Poesie personali


Scritta da: Nello Maruca
in Poesie (Poesie personali)

CLXXIV

Gli eventi non danno requie, si susseguono
e per quanto cerchi di restarmi quieto
mente e cuore impongono divieto
ché molte cose l'una all'altra seguono.

Queste vicende molto mi conturbano
e in luogo di tenermi l'animo lieto
mi resto notte e dì tremante e inquieto
e dentro il teschio ruota gran frastuono.

Se sol risolvere potessi mio dilemma
l'alma riavrebbe la perduta flemma *
e il cuore scaccerebbe lo tremendo duolo.,

il vivere sarebbe gran consolo,
slegato dall'ingarbugliata massa
le redini terremmo di matassa.
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    Scritta da: Nello Maruca
    in Poesie (Poesie personali)

    CLXXIII

    Più oltre non possiamo donarti aita
    ma consorelle alberganti marchesato
    che vivono puranco nel ducato
    sapranno rattoppar veste scucita.

    Possa essere gioiosa la tua vita
    e sia ogni dì migliore del passato
    che da piccino hai già tribolato
    prima ancora che vita è concepita.

    Noi ti doniamo nostre benedizioni,
    e nostri preci ti seguon da presso
    non far che l'alma sfiori tentazioni.

    Sii prudente in tutte tue decisioni
    e ricorda che qualsivoglia processo
    non è da noi ma supreme intercessioni.
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      Scritta da: Nello Maruca
      in Poesie (Poesie personali)

      CLXXII

      Le tue e nostre preci in Ciel son giunte
      ché parrebbe dipanata la matassa:
      È nobildonna colei che t'interessa,
      del casato ducale dei Ferrante.

      Ragazza gioiosa, esilarante
      che amicizia con chiunque intessa
      sdegnando l'alto rango di duchessa
      e di povera gente è assai amante.

      Vive in fiorente Terra toscana
      in tenuta di Firenze poco lontana,
      rifugge, spesso, dal cerimoniale,

      ha mente ampia, aperta, geniale
      di personalità altera *, dolce, sana
      scevra d'alterigia: È soltanto umana.
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        Scritta da: Nello Maruca
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        CLXXI

        È tempo, mamma, ch'io riedo in cerca
        Della ragazza che m'ha preso il cuore,
        ricominciar conviene dalle suore
        della pieve di sul poggio della Merca

        m'acquatto al solito posto accanto all'arca, *
        m'associo alle preghiere con ardore
        certo che spalanca sue porte mio Signore
        sapendo che braccia più non reggon barca.

        Sono allo stremo, ormai, delle mie forze
        Perciò la Provvidenza a me accosta
        Cheti mia ansia e mi doni sosta.

        Alta assai, capisco, è la mia posta
        Ma tante ho avuto già di sferze
        Che testa sta a cuore a parte opposta.
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          Scritta da: Nello Maruca
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          CLXXVIII

          In mezzo a due filari d'alti tigli
          diparte ampia strada pianeggiante
          coverta di pietra calcarea biancheggiante
          che dritta mena ad ampi gradin vermigli.

          Partonsi a lato due folti cespugli
          dal fusto e dal fogliame verdeggiante
          che a loco danno tono esilarante;
          intorno sprigiona odor di labili gigli.

          Io son tremore tutto quanto intero
          giacché mi trovo in quel posto austero
          che dire non saprei per qual mistero.

          Stretto per tremore al battistero
          m'accorgo sol'allor e parmi non vero
          d'essere in chiesa ai piè d'un monastero.
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            CLXXVI

            A riandar pel suo cammino presto
            comincia e tregua più non abbonda
            che per mesi ci ha lasciato a l'onda * Liberi
            e or rivuole quanto dato a impresto. ** prestito

            Mai scomputa Scuola; tutto vuole e lesto
            così, com'essa di sapienza abbonda
            e mente tutta quanta ne inonda
            semplicemente, così, rivuole e tosto.

            Spinger mi devo in contrada tosca
            e sfruttare lo poco tempo che mi resta
            e sia serenità per cuore e testa.

            Voglia il buon Dio che non sia sol esca
            e speme possa ire a lieto fine
            diversamente, ahimè, qual è mia fine?
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              CLXXVII

              In cima a piccolo promontorio
              a lato Piombino, là dove l'Isola
              del ferro par tocchi con mano sola,
              imponente s'erge di bianco avorio

              torre magnifica opera scultorio
              cui arte somiglia Donatello scuola
              e di uomo che vita solo arte immola
              spicca, cui maestosità in circondario

              e nemmanco per miglia nessun altro
              perequa palazzo cui suo biancore
              di brillanza magnifica spessore.

              Piuttosto, che tacer celera* cuore;
              come, altrimenti, potrebbe, peraltro
              se appresso sto a dolce, desiato amore?
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                CLXXV

                Io non capisco, Signore, se veglio
                o dormo poiché la mente caduta
                è in garbuglio e solamente imbevuta
                è di scompiglio e non confà al meglio

                e manco al peggio, tal è lo tafferuglio
                che pria ch'idea nasca è già sperduta
                e qualsivoglia veduta è decaduta
                ché in cervello impastato è intruglio.

                Perché si esca da cotanto imbroglio
                convien che ci fermiamo a dar di piglio
                a snocciolar * gl'affari uno per uno.

                Dapprima è mente a liberar d'incaglio,
                cui core la costringe ad attanaglio,
                non dando d'apertura più segn'alcuno.
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                  Scritta da: Nello Maruca
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                  CLXXIV

                  Gli eventi non danno requie, si susseguono
                  e per quanto cerchi di restarmi quieto
                  mente e cuore impongono divieto
                  ché molte cose l'una all'altra seguono.

                  Queste vicende molto mi conturbano
                  e in luogo di tenermi l'animo lieto
                  mi resto notte e dì tremante e inquieto
                  e dentro il teschio ruota gran frastuono.

                  Se sol risolvere potessi mio dilemma
                  l'alma riavrebbe la perduta flemma *
                  e il cuore scaccerebbe lo tremendo duolo.,

                  il vivere sarebbe gran consolo,
                  slegato dall'ingarbugliata massa
                  le redini terremmo di matassa.
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