meglio il petto m'accesero nè lor severi ardori
      Ultime dee superstiti giustizia e libertà;
      E uscir credeami italico vate a la nuova etade,
      Le cui strofe al ciel vibrano come rugghianti spade,
      E il canto, ala d'incendio, divora i boschi e va.
      Ahi, lieve i duri muscoli sfiora la rima alata!
      Co 'l tuon de l'arma ferrea nel destro pugno arcata,
      Gentil leopardo lanciasi Camillo Demulèn,
      E cade la Bastiglia. Solo Danton dislaccia,
      Per rivelarti à popoli, con le taurine braccia,
      repubblica vergine, l'amazonio tuo sen.
      A noi le pugne inutili. Tu cadevi, o Mameli,
      Con la pupilla cerula fisa a gli aperti cieli
      Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior
      Ti rideva da l'anima la fede allor che il bello
      E biondo capo languido chinavi, e te, fratello,
      Copria l'ombra siderea di Roma e i tre color;
      Ed al fuggir de l'anima su la pallida faccia
      Protendea la repubblica santa le aperte braccia
      Diritta in fra i romulei colli e l'occiduo sol.
      Ma io d'intorno premere veggo schiavi e tiranni,
      Ma io su 'l capo stridere m'odo fuggenti gli anni
      —Che mai canta, susurrano, costui torbido e sol?
      Ei canta e culla i queruli mostri de la sua mente,
      E quel che vive e s'agita nel mondo egli non sente.—
      O popolo d'Italia, vita del mio pensier,
      O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,
      Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo;
      E dè miei versi funebri t'incoroni il bicchier.

      III
      Avanti, avanti, o indomito destrier de gl'inni alato !
      Obliar vò nel rapido corso l'inerte fato,
      I gravi e oscuri dí.
      Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
      I falchi salutarono augurando ne l'alto
      E il bufolo muggí?
      Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
      Ove china su 'l nubilo inseminato piano
      La torre feudal
      Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
      Veglia de le rasenie cittadi in mezzo à boschi
      Il sonno sepolcral,
      Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
      Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
      Verdi tra il cielo e il mar,
      Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
      Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
      Azzurro ad aspettar?
      Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
      Torre di Donoratico a la cui porta nera
      Conte Ugolin bussò
      Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante,
      Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante
      Ne l'inferno ammirò?
      Or (dolce a la memoria) una quercia su 'l ponte
      Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
      Novella il cacciator
      Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
      I falchetti famelici empiono il ciel di strida
      E il can guarda al clamor.
      Là tu crescesti, o sauro destrier de gl'inni, meco;
      E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
      Furo il mio solo altar
      E con me nel silenzio meridian fulgente
      I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
      Veniano a conversar.
      E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
      Che nè solchi de i secoli aperti con la spada
      Del console roman
      Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
      Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
      Comune italian,
      Tra le germane faide e i salmi nazareni
      Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
      Canti dè mietitor.
      Chi di quell'orzo il pascesi, o nobile corsiero,
      Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
      Nel sano petto il cor.
      Dammi or dunque, apollinea fiera, l'alato dorso:
      Ecco, tutte le redini io ti libero al corso:
      Corriam, fiera gentil.
      Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,
      Dè mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti;
      E a noi rida l'april,
      L'april dè colli italici vaghi di mèssi e fiori,
      L'april santo de l'anima piena di nuovi amori,
      L'aprile del pensier.
      Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
      Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
      Cavallo e cavalier,
      O ch'io discenda placido dal tuo stellante arcione,
      Con l'occhio ancora gravido di luce e visione,
      Su 'l toscano mio suol,
      Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
      Gustando tu il trifoglio da una bell'urna antica
      Verso il morente sol.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Il momento è il presente

        Momenti che passano, che se ne vanno
        vissuti in un attimo, senza alcun affanno
        così veloci nel loro dipanarsi
        che a tratti par vero che è il tempo ad affrettarsi
        invece io sono qui, fermo, giocondo
        ad aspettar che il tempo scorra fecondo
        di parole, azioni e pensieri
        ma è l'emozione, sai, che ci fa veri.
        Quel sentir vibrar le proprie membra
        come il tender l'arco è ciò che mi sembra
        una gioia presente, rapida ed indolore
        da viver appieno, finché Dio ci dona l'ardore.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Tali sono gli uomini che l'onda del mare sonante

          Nessuno dei cittadini, Pericle, biasimando
          i lutti dolorosi, gioirà con banchetti, e neppure la città.
          Tali sono gli uomini che l'onda del mare sonante
          sommerse; e gonfio di pianto è il cuore
          per la pena. Ma ai mali irrimediabili gli dèi,
          o amico, diedero la virile sopportazione
          come rimedio: ora uno, ora un altro ha questa sorte;
          su di noi adesso si è volta, e piangiamo la ferita che sanguina.
          Poi, di nuovo, toccherà ad altri. Ma presto, via,
          allontanate il lutto femmineo, e sopportate.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Natale di plastica.

            Natale di plastica e vento,
            Di luci bugiarde.
            Natale di fame
            Di imbrogli, di sottomissione.
            Natale senza veli
            (la pace è solo utopia. )
            Natale e fa freddo nelle baracche
            Piove in casa e l'acqua manca
            Il pianto di un bimbo nel buio
            Un cane che scende
            Sotto una pallida luna.
            Il tempo dei poveri non cambia.
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