Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Sulla Gloria

Quale febbre ha mai l'uomo! Che guardare
ai suoi giorni mortali con il sangue
temperato non sa, che tutto sciupa
le pagine del libro della vita
e deruba virtù al suo buon nome.
È come se la rosa si cogliesse
da sé; o quand'è matura la susina
la sua scura lanugine raschiasse;
o a guisa di un folletto impertinente
la Naiade oscurasse la splendente
sua grotta di una tenebra fangosa.
Ma sullo spino lascia sé la rosa,
che vengano a baciarla i venti e grate
se ne cibino le api: e la susina
matura indossa sempre la sua veste
bruna, il lago non tocco ha di cristallo
la superficie. Perché dunque l'uomo,
importunando il mondo per averne
grazia, deve sciupar la sua salvezza
in obbedienza a un rozzo, falso credo?
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    A molti

    Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
    il riflesso del vostro volto,
    i vani palpiti di vane ali...
    fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.

    Ecco perché amate così cupidi
    me, nel mio peccato e nel mio male,
    perché affidaste a me ciecamente
    il migliore dei vostri figli;
    perché nemmeno chiedeste di lui,
    mai, e la mia casa vuota per sempre
    velaste di fumose lodi.
    E dicono: non ci si può fondere più strettamente,
    non si può amare più perdutamente...

    Come vuole l'ombra staccarsi dal corpo,
    come vuole la carne separarsi dall'anima,
    così io adesso voglio essere scordata.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Scalpitio

      Si sente un galoppo lontano
      (è la...? ),
      che viene, che corre nel piano
      con tremula rapidità.
      Un piano deserto, infinito;
      tutto ampio, tutt'arido, eguale:
      qualche ombra d'uccello smarrito,
      che scivola simile a strale:
      non altro. Essi fuggono via
      da qualche remoto sfacelo;
      ma quale, ma dove egli sia,
      non sa né la terra né il cielo.
      Si sente un galoppo lontano
      più forte,
      che viene, che corre nel piano:
      la Morte! La Morte! La Morte!
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        La Guazza

        Laggiù, nella notte, tra scosse
        d'un lento sonaglio, uno scalpito
        è fermo. Non anco son rosse
        le cime dell'Alpi.
        Nel cielo d'un languido azzurro,
        le stelle si sbiancano appena:
        si sente un confuso sussurro
        nell'aria serena.
        Chi passa per tacite strade?
        Chi parla da tacite soglie?
        Nessuno. È la guazza che cade
        sopr'aride foglie.
        Si parte, ch'è ora, né giorno,
        sbarrando le vane pupille;
        si parte tra un murmure intorno
        di piccole stille.
        In mezzo alle tenebre sole,
        qualcuna riluce un minuto;
        riflette il tuo Sole, o mio Sole;
        poi cade: ha veduto.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Talvolta la mia gioia

          Talvolta
          la mia gioia
          ti spaventa
          amore mio
          nasce dal nulla
          e si nutre di poco
          di larve invisibili
          che il vento trasporta
          di frammenti di paura
          che si fondono in tepore
          di briciole di serenità
          cadute
          dalla mensa dei poveri
          di un raggio di sole
          che risveglia lucciole
          addormentate
          in gocce di rugiada
          se mi ami
          amore mio
          perdona la mia gioia.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Ninnananna

            Posa il capo assopito, amore mio,
            umano sul mio braccio senza fede;
            tempo e febbri avvampino e cancelliano
            ogni bellezza individuale, via
            dai bambini pensosi, e poi la tomba
            attesta che effimero è il bambino:
            ma finch'è spunti il giorno mi rimanga
            tra le braccia la viva creatura,
            mortale sì, colpevole, eppure
            per me il bello nella sua interezza.

            Anima e corpo non hanno confini:
            agli amanti che giacciono sul suo
            tollerante declivio incantato
            in preda al deliquio ricorrente,
            solenne la visione manda Venere
            di soprannaturale armonia,
            di universale amore e speranza;
            mentre un'astratta intuizione accende,
            in mezzo ai ghiacciai e fra le rupi,
            dell'eremita l'estasi carnale.

            Passano sicurezze e fedeltà
            allo scoccare della mezzanotte
            come le vibrazioni di campana,
            e forsennati alla moda lanciano
            il loro pedantesco, uggioso grido:
            il costo fino all'ultimo centesimo
            - sta scritto in tutte le temute carte -
            andrà pagato, ma da questa notte
            non un solo bisbiglio, nè un pensiero,
            non un bacio o uno sguardo sia perduto.

            Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi:
            che i venti dell'alba, mentre lievi
            spirano intorno al tuo capo sognante,
            mostrino un giorno di accoglienza tale
            che occhio e cuore pulsino e gioiscano,
            paghi di un mondo, il nostro, che è mortale;
            meriggi di arsura ti ritrovino
            nutrito dei poteri involontari,
            notti di oltraggio ti lascino andare
            sorvegliato da ogni umano amore.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Natale

              La pecorina di gesso,
              sulla collina in cartone,
              chiede umilmente permesso
              ai Magi in adorazione.

              Splende come acquamarina
              il lago, freddo e un po' tetro,
              chiuso fra la borraccina,
              verde illusione di vetro.

              Lungi nel tempo, e vicino,
              nel sogno (pianto e mistero)
              c'è accanto a Gesù Bambino,
              un bue giallo, un ciuco nero.
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