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in Poesie (Poesie d'Autore)

Ricordo di Mary A.

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l'amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d'estate
c'era una nube ch'io mirai a lungo:
bianchissima nell'alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell'amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall'alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.
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    Scritta da: MARINA PADOVAN
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Istanti

    Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
    nella prossima cercherei di fare più errori
    non cercherei di essere tanto perfetto,
    mi negherei di più,
    sarei meno serio di quanto sono stato,
    difatti prenderei pochissime cose sul serio.
    Sarei meno igienico,
    correrei più rischi,
    farei più viaggi,
    guarderei più tramonti,
    salirei più montagne,
    nuoterei più fiumi,
    andrei in posti dove mai sono andato,
    mangerei più gelati e meno fave,
    avrei più problemi reali e meno immaginari.
    Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
    e precisamente ogni minuto della sua vita;
    certo che ho avuto momenti di gioia
    ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
    Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
    solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
    Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
    una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
    se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
    e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
    Farei più giri nella carrozzella,
    guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
    se avessi un'altra volta la vita davanti.
    Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Desolazione del povero poeta sentimentale

      Perché tu mi dici: poeta?
      Io non sono un poeta.
      Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
      Vedi: non ha che le lagrime da offrire al Silenzio.
      Perché tu mi dici: poeta?
      Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
      Le mie gioie furono semplici,
      sempilci così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
      Oggi io penso a morire.
      Io voglio morire, solamente perché sono stanco;
      solamente perché i grandi angioli
      su le vetrate delle cattedrali
      mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
      solamente perché, io sono, oramai,
      rassegnato come uno specchio,
      come un povero specchio melanconico.
      Vedi che io non sono un poeta:
      sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
      Oh, non meravigliarti della mia tristezza!
      E non domandarmi;
      io non saprei dirti che parole così vane,
      Dio mio così vane,
      che mi verrebbe da piangere come se fossi per morire.
      Le mie lagrime avrebbero l'aria
      di sgranare un rosario di tristezza
      davanti alla mia anima sette volte dolente
      ma io non sarei un poeta;
      sarei semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
      cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
      Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
      E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
      poiché senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
      Questa notte ho dormito con le mani in croce.
      Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
      dimenticato da tutti gli umani,
      povera tenera preda del primo venuto;
      e desiderai di essere venduto,
      di essere battuto
      di essere costretto a digiunare
      per potermi mettere a piangere tutto tutto solo,
      disperatamente triste,
      in un angolo oscuro.
      Io amo la vita semolice delle cose.
      Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
      per ogni cosa che se ne andava!
      Ma tu non mi comprendi e sorridi.
      E pensi che io sia malato.
      Oh, io sono veramente malato!
      E muoio, un poco, ogni giorno.
      Vedi: come le cose.
      Non sono, dunque, un poeta:
      io so che per esser detto: poeta, conviene
      viver ben altra vita!
      Io non so, Dio mio, che morire.
      Amen.
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        Scritta da: Barbara Brussa
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        A tutte le donne

        Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
        sei un granello di colpa
        anche agli occhi di Dio
        malgrado le tue sante guerre
        per l'emancipazione.
        Spaccarono la tua bellezza
        e rimane uno scheletro d'amore
        che però grida ancora vendetta
        e soltanto tu riesci
        ancora a piangere,
        poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
        poi ti volti e non sai ancora dire
        e taci meravigliata
        e allora diventi grande come la terra.
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          Scritta da: Gloria Levrini
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          La tigre

          Tigre! Tigre! Divampante fulgore
          Nelle foreste della notte,
          Quale fu l'immortale mano o l'occhio
          Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

          In quali abissi o in quali cieli
          Accese il fuoco dei tuoi occhi?
          Sopra quali ali osa slanciarsi?
          E quale mano afferra il fuoco?
          Quali spalle, quale arte
          Poté torcerti i tendini del cuore?
          E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
          Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?

          Quale mazza e quale catena?
          Il tuo cervello fu in quale fornace?
          E quale incudine?
          Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?

          Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
          e il paradiso empivano di pianti?
          Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
          Chi l'Agnello creò, creò anche te?

          Tigre! Tigre! Divampante fulgore
          Nelle foreste della notte,
          Quale mano, quale immortale spia
          Osa formare la tua agghiacciante simmetria?
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            Scritta da: Andrea De Candia
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Nato

            Dunque è sua madre.
            Questa piccola donna.
            Artefice dagli occhi grigi.

            La barca su cui, anni fa,
            lui approdò alla riva.

            È da lei che si è tirato fuori
            nel mondo,
            nella non-eternità.

            Genitrice dell'uomo
            con cui salto attraverso il fuoco.

            È dunque lei, l'unica
            che non lo scelse
            pronto, compiuto.

            Da sola lo tirò
            dentro la pelle a me nota,
            lo attaccò alle ossa
            a me nascoste.

            Da sola egli cercò
            gli occhi grigi
            con cui mi ha guardato.

            Dunque è lei, la sua Alfa.
            Perché mai me l'ha mostrata?

            Nato.
            Così è nato, anche lui.
            Nato come tutti.
            Come me, che morirò.

            Figlio d'una donna reale.
            Uno giunto dalle profondità del corpo.
            In viaggio verso l'Omega.

            Esposto
            alla propria assenza
            da ogni dove,
            in ogni istante.

            E la sua testa
            è una testa contro un muro
            cedevole per ora.

            E le sue mosse
            sono tentativi di eludere
            il verdetto universale.

            Ho capito
            che è già a metà cammino.

            Ma questo a me non l'ha detto,
            no.

            "Questa è mia madre"
            mi ha detto soltanto.
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