Ah vastità di pini, rumore d'onde che si frangono, lento gioco di luci, campana solitaria, crepuscolo che cade nei tuoi occhi, bambola chiocciola terrestre, in te la terra canta!
In te i fiumi cantano e in essi l'anima mia fugge come tu desideri e verso dove tu vorrai. Segnami la mia strada nel tuo arco di speranza e lancerò in delirio il mio stormo di frecce.
Intorno a me sto osservando la tua cintura di nebbia e i1 tuo silenzio incalza le mie ore inseguite, e sei tu ton le tue braccia di pietra trasparente
dove i miei baci si ancorano e la mia umida ansia s'annida.
Ah la tua voce misteriosa che l'amore tinge e piega nel crepuscolo risonante e morente! Così in ore profonde sopra i campi ho visto piegarsi le spighe sulla bocca del vento.
O cipresso, che solo e nero stacchi dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto irto di cardi e stridulo di biacchi:
in te sovente, al tempo delle more, odono i bimbi un pispillìo secreto, come d'un nido che ti sogni in cuore.
L'ultima cova. Tu canti sommesso mentre s'allunga l'ombra taciturna nel tristo campo: quasi, ermo cipresso, ella ricerchi tra què bronchi un'urna.
Più brevi i giorni, e l'ombra ogni dì meno s'indugia e cerca, irrequieta, al sole; e il sole è freddo e pallido il sereno.
L'ombra, ogni sera prima, entra nell'ombra: nell'ombra ove le stelle errano sole. E il rovo arrossa e con le spine ingombra
tutti i sentieri, e cadono già roggie le foglie intorno (indifferente oscilla l'ermo cipresso), e già le prime pioggie fischiano, ed il libeccio ulula e squilla.
E il tuo nido? Il tuo nido?... Ulula forte il vento e t'urta e ti percuote a lungo: tu sorgi, e resti; simile alla Morte.
E il tuo cuore? Il tuo cuore?... Orrida trebbia l'acqua i miei vetri, e là ti vedo lungo, di nebbia nera tra la grigia nebbia.
E il tuo sogno? La terra ecco scompare: la neve, muta a guisa del pensiero, cade. Tra il bianco e tacito franare tu stai, gigante immobilmente nero.
Ebbene io, in questo fiacco e flautato tempo di pace, non ho altro piacere con cui passare il tempo se non quello di spiare la mia ombra nel sole e commentare la mia deformità.
Sarà un cielo chiaro. S'apriranno le strade sul colle di pini e di pietra. Il tumulto delle strade non muterà quell'aria ferma. I fiori, spruzzati di colori alle fontane, occhieggeranno come donne divertite. Le scale le terrazze le rondini canteranno nel sole. S'aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l'acqua nelle fontane - sarà questa la voce che salirà le tue scale. Le finestre sapranno l'odore della pietra e dell'aria mattutina. S'aprirà una porta. Il tumulto delle strade sarà il tumulto del cuore nella luce smarrita.
Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo, È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo, È una canzon perduta che pel capo ci frulla, È l'aroma d'un zingaro, è un'ombra, è tutto, è nulla, È un lembo della veste di persona sottile, È la pioggia monotona che scroscia nel cortile, È la poltrona morbida come sera d'estate, È il sole che festevole picchia alle vetrate, È delle cose esterne la varia litania, Che fa' rider Ariosto e pianger Geremia.
Tutte le tue, nostre, vostre faccende diurne, notturne sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no, i tuoi geni hanno un passato politico, la tua pelle una sfumatura politica, i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza, ciò di cui taci ha una valenza in un modo o nell'altro politica.
Perfino per campi, per boschi fai passi politici su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche, e in alto brilla la luna, cosa non più lunare. Essere o non essere, questo è il problema. Quale problema, rispondi sul tema. Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana per acquistare un significato politico. Basta che tu sia petrolio, mangime arricchito o materiale riciclabile. O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma si è disputato per mesi: se negoziare sulla vita e la morte intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva, gli animali crepavano, le case bruciavano e i campi inselvatichivano come nelle epoche remote e meno politiche.
Sono irrequieto. Sono assetato di cose lontane. La mia anima esce anelando di toccare l'orlo dell'oscura lontananza. O Grande Aldilà, oh, l'acuto richiamo del tuo flauto! Dimentico, sempre dimentico, che non ho ali per volare. Sono impaziente e insonne, sono straniero in una terra straniera. Il tuo alito mi giunge sussurrando una impossibile speranza. Il mio cuore comprende il tuo linguaggio come fosse lo stesso ch'egli parla. O Lontano-da-cercare, oh, l'acuto richiamo del tuo flauto! Dimentico, sempre dimentico, che non conosco la strada, che non ho il cavallo alato. Non c'è nulla che desti il mio interesse, sono un vagabondo nel mio cuore. Nella nebbia assolata delle languide ore, quale visione grandiosa prende forma nell'azzurro dei cielo! O Meta Lontanissima, oh, l'acuto richiamo del tuo flauto! Dimentico, sempre dimentico, che tutti i cancelli sono chiusi nella casa dove vivo solitario!