Poesie personali


Scritta da: Nello Maruca
in Poesie (Poesie personali)

LXIV

Madonna santa, zii, quanto danaro,
toppo lo slancio che per noi tenete,
tutto quel date, tutto lo perdete
che sol lo nostro cuore restavi caro.

Con noi, figliola, il Fato non fu avaro
Che quando le nostr'alme eran'inquiete
In quella Terra immensa, senza mete
Luce ci illuminò più d'un gran faro.

Senza un giaciglio, senza la famiglia,
senza una casa, senza un focolare
stetti quaranta dì sopra la paglia.

Poi incontrai, per caso, la Sisina
Quando la mandria ero a pascolare
Indi, fu luce da quella mattina.
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    Scritta da: Nello Maruca
    in Poesie (Poesie personali)

    LXIII

    Perché disagio non abbia nello studio
    E non donare gravame a mamma tua,
    visto che remunerato ci ha il buon Dio
    abbiamo pensato dare cosa non fatua.

    Continua con volontà, senza tedio,
    non hai certo bisogno di far questua,
    perciò il volto in alto, al Sant'Iddio,
    e preghiera e volontà dall'alma tua.

    Qui registrati sono molti milioni,
    nessuno in loco è tanto danaroso,
    puoi investire in case, ville e villoni.

    La testa tiene cura alla ricchezza,
    cal cuore sarebbe tropp'onoroso
    seguita in perspicacia e in saggezza...
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      Scritta da: Nello Maruca
      in Poesie (Poesie personali)

      LXII

      Così seguita a parlare lo zio Gianni
      Con guardo in cielo fiso e mani tese,
      La voce ferma, umile e cortese.
      Dona o Dio, al nostr'amato Vanni

      Nel prosieguo di studi e di suoi anni,
      in quelle che saranno le sue imprese
      il Tuo timore e il bene Tuo palese
      e viva nel Tuo rispetto, tra gl'affanni.

      Una mano tende al giovincello
      Altra la dona alla nipote Tina:
      Ciascuno nella vita ha il suo fardello.

      La zia Sisina e io, figliolo bello
      Vogliamo dare a voi, questa mattina
      Dono da costruire un vostro ostello. *
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        Scritta da: Nello Maruca
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        LXI

        Ancora quattro mesi qui resteremo
        Quel di giugno, luglio, agosto, settembre
        Che tal altrove il clima non è salubre
        Fortun chanco darem l'aiuto che potremo.

        Noi due casa e verziere accudiremo
        Dimodoché vostre menti restan sgombre
        E non tormento abbiano di lor'ombre,
        paghi ancor noi per quanto faremo.

        Quant'all'impiego di maggior durezza
        Cercate tosto bifolchi esperti
        Che lo compenso loro è nostra cura.

        essi opranno tutto con destrezza
        Tutto cosa condurranno sicuri e certi
        E abbrivio terrà per certo la coltura.

        Voi non avete più che operare
        Ma sol'indirizzare e controllare.
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          Scritta da: Nello Maruca
          in Poesie (Poesie personali)

          LX

          In specie a sera quando il quotidiano
          Mestiere è quieto, mentre lo frinire
          De l'infingarda cicala pena a morire
          Comodi, sul vellutato molle divano

          In dolce linguaggio di tono paesano
          Continua zia Sisina a disquisire
          Nei ricordi che vanno a svanire
          E in silenzio lacrima pian piano.

          A sera, quando il vento sibilava,
          ricordo il fiammeggiante focolare
          e babbo stanco, di freddo tremante,

          zuppo, avido al fuoco s'accostava
          mentre mamma con cuor d'amante
          lesta approntava il desinare.
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            Scritta da: Nello Maruca
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            LIX

            Nel racconto dei due che presentano
            A noi d'altro mondo molto dissimile
            Da quotidianità ch'è inverosimile
            Alterne faccende che donne mordono

            Ci tuffiamo in geografia d'oltreoceano:
            D'Argentina federale accosta al Cile
            Di cui zio disserta con innato stile,
            dalle Ande e fino all'Altopiano

            di Punta Argentina e de la Pampa
            regno di greggi, agio di cerealicoli,
            di Terra, dice, del fuoco di Patagonia

            di Regione pari che non ravvisa rampa
            di colture ricca e immensi pascoli
            infra Fiumi c'accomuna Rio De La Plata.

            Disquisisce di Buenos Aires, di Rosario
            Dei grandi fiumi UruguaY e Paranà,
            di Rio de La Plata e l'Estuario,
            di Cordoba, Tucumin e Santa Fè.
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              Scritta da: Nello Maruca
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              LVIII

              Ah! Quante volte ritornata in mente
              La stanza mia e di nonna, giovincelle,
              Quante rabbuffi per le marachelle
              Che, a turno, facevam continuamente.

              Ora ti ritrovo, mia stanza, finalmente
              E riascolto il garrire di rondinelle
              E rivedo beccare le gallinelle
              All'aprir la mano premurosamente.

              Tardi sono tornata e, or, son sola
              Che la compagna degl'ingenui giochi
              La Morte l'ha ghermita e in cielo vola.

              Se fosse qui, pur lei, con la sua mole,
              con l'intimità di cucina e fuochi
              a tutti prenderebbe per le gole.
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                LVI

                Il rullo delle ruote sulla stradina
                Pietrosa richiama gli abitanti
                E tosto, entrambi, sono davanti
                Alla porticina che da sulla cucina.

                L'esile signora a mamma s'avvicina
                E dalle affusolate mani i guanti
                Sfila e tra lo sgomento dei presenti
                L'abbraccia e grida: Ecco la mia piccina.

                Mamma resta in forte turbamento,
                s'aggrappa alla signora e piange e ride
                con l'ansietà che cresce ogni momento

                grida: Sei proprio tu, sei tu la zia Sisina
                che mai quest'occhio mio più non rivide
                da quanto ti partisti in Argentina.
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                  LV

                  Allorquando Diana di sua luminosità
                  Sgombra le notturne ombre e lo cielo
                  Rischiara squarciando lo disteso velo,
                  Sbuca al cominciamento di sommità

                  Della difficil'erta tra la frondosità
                  Degl'alti tigli e del fiorito melo,
                  Mulo che, edace, ingurgita lo stelo,
                  Trainante grave carro in difficoltà.

                  Ansimando s'arresta l'affaticato
                  Mulo innanzi al bianco caseggiato,
                  laddove smonta uomo agghindato.

                  Dall'altro lato donna esile e snella
                  Dal fare lento e molto garbato,
                  rapita, mira zona come non quella.
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                    LIV

                    L'opera prosegue alacremente
                    in sicurezza, senza titubanza,
                    di vanga e badile hanno buon'usanza,
                    prodigano sostanza voracemente.

                    Pria che il sol s'affacci all'oriente,
                    pronti che il tempo è poco, non avanza
                    donano al bestiame prim'assistenza
                    e, poi, finché il sole cala a ponente

                    ora nell'orto all'annaffio di cicoria,
                    ora l'aglio a zappettare e le cipolle,
                    ora al fuoco, all'arte culinaria...

                    Mai in cotanto poco tempo fu sì gloria
                    Aver quell'orto due siffatte stelle
                    Che di ciò tanto l'uomo manca memoria.
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