Scritta da: Sandra Piogia
in Poesie (Poesie personali)
Perfida quell'anima che non sa amare
umile quel cuore che ti sa ascoltare
pessima la vita di chi non può capire
che l'anima come un fiore può appassire.
Composta domenica 5 maggio 2013
Perfida quell'anima che non sa amare
umile quel cuore che ti sa ascoltare
pessima la vita di chi non può capire
che l'anima come un fiore può appassire.
A volte
nel silenzio
ritrovo
brandelli sparsi
della mia vita.
Sono tracce
d'emozioni
vissute
intense
palpabili.
In quegli istanti
consumo piano
il tuo profumo
ancora intatto
sulla mia pelle.
Le tue mani
disegnano
su di me
arabeschi
incandescenti.
Lampi
di ginestre
aprono squarci
di luce
ed ombre.
Vivo
attimi
d'infinito
intime
vibrazioni
del silenzio.
Quanto è dura la salita.
Sono stanco, svuotato.
Ma un brivido mi desta.
Una luce ora scorgo da lontano.
E il mio cuore prende vita.
Ogni
istante, di quella
vita, tra quelle colline
e pianura, da notti avvolti, vissuta
Tra quei sottili sentieri, tra quelle strade
smarrite, che anno visto e taciuto
ciò che pareva peccato
Fu cosa talmente gradita, ai sensi, al respiro
al cuore, che al sol rimembrar, batte ancora
Perché chi parlò in quell'ore, fu soltanto L'amore
Ch'ancora rimane negl'occhi rinchiuso
e tra queste fragili dita, fino a che
il sole avrà perso il suo sorriso
Finché avrà senno il pensiero
Finché avrà fiato
il respiro.
Sono una donna
ma mai vissi da donna.
Ho sulla pelle tutti i tatuaggi
di lacrime e dolore,
li nascondo per vergogna
di colpe che non ho.
Generoso fu il mio cuore,
molte, tante, troppe volte
di questo chiedo perdono,
di essermi persa nei meandri
di questa malattia che non era mia,
eppure a testa china con le mani
abbracciate al capo,
vagavo gli occhi verso mondi immaginari
per fuggire alla vista della vita vera.
Sembrava bastare per continuare a vivere,
ma la vita è più forte e nella lotta vinse.
A mani nude con unghie spezzate
scalo il muro per guardare cosa c'è aldilà
per sapere se è vero che esiste la felicità.
Voglio sentirmi un fiore che sgomita
per uscire dal fango
spandere profumo nell'aria
mentre abbraccio la nuova vita.
Ho un ricordo,
un dolce ricordo vivo.
impresso nell'anima mia
un dolce ricordo di te,
e non mi difendo dal dolore,
non voglio!
Vivo il senso di te,
che non sei più,
cammino e sento
la tua assenza
viva più che mai
e sento quanto mi manchi,
Ora sola riprendo il mio cammino
in silenzio,
e tu ancora una volta
sfiori la mia mano,
sorridi...
ancora un po',
mentre vivo il ricordo resta!
Ed io ne muoio un po'.
Resta ferma
ancora un attimo,
fammi godere,
linea dopo linea, respirami.
Tu che mi disseti.
Basterà un tuo cenno e cadrò,
senza volto, in una spirale di frenesia.
Vivo, non vivo
dormo, non dormo
mi privo di ciò di cui ho bisogno.
respiro.
Cerco di aggrapparmi ma,
non ci arrivo.
Disperatamente corro, schivo, salto,
ma lei continua a rincorrermi e a deridermi,
in questa danza così macabra.
Solitudine cara, solitudine,
mia vecchia amica,
lungi da me,
o per una buona volta, spegnimi.
Così che possa aiutare, invece di far patire,
rinnegando colori quieti, nella disperazione di un domani,
nelle proiezioni, latenti, di sorrisi vani.
Una prima donna dell'opera.
chi è una prima donna dell'opera?
Protagonista di se stessa
che pretende,
pretende l'impossibile,
nell'impossibile,
e perde il senso,
il senso dell'amore, e
ne vive solo la passione
di una fisicità materiale.
perdendo per strada
il senso di sensibilità
pretendendo
di essere quel
qualcuno che non sarà mai,
Anima!
Il mito della crescita per tutti
detta gli stili di vita
di minoranze dominanti
e dilaga per il pianeta
addensando all'orizzonte
nubi di tragedie per l'umanità
in tempi certi e prossimi
da contare in unità
di lustri su una mano.
Emissioni di gas serra,
utilizzo dell'acqua,
utilizzo del territorio,
inquinqmento dell'aria,
inquinamento dell'acqua,
rifiuti.
La Terra è una.
Le sue risorse sono limitate
a questa Terra.
Non esiste un'altra terra
di riserva,
abbiamo solo questa,
è un po' malconcia certo
ma è ancora nell'età dell'olocene
e l'homo sapiens
è la sua massima creatura
capace di tutto è vero
anche di distruggere
se stesso
vagheggiando quest'ultima utopia
dello sviluppo scellerato
che porta dritto
all'antropocene.
Un riflesso antropologico
della banalità del male
che spinge le balene
a cercar la morte
su spiagge desolate
per fuggire da un'altra morte
temuta dai veleni
versati in fondo al mare.
Passi leggeri sulla terra
se vogliamo sentire
il suo respiro.