Poesie personali


Scritta da: Nello Maruca
in Poesie (Poesie personali)

Il pentimento

O Genitori che state sotto ai pini
Udite la mia prece o miei divini,
sentite quanto grande è il pentimento
di me che non ho colto il buon momento.

Di stupidità pervasa la mia mente
Indegnamente fui da Voi assente
Ed or che più rimediar non posso
Il danno rimpiango e il tempo lasso

E me compiango di quanto non fui lesto
E per quanto vile fu ogni mio gesto
Nel trascurare per bramosia i Vostri affanni
ArrecandoVi assai molti più danni.

Per i dovuti e mancati omaggi
Perdono: la mia prece è per Voi oggi,
finché vivrò nel profondo del petto Vi terrò
e sempre nei pensieri reconditi Vi avrò.

Del male fatto assai molto mi dolgo
E a Voi Anime elette mi rivolgo:
Alfin che trovi la perduta calma
Raggiunga il perdon Vostro la mia alma.
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    in Poesie (Poesie personali)

    Acqua

    L'acqua è un bene primario
    certo non secondario,
    la Natura c'è l'ha donata
    è da noi ringraziata,
    si spera che non sia in esaurimento
    pensando che serve al nostro sostentamento.
    Tutto è stato pensato
    e poi creato,
    la pioggia che dal cielo cade lenta
    nelle rocce entra
    da loro filtrata
    per essere nuovamente donata.
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      Scritta da: Nello Maruca
      in Poesie (Poesie personali)

      Il casanova

      Conosco, un dongiovanni
      che a soli dodici anni
      già comincia l'azione
      della dolce seduzione.

      Ora va guardando a manca
      per cercare qualche gamba,
      poi lo guardo mena a dritta
      a cercare una coscritta.

      Giovincella oppure vecchia
      purché resti nella cerchia
      differenza non è alcuna
      che, comunque, tocca la luna.

      Se è guercia o zoppicante
      ne fa uso solamente
      per tre giorni: Poi più niente.
      Appagato ha già la mente.

      Se conquista la biondina
      la ricerca ogni mattina
      e a sera la consola
      nel non farla restar sola.

      Se per caso, poi, è bruna
      ne fa uso fino all'una
      e la lascia solamente
      a motivo della gente.

      Sia ch'è bionda, alta e snella
      sia ch'è bruna, grassa e bella,
      sia ch'è storpia, bassa e racchia
      sia rugosa, storta e vecchia,

      sia ch'esperta all'esercizio
      o che ancor non tenga vizio,
      purché abbia l'orifizio
      solo uno è il giudizio:

      Ella è donna: Tanto basta,
      perché nulla cosa guasta.
      Mi si chiede qual è il nome
      di cotanto bestione;

      Ma per mia delicatezza
      dir non posso la sua razza,
      però indico la via
      sol per mera cortesia.

      Via Rosario par che sia;
      par dimori in quella via.
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        Scritta da: Nello Maruca
        in Poesie (Poesie personali)

        Il camposanto

        Coperto d'un lenzuolo di bianco lino
        Mi ritrovai disteso sotto un pino.
        Il luogo mi pareva squallido e nero
        E il tutto m'appariva un gran mistero.
        Strani rumori, fruscii, non voci né lamenti,
        non alcuno presente, non erano viventi
        ma com'infiniti oceani pianeggianti
        solo lanterne fievoli e tremanti.
        Forte pulsavami lo core dentro al petto,
        sparire avrei voluto ma restai interdetto
        di freddo tremando e di paura
        mentre la mente si volgea a sciagura.
        Sussultando, stordito e impaurito
        Mi rigirai un poco e guardai indietro
        Da dove mi parea giungessero suoni
        D'inestricabili voci e di scarponi.
        Con lenta cadenza e andatura austera
        Avanzavano ver me, in veste nera,
        con in mano una un bastone dorato,
        l'altra, sul braccio, un pastrano ornato
        due alte figure di nobile casato
        con lo stemma sul petto disegnato.
        M'apprestai ad un inchino riverente
        Ma lor giraro tosto lato ponente.
        Consolato di sì tanta presenza
        Stanco, sedetti sopra una sporgenza
        Ch'avea pensato essere un muretto
        Invece, ahimè, trattavasi d'un ometto.
        Con tanto spazio che ti trovi intorno
        Non mi par vero che non senti scorno
        D'appollaiarti sul mio teschio scarno
        Come su ceppo di pietra di marmo.
        Giammai avrei osato così tanto
        Se non avessi pensato lungi alquanto
        Essere tu prossimo a un vivente
        In questo campo ove l'umano è assente.
        E, poiché la mente mia è allo sbaraglio
        Vogliami perdonare per lo sbaglio,
        per non avere in tempo conosciuto
        chi come me, in terra, era pasciuto.
        Mi girai, una grande distesa di viole,
        lui squagliato come neve al sole.
        Poggiai la mano sopra una casupola,
        caddi su un prato coltivato a rucola.
        Tre cagnolini dal pezzato pelo
        Guaivano tremanti intorno a un palo
        Mentre due donne dal vestito nero
        Avanzavano ver me a passo leggero.
        Dovere di cortesia m'imponeva inchino
        Ma già rivolte altrove, dietro un pino,
        Ignoravano lo saluto e a passo lesto,
        a testa china e con fare mesto
        giravano attorno un grande casolare
        dove erano più cani ad abbaiare.
        Per chetare la morsa della fame
        Seppur in pantofole e pigiama,
        l'abbaiare dei cani l'un l'altr'ostile
        tosto mi portarono in cortile
        ché l'alba da tre ore era già sorta
        e i poveracci non avean più scorta.
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          Scritta da: pazzo di lei
          in Poesie (Poesie personali)

          Luna o principessa

          Stasera sei più meravigliosa che mai,
          Al mio cuore sollievo daraI...
          Il tuo profondo candore,
          Ha conquistato il mio piccolo cuore...
          La tua penetrante luce,
          In me grande gioia adduce...
          A dormir più non andrei,
          Perché sola nn ti lascerei...
          La mia vita hai cambiato,
          E di ciò te ne son grato...
          Forse come poeta fallito sarò,
          Ma quest amore mai dimenticherò...
          Adesso e tardi e vado a dormire
          E spero tanto che nel sogno vorrai apparire...
          Ti... Voglio bene da morire.
          Composta lunedì 17 gennaio 2011
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            Scritta da: Nello Maruca
            in Poesie (Poesie personali)

            La morte

            S'è crudeltade la Morte o s'e pietade
            nessuno fino a ora l'ha mai saputo.
            Sol si conosce che con sforzo alcuno
            il forte leone abbatte e l'agnellino
            e non si cura del ricco uomo potente
            e nemmanco del misero e meschino
            e tutti stende senza alcun rimpianto
            e da sulla terra elimina ognuno.

            Là, dove giunge, non fa differenza
            né di regnanti o poveri accattoni;
            per essa tutti quanti sono uguali
            e in egual maniera ghermisce ognuno.
            Dinnanzi ad essa cede l'attacchino
            come s'inchina pure il re supremo.
            La secolare quercia strugge e ingoia
            e il sacro fusto dell'odoroso alloro.

            Non vale per fermarla oro o argento,
            ignora sia il signore che il poverello:
            Non guarda in faccia ne s'è brutto o bello
            e il debole risucchia senza sforzo
            come il forte atterra con un soffio.
            Alfine altro non è che affilata falce
            che stende l'erba tutta sulla propria
            ombra e inerte la ridona alla madre

            Terra forse perché rinasca in vigoria
            o allontanarla dal terreno tormento...
            Nessuno, invero, sa perché ghermisce
            s'è per crudeltade o per pietade.
            Un solo Libro tratta l'argomento
            ma il contenuto arduo è interpretare.
            Solo chi tiene fede e spera in Dio
            capisce ciò che non conosco io.
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              Scritta da: Nello Maruca
              in Poesie (Poesie personali)

              La gratitudine

              Tanti furo i lupetti che in grembo
              teneva mamma lupa e al lembo
              di sua veste ciascuno s'attaccava
              appresso che amorevolmente allattava.
              Alla ricerca almeno del minimale,
              al fine di nutrire la prole frale,
              lontana dalla tana, in sofferenza
              il tutto procurava in perseveranza.

              Del provveduto tutto ad essi dava
              e ogni cosa per se trascurava;
              allo stremo di forze pur ridotta
              giammai modificava la condotta.
              Onde impinguare di carne ad essi l'ossa
              il fisico distruggeva di se stessa;
              tutt'essi circondando del suo amore
              ch'ora, per gratitudine, pestano suo coro.

              Mentre i lupetti, ora, son forti e belli
              del lor comportar ne tien gli affanni
              ché se pur avanti ita è negl'anni
              pochi di questi i danni, tanti di quelli.
              Essi or sono grandi, scostanti e arroganti,
              privi di dolcezza, tolleranza e garbo.
              Di mamma lupa, dei sacrifici e stenti
              alcuna memoria più tengono in serbo.

              Per questo, poveretta, essa si contrista,
              la notte sul giaciglio sbuffa, si rigira,
              pensa quel ch'è stato, chiede a Colui ch'ispira:
              Iddio, ho tanto amato, perché mi si rattrista?
              Rivede i cuccioletti che ad essa
              s'aggrappavano quando scarne le ossa
              il caldo del suo corpo ognuno ricercava
              e lei, d'amor di mamma, tutti circondava.

              Tutto è finito, ormai, tutto è concluso.
              Dei stenti e sacrifici tutto è fuso,
              tutto quel che fece era dovuto
              e, nulla, rispetto al dato, ha ricevuto.
              Sperando che i lupetti cambino gesta
              nei ricordi cheta se ne resta,
              delusa e sconfortata se ne giace,
              tornare a pensar quel ch'era le piace.

              In quest'attesa ch'è mesta speranza
              l'è di conforto un essere vivente
              che sempre è fermo, per amore e usanza
              e in ogni occasione resta presente.
              Peccato! Sua natura verso non consente
              indi, dire non può, solennemente
              quant'è riconoscente. Il dolce strofinare,
              l'effusion gioiose lo stanno a dimostrare.

              Di pelo biondo chiaro, striato grigio scuro,
              baffi lunghi e irsuti, pupille verde bruno
              affetto le dà grande, amor tenero e puro.
              Micio di razza, in cure supera ognuno.
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                Scritta da: Nello Maruca
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                La felicità

                Non persona che non l'abbia pronunciata,
                non persona che non l'abbia ricercata
                non è persona cui non faccia gola
                ché né uman né cosa può, se non essa sola
                donare contentezza e appagamento
                giacché sol'essa di tanto può far vanto
                e di quanto più belle essere cose
                superando la dolcezza delle Muse
                Per settant'anni io l'ho ricercata
                E manco un poco d'essa ho mai trovato.
                Forse è manchevolezza tutta mia
                O forse vive solo in fantasia.
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                  Scritta da: Nello Maruca
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                  La donna impudente

                  Se all'inizial pudore ritornasse,
                  Se alle virtù perdute risalisse
                  Se di bellezza minor sfoggio facesse,
                  se minore uso della lingua avesse,
                  se insita l'umanità in essa fosse,
                  se il senso di famiglia più alto tenesse
                  e se quando altri parla lei tacesse,
                  se fulcro in tutto essere non volesse,
                  se non per se ma più per gli altri fosse,
                  se dei malori suoi poco dicesse
                  e con l'amore i dissapori superasse,
                  se il sorriso sulle labbra più tenesse
                  e se le sue fattezze meno mostrasse
                  e mente a maggiore riflessione ponesse,
                  se nel guardare le minuzie trascurasse
                  e se l'altrui duolo suo lo facesse
                  e delle sue miserie men conto tenesse
                  e non i difetti altrui ma i suoi vedesse
                  e all'umanità più amor mostrasse,
                  se tutte queste doti racchiudesse
                  della casa regina ad esser tornasse.
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