Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Sera di Gavinana

Ecco la sera e spiove
sul toscano Appennino.

Con lo scender che fa le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragne fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s'affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
fa concerto e preghiera,
trema nell'aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell'ora che non ha un'altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl'inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l'inquieto cammino,
sì che teneramente fa star muta
l'anima vagabonda.
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    Scritta da: Mariella Mulas
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Mi hai fatto senza fine

    Mi hai fatto senza fine
    questa è la tua volontà.
    Questo fragile vaso
    continuamente tu vuoti
    continuamente lo riempi
    di vita sempre nuova.

    Questo piccolo flauto di canna
    hai portato per valli e colline
    attraverso esso hai soffiato
    melodie eternamente nuove.

    Quando mi sfiorano le tue mani immortali
    questo piccolo cuore si perde
    in una gioia senza confini
    e canta melodie ineffabili.
    Su queste piccole mani
    scendono i tuoi doni infiniti.
    Passano le età, e tu continui a versare,
    e ancora c'è spazio da riempire.
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      Scritta da: Violina Sirola
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Bruto minore

      Poi che divelta, nella tracia polve
      Giacque ruina immensa
      L'italica virtute, onde alle valli
      D'Esperia verde, e al tiberino lido,
      Il calpestio dè barbari cavalli
      Prepara il fato, e dalle selve ignude
      Cui l'Orsa algida preme,
      A spezzar le romane inclite mura
      Chiama i gotici brandi;
      Sudato, e molle di fraterno sangue,
      Bruto per l'atra notte in erma sede,
      Fermo già di morir, gl'inesorandi
      Numi e l'averno accusa,
      E di feroci note
      Invan la sonnolenta aura percote.

      Stolta virtù, le cave nebbie, i campi
      Dell'inquiete larve
      Son le tue scole, e ti si volge a tergo
      Il pentimento. A voi, marmorei numi,
      (Se numi avete in Flegetonte albergo
      O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
      È la prole infelice
      A cui templi chiedeste, e frodolenta
      Legge al mortale insulta.
      Dunque tanto i celesti odii commove
      La terrena pietà? dunque degli empi
      Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
      Per l'aere il nembo, e quando
      Il tuon rapido spingi,
      Né giusti e pii la sacra fiamma stringi?

      Preme il destino invitto e la ferrata
      Necessità gl'infermi
      Schiavi di morte: e se a cessar non vale
      Gli oltraggi lor, dè necessarii danni
      Si consola il plebeo. Men duro è il male
      Che riparo non ha? dolor non sente
      Chi di speranza è nudo?
      Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
      Teco il prode guerreggia,
      Di cedere inesperto; e la tiranna
      Tua destra, allor che vincitrice il grava,
      Indomito scrollando si pompeggia,
      Quando nell'alto lato
      L'amaro ferro intride,
      E maligno alle nere ombre sorride.

      Spiace agli Dei chi violento irrompe
      Nel Tartaro. Non fora
      Tanto valor né molli eterni petti.
      Forse i travagli nostri, e forse il cielo
      I casi acerbi e gl'infelici affetti
      Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
      Non fra sciagure e colpe,
      Ma libera né boschi e pura etade
      Natura a noi prescrisse,
      Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra
      Sparse i regni beati empio costume,
      E il viver macro ad altre leggi addisse;
      Quando gl'infausti giorni
      Virile alma ricusa,
      Riede natura, e il non suo dardo accusa?

      Di colpa ignare e dè lor proprii danni
      Le fortunate belve
      Serena adduce al non previsto passo
      La tarda età. Ma se spezzar la fronte
      Né rudi tronchi, o da montano sasso
      Dare al vento precipiti le membra,
      Lor suadesse affanno;
      Al misero desio nulla contesa
      Legge arcana farebbe
      O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
      Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
      Figli di Prometeo, la vita increbbe;
      A voi le morte ripe,
      Se il fato ignavo pende,
      Soli, o miseri, a voi Giove contende.

      E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
      Candida luna, sorgi,
      E l'inquieta notte e la funesta
      All'ausonio valor campagna esplori.
      Cognati petti il vincitor calpesta,
      Fremono i poggi, dalle somme vette
      Roma antica ruina;
      Tu sì placida sei? Tu la nascente
      Lavinia prole, e gli anni
      Lieti vedesti, e i memorandi allori;
      E tu su l'alpe l'immutato raggio
      Tacita verserai quando né danni
      Del servo italo nome,
      Sotto barbaro piede
      Rintronerà quella solinga sede.

      Ecco tra nudi sassi o in verde ramo
      E la fera e l'augello,
      Del consueto obblio gravido il petto,
      L'alta ruina ignora e le mutate
      Sorti del mondo: e come prima il tetto
      Rosseggerà del villanello industre,
      Al mattutino canto
      Quel desterà le valli, e per le balze
      Quella l'inferma plebe
      Agiterà delle minori belve.
      Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
      Siam delle cose; e non le tinte glebe,
      Non gli ululati spechi
      Turbò nostra sciagura,
      Né scolorò le stelle umana cura.

      Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
      Regi, o la terra indegna,
      E non la notte moribondo appello;
      Non te, dell'atra morte ultimo raggio,
      Conscia futura età. Sdegnoso avello
      Placàr singulti, ornàr parole e doni
      Di vil caterva? In peggio
      Precipitano i tempi; e mal s'affida
      A putridi nepoti
      L'onor d'egregie menti e la suprema
      Dè miseri vendetta. A me d'intorno
      Le penne il bruno augello avido roti;
      Prema la fera, e il nembo
      Tratti l'ignota spoglia;
      E l'aura il nome e la memoria accoglia.
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        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Venezia

        Colombaia dorata sull'acqua,
        tenera e verde struggente,
        e una brezza marina che spazza
        la scia sottile delle barche nere.

        Che dolci, strani volti tra la folla,
        nelle botteghe lucenti balocchi:
        un leone col libro su un cuscino a ricami,
        un leone col libro su una colonna di marmo.

        Come su di un'antica tela scolorita,
        il cielo azzurro fioco si rapprende...
        ma non si è stretti in quest'angustia,
        e non opprimono l'umido e l'afa.
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          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Arte poetica

          Tra ombre e spazio, tra guarnigioni e donzelle,
          dotato di cuor singolare e di sogni funesti,
          precipitosamente pallido, appassito in fronte,
          e con lutto di vedovo furioso per ogni giorno della mia vita,
          ahi, per ogni acqua invisibile che bevo sonnolento
          e per ogni suono che accolgo tremando,
          ho la stessa sete assente, la stessa febbre fredda,
          un udito che nasce, un'angustia indiretta,
          come se arrivassero ladri o fantasmi,
          e in un guscio di estensione fissa e profonda,
          come un cameriere umiliato, come una campana un po' roca,
          come uno specchio vecchio, come un odor di casa sola
          in cui gli ospiti entrano di notte perdutamente ebbri,
          e c'è un odore di biancheria gettata al suolo, e un'assenza di fiori
          - forse un altro modo ancor meno malinconico -,
          ma, la verità d'improvviso, il vento che sferza il mio petto,
          le notti di sostanza infinita cadute nella mia camera,
          il rumore di un giorno che arde con sacrificio
          sollecitano ciò che di profetico è in me, con malinconia,
          e c'è un colpo di oggetti che chiamano senza risposta
          e un movimento senza tregua, e un nome confuso.
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            Scritta da: Luciella Karenina
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            TIMIDEZZA

            Appena seppi, solamente, che esistevo
            e che avrei potuto essere, continuare,
            ebbi paura di ciò, della vita,
            desiderai che non mi vedessero,
            che non si conoscesse la mia esistenza.
            Divenni magro, pallido, assente,
            non volli parlare perché non potessero
            riconoscere la mia voce, non volli vedere
            perché non mi vedessero,
            camminando, mi strinsi contro il muro
            come un'ombra che scivoli via.
            Mi sarei vestito
            di tegole rosse, di fumo,
            per restare lì, ma invisibile,
            essere presente in tutto, ma lungi,
            conservare la mia identità oscura,
            legata al ritmo della primavera.
            Composta mercoledì 12 settembre 2012
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              Scritta da: Sylvia Drago
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Consigli a me stessa quando piove

              Dormi in silenzio

              Non far rumore quando non ci sei
              Coltivati
              ma non covare pietre

              i mattoni servono per costruire ponti
              i giorni per tessere
              il mattino per ricominciare
              la carne è pesante per ancorare all'amore

              Piangi, lasciati piovere, lasciati stare
              Riposati, lasciati vegliare
              Brinda, ci sono notti da ubriacare

              Se le tue mani ti sembrano opache
              dipingi le unghie di rosso

              Ricorda che per sopravvivere bisogna disobbedire

              Porta con te un ombrello a colori

              se non puoi vincerla, sfoggia la malinconia.
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                Scritta da: Andrea De Candia
                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Vieni a rapirmi e dentro questo ardente
                panorama di sogno a rinverdirmi.
                Vieni allo spazio della vita mia,
                cambiamento di tempo: se sei uomo
                devi divaricare la mia mente,
                ma se sei donna non avrai salute
                né fame né ricordo maledetto.

                Rammento solo che son fatta eguale
                al tuo fango e resisto al tuo costato;
                chiamami nume e poi chiamami Athena
                ma soprattutto chiamami tua donna,
                o fiore di domanda doloroso.
                Composta martedì 3 maggio 2016
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